lunedì 17 settembre 2018

Oriana Fallaci - Il sesso inutile


I libri della Fallaci hanno due grossi difetti.

Il primo è che si polverizzano, si divorano, la lettura scorre troppo veloce su pagine dense di tutto per cui il piacere della lettura è un piacere sempre troppo breve.

Il secondo è che mancano le foto.
Questo Il sesso inutile e tanti altri sono libri reportage, ovunque andasse Oriana c'era sempre un fotografo al suo fianco a rendere con immagini ciò che lei rendeva a parole perciò i suoi libri appaiono sempre un po' zoppi, mancanti.
Avrei voluto vedere la sposa di Karachi, avrei voluto vedere le matriarche della Malesia, le Tanka del Fiume delle Perle e Han Suyin, avrei tanto voluto vedere Han Suyin come la vide Oriana.

Il sesso inutile è un giro del mondo in ottanta donne sulle orme di Phileas Fog alla ricerca della felicità per scoprire che là dove le donne erano libere e uguali è arrivato il credo religioso a sottometterle e limitarle, dove erano sottomesse è arrivata la politica a emanciparle. E tutte, sottomesse ed emancipate, sono ugualmente infelici, forse le più infelici di tutte sono le donne americane. Perché le donne americane in realtà sono uomini.

Il sesso inutile è osservato con sguardo interessato e parziale all'alba degli anni Sessanta con la rabbia, lo sdegno e l'arroganza che caratterizzano questa autrice sin dagli esordi, piena di difetti eppure così partecipe, così presente, così efficace.

Un viaggio intorno al mondo alla ricerca della felicità femminile iniziato con un'amica in lacrime e terminato con un'americana delusa.
Perché? Forse perché la felicità è libertà e le donne le proprie gabbie se le costruiscono da sole e, di nuovo forse, le ultime donne libere sono le matriarche che vivono senza uomini.
Guardie controllano i documenti al Luhu Bridge
al confine tra la colonia britannica di Hong Kong 
e Shum Shum in China
E ancora...
Ancora...

Ancora, 
forse 
non possono essere felici perché le donne attraversano ponti, sono ponti, ponti come quello tra Hong Kong e la Cina Rossa che gli uomini controllano e attraversano malvolentieri, e un fiume di madri, mogli e sorelle scorre per portare saluti e auguri a Capodanno, ponti come quello di Mostar, ponti tra passato e presente, tra Oriente e Occidente, sono i vascelli delle Tanka che nascono, vivono e muoiono sul Fiume delle Perle senza toccare mai la sponda. Se gli uomini sono terra e legati alla terra, le donne sono acqua sempre in movimento e portano con sé un po' di tutto quel che attraversano, sacerdotesse dell'unione e della memoria a ritmo di Hula.
Forse per questo le donne più felici del mondo sono le Matriarche, proprietarie della terra, legate alla terra che lasciano solo per recarsi dal dentista una volta l'anno.

Forse la felicità è stasi. 
La donna, si sa, è mobile.

sabato 8 settembre 2018

Elizabet Gaskell Nord e Sud: un Orgoglio e Pregiudizio in salsa socialista da leggere




Orgoglio e Pregiudizio in salsa industriale.
Non lo ha ancora detto nessuno vero?
In effetti molto sembra già letto e assimilato: lei bella, buona e virtuosa, lui forte, risoluto e scontroso.
Pregiudizi che nascono a causa della mancata comunicazione e orgoglio che attanaglia i protagonisti che vorrebbero tanto mettere al corrente lui/lei della verità, di quanto siano buoni e leali ma, ahimè, non ce la fanno proprio.
Dal punto di vista del pathos... non ci siamo: le donne continuano a svenire qua e là come nelle pièces di Sheridan di fine Settecento e ci sono decisamente troppe morti, neanche lo zio Martin ucciderebbe così tanta gente;  la Gaskell ogni volta cade nel patetico scrivendo quella parola in più, quella frase in più che stride come cardine mal oliato e porta l'angolo della bocca del lettore ad arricciarsi all'insù quando invece vorrebbe suscitare commozione.
Altro eccesso fastidioso è l'ossessione dell'autrice nei confronti della sua protagonista: Margareth viene descritta da tutti i personaggi a turno e tutti sono ammaliati, deliziati, commossi, inteneriti, affascinati, prostrati dinanzi a lei... Pesantuccio.

Tuttavia c'è tanto di buono in questa melassa e probabilmente il mio incipit negativo è dovuto a un leggero senso di delusione generato da aspettative troppo alte: non è Dickens e non è la Austen, facciamocene una ragione!

Nord e Sud è il racconto di uno scontro tra due società agli opposti: il lento, malinconico, saggio Sud agricolo in contrasto con il frenetico, forte, prosaico Nord industriale (impossibile non pensare ai tantissimi punti di contatto con la storia italiana degli ultimi centocinquanta anni).
E' il racconto di un secondo scontro: quello tra padroni e lavoratori.
E un terzo scontro: tra i lavoratori all'interno del sindacato.
E un quarto scontro all'interno del cristianesimo tra anglicani, calvinisti, puritani e cattolici (o papisti).
Una matrioska di conflitti latenti, polveriera accesa dall'incomprensione e dalla mancanza di dialogo.
Il merito della Gaskell è soprattutto quello di affrontare questi conflitti attraverso il dialogo, le parti dialogate sono a mio parere le migliori di tutta l'opera, la mediazione di Margareth e di suo padre, il reverendo Hale, tra le diverse parti dello scontro porta allo scioglimento dei nodi.
Di fronte alla spiegazione delle dinamiche di contrapposizione tra classe operaia e proprietario della fabbrica il reverendo Hale non può non domandare "E' proprio necessario chiamarla lotta tra le due classi?" L'ex reverendo del Sud non ama la parola "lotta" e si impegnerà, insieme alla figlia, a condurre al dialogo i diversi fronti.
E' un messaggio universale, applicabile a tutte le situazioni in cui due realtà diverse vengono in contatto: l'ostilità dovuta alla mancanza di comprensione, la necessità di dialogo per scoprire che l'altro è solo una versione diversa di noi e che paure e desideri sono gli stessi.

Orgoglio e Pregiudizio in salsa socialista? Può essere.

Quello che la narrazione difetta in arguzia e ironia è bilanciato dall'interesse sociale, dall'abilità nel dipingere con parole semplici e leggere il panorama industriale: le fabbriche si fanno chiocce, le case degli operai pulcini da proteggere, le nubi nere non portano pioggia ma fumo stagnante: è la prima impressione di una giovane del Sud che di fronte al Nord industriale ha utilizza il linguaggio e le immagini rurali.
Veduta di Manchester nel XIX secolo

E' un libro da leggere, la Gaskell è un'autrice da leggere e mille e più ringraziamenti vanno alla Casa Editrice Jo March di Perugia per la lodevole opera di recupero di opere come questa e altri piccoli tesori della letteratura anglo-americana in una veste editoriale curata da degna introduzione e da una traduzione impeccabile.

Oh! Quanto è importante l'edizione! 
L'opera è corredata da tante discrete note a pie' di pagina che consentono al lettore di comprendere le tantissime citazioni che animano (e a volte appesantiscono, sob) la lettura. Tantissime sono infatti le citazioni bibliche e letterarie e non mancano anche riferimenti a leggi inglesi del periodo vittoriano. Le note aiutano il lettore ad accogliere  le citazioni e renderle parte integrante del libro anche se, devo dirlo, a volte risultano eccessive.

Oh! Quanto è importante la traduzione!
Laura Pecoraro ha fatto un ottimo lavoro rispettando il testo il più possibile e rendendo i dialoghi della classe operaia con un italiano leggermente scorretto che da un lato facilita l'immersione nella storia e dall'altro non provoca troppo fastidio nel lettore. 

mercoledì 29 agosto 2018

Doris Lessing Discesa all'Inferno - Vietato mollare!


Cosa Diamine ho letto!!!
Cosa diamine ho letto???

Se riguardo appunti e note presi durante la lettura mi trovo di fronte a un crescendo di follia ed esaltazione inversamente proporzionali alla follia ed esaltazione della narrazione.

Ammetto di aver preso in mano il libro controvoglia: precedenti letture della Lessing non mi avevano convinta, mi avevano lasciata con addosso un senso di delusione di cui speravo potermi sbarazzare prima o poi.
E invece no.
L'inizio è tutto in salita e pesantissimo: si parte dall'arrivo su di un'isola misteriosa popolata da qualche donna assassina, scimmie e topi-cane che vivono tra i resti di una vecchia città tra lotte, sesso, sacrifici e nefandezze. il protagonista senza nome attende per mesi l'arrivo di un'astronave che lo porti via nella luce, nel frattempo cerca di mondare sé stesso e l'ambiente in cui vive disperatamente e inutilmente temendo che sporco così nel corpo e nello spirito l'astronave non acconsentirà mai a prenderlo con sé. E' allora che un enorme uccello bianco gli si avvicina e si fa cavalcare per portarlo in viaggio sorvolando terre a lui note, mari, oceani che risvegliano ricordi di donne lontane, nell'aria si ripulisce dal male ed è finalmente pronto al vero viaggio, quello nella luce, nello spirito dove la singolarità scompare, esiste solo il collettivo, un solo Pensiero condiviso. "Il genere umano è una minuscola incrostazione grigia sulla Terra", "che cosa ci ha sbalestrati, allontanandoci dalla salutare dolcezza del Noi? Lo schianto, mutò l'aria, divenne un veleno mortale, i cervelli cominciarono a odiare anziché amarsi l'un l'altro".

Tutto chiaro no? Se siete arrivati fin qui state tranquilli, ce l'avete quasi fatta!

Al viaggio seguono considerazioni di mitologia classica e una riunione di creature celesti, un briefing tra gli dèi noti della classicità che consegnano al protagonista senza nome un messaggio.

E poi lui nasce.
Il protagonista nasce.

Il lettore è riuscito a scavallare la prima metà del libro e si chiede cosa diamine stia leggendo, non senza però aver provato almeno una decina di volte il desiderio di mollare tutto, mandare a quel paese gli dèi, la Lessing e tutti i premi Nobel della storia.
Tra le mie note leggo "Mai più un premio Nobel!" Leggo "Ma davvero c'è qualcuno che ha letto tutto questo libro? Ogni riga? Ogni parola? E' un supplizio!
Scritto nel 1971!, Quanta roba si era calata per scrivere? Quante porte della percezione ha varcato per buttar giù parole senza senso???"

La voglia però di leggere fino in fondo è forte e quindi lui nasce, o rinasce, svegliandosi in un ospedale, ha un nome e un cognome, è professore di Lettere Classiche ricoverato dovo esser stato trovato privo di sensi lungo il Tamigi. Ha moglie, figli, lavoro. Solo che gli mancano i ricordi, il professor Charles non ricorda nulla, da adesso alla narrazione che non c'è si alterneranno consulti medici, lettere, poesie per aiutare a ricostruire l'identità del professore smemorato.
La narrazione vera e propria, il narratore, non c'è: si alternano visioni e racconti di Charles con le lettere di chi lo conosce, con i consulti medici per riattivare la memoria del protagonista. Ognuno fornisce la sua visione di Charles, il suo frammento e il lettore deve faticosamente ricostruire come un puzzle una realtà in cui però le tessere non sempre combaciano, non tutto il narrato è vero, la realtà è filtrata dalla soggettività e dalla follia perché questo viaggio all'inferno è un viaggio nella follia, restituisce una narrazione claudicante, restituisce più realtà. Le donne, gli amici, la moglie, la guerra.
Tutto vero? Tutto falso?
Cosa è reale? Singolare è che nella prima parte del libro, quella dedicata alla visione / allucinazione, il visionario si interroghi più volte sul concetto di realtà, sulla cocreazione della realtà attraverso al parola e l'idea, sul fatto che ciò che esiste esista esattamente come ce lo siamo immaginato e più avanti la conoscente Rosmary scrive in una sua lettera che il Professore dava a volte l'impressione di lasciar condurre il suo pensiero più da una sonorità che da un significato "come se un flusso verbale possa accordarsi con una realtà interna, esprimendo attraverso i suoni uno stato d'animo".

A questo caos narrativo si aggiunge la sensazione che ci sia un mistero da svelare, che le lettere e  le poesie siano indizi, che la visione stessa sia un indizio che deve portare all'origine dell'improvvisa perdita di memoria di Charles e di nuovo Lessing ci trae in inganno perché, di fatto, da svelare non c'è nulla o quasi. L'apparente normalità del narrato della seconda parte del libro servirà per spiegare l'apparente allucinazione della prima parte.
O viceversa?

Apro una parentesi comparativa, non resisto: si rincorrono varie citazioni dalla classicità scontata vista la professione di Charles ai Lai di Maria di Francia o Mabinogion per la tradizione celtica. Ricorre anche un costante, quasi ossessivo al principio, riferimento all'opera di Conrad Cuore di Tenebra: il fiume e l'acqua sono a volte il Tamigi, a volte il Congo, a volte oceani, l'idea di orrore di fronte a creature primitive, di fronte alla lotta per la supremazia, il concetto di viaggio nella luce contrapposto al viaggio nella tenebra laddove la tenebra può ricondurre allo stato di incoscienza e alienazione apparente esteriore mentre nell'inconscio domina una sensazione di luce e intelligenza universale, il senso di colpa e di peccato.
Al contrario, poiché il libro che sto per citare è posteriore a questo, il viaggio nell'incoscienza, nei ricordi veri o falsati non può non portare alla mente Yambo, lo smemorato protagonista di La misteriosa fiamma della regina Loana di Eco, ossessionato dalla nebbia in tutte le sue declinazioni letterarie laddove Charles sembra ossessionato dalla luce. Le due opere sono talmente vicine che mi è difficile pensare che il Professor Eco non fosse a conoscenza di questa Discesa all'inferno.

Cos'altro dire?
Non lasciatevi fuorviare dal titolo: nella traduzione italiana manca il termine "briefing" che è fondamentale e non sarebbe nemmeno corretto dire all'inferno, meglio nell'inferno sottolineando l'immersione nel luogo, non lasciatevi fuorviare dalla copertina né dal sottotitolo di questa edizione Est "un grande romanzo dello spazio interno": non è un libro di psichiatria né un romanzo sulla psicanalisi, è più un romanzo sulla realtà, sull'apparenza, sulla rifrazione della luce e la sua percezione. C'è un messaggio da consegnare e diversi sono i modi per farlo.

Insomma è un'opera che necessiterebbe una veste editoriale importante, non si può semplicemente tradurre in lingua, lo si deve tra-durre nel significato corredandolo da una prefazione importante o una postfazione, qualcosa insomma che spieghi perché si debba leggerlo.
Alla fine dico grazie, infinitamente grazie al popolo di Goodreads che con i commenti all'opera mi ha spinta a non mollare, non abbandonare la lettura nonostante la tentazione fosse fortissima e frequente, almeno nella prima metà del libro.. una volta "nato" il protagonista si divora avidamente.

sabato 28 aprile 2018

Silenzi e voci. Le illustri assenti nella letteratura, le donne


Martedì 10 aprile si è tenuto l'undicesimo appuntamento della rassegna di arte, cultura e narrativa “Impronte Femminili” curata da Sara Cucchiarini, componente della commissione pari opportunità della Regione Marche. La rassegna vede la collaborazione di otto comuni della Provincia di Pesaro e Urbino con Fano come ente capofila.
L'assessora Pari Opportunità di Fano Marina Bargnesi ha introdotto le protagoniste del dialogo letterario: Maura Maioli, insegnante e scrittrice fanese e Anya Pellegrin, vincitrice dell'edizione 2017 del premio Valeria Solesin con la tesi “Stamping a Tiny Foot Against God” (titolo che deriva dalla critica mossa alla Woolf da un certo poeta britannico Theodore Roethke di cui, tra l'altro, molto poco ci è noto a parte la sua ironia sulla scrittura femminile).
La serata prende spunto dal testo di Virginia Woolf del 1929 "Una stanza tutta per sé" in cui la scrittrice pone come condizioni indispensabili alla scrittura una rendita annuale che copra le spese quotidiane e un luogo privato in cui potersi dedicare all'arte.

Attenzione: questa non è una relazione sulla serata, non vuole essere una recensione né un articolo, sono per il momento appunti di lettura: gli spunti di lettura consegnatici sono così tanti e così interessanti che non potevo lasciarli inoperosi accantonandoli tra le scartoffie delle conferenze cui partecipo. Rimeditando si allunga prepotentemente la lista dei libri in lista dei desideri... Toccherà trovare un secondo lavoro per poterli acquistare tutti.

Maura
Apre la conversazione letteraria sottolineando come la scrittura non possa prescindere dall'emancipazione e dall'istruzione e come l'istruzione nutra l'emancipazione femminile rendendola possibile attraverso la scrittura.
Nel 1816 una donna di diciannove anni è in fuga con il suo amante attraverso le Alpi, il cattivo tempo li costringe a fermarsi e in un rifugio e iniziano a raccontarsi storie di fantasia. Poco dopo il loro amico comune Lord Byron li inviterà a sfidarsi a chi scriverà la miglior storia di paura. La diciannovenne si chiama Mary Shelley e in poco tempo darà alle stampe Frankenstein.
Mary Shelley è lo stereotipo della donna che ha tutto ciò che serve per emanciparsi: è colta, facoltosa, figlia della filosofa proto-femminista Mary Wollstonecraft, e del filosofo politico William Godwin ed è tutto ciò che la Woolf forse avrebbe voluto essere perché, tornando al tema della rendita c'è bisogno di "penny da spendere per la amenità; in pernici e vino, bidelli e prati curati, libri e sigari, biblioteche e divertimenti". 
E tornando al tema della stanza per sé la Maioli cita un'intervista alla scrittrice Rosetta Loy che da ragazza (ha iniziato a scrivere a nove anni) scriveva nella stanza comune dove faceva i compiti insieme alle sorelle, da sposata scriveva sul tavolo da pranzo; per alcuni anni, con i figli piccoli, scrivere era stato per lei un miraggio (e forse è per questo che la sua prima pubblicazione è del 1974 quando aveva 43 anni).
Donatella di Pietrantonio invece, vincitrice del Premio Campiello 2017 con il romanzo L'Arminuta e dentista di professione, ricordava in un'intervista il disagio quando si ritrovò a confessare a suo padre la sua inclinazione per la scrittura.
Perché per secoli, e tutt'oggi, per una donna scrivere deve restare solo un passatempo nel migliore dei casi, l'importante è che non distragga troppo dai doveri quotidiani.

Intanto Anya e Maura sorridono ricordando il loro incontro e la prima chiacchierata che le ha trovate lettrici delle stesse opere e degli stessi temi.
Opere come "Leggere Lolita a Teheran" di Azar Nafisi, docente alla Johns Hopkins University, ex professoressa di letteratura presso l'Università di Teheran. Nel 1995 si licenzia dall'Università di Teheran e invita sette tra le sue studentesse migliori a seguire lezioni-dibattito private a casa sua ogni giovedì mattina con lo scopo di rileggere e interpretare opere controverse della letteratura come Lolita o Madame Bovary in chiave iraniana. Nelle pagine finali del libro si dice convinta della necessità di aggiungere alla lista dei diritti umani anche il "diritto all'immaginazione".
Infine viene citata Jane Austen. Scrive anche lei, come la Loy, in salotto. Descritte dalla Nafisi le donne di Orgoglio e Pregiudizio rivendicano una scelta, la scelta: c'è una donna che dice "no". E' inoltre un romanzo che vede la compresenza di più voci, le tensioni si creano e si risolvono attraverso il dialogo in una polifonia di voci che denota una struttura sostanzialmente democratica, c'è infatti abbastanza spazio per coppie di opposti senza che cerchino di eliminarsi a vicenda.
In questo risiede la pericolosità della Austen.
E la Austen oggi fa parte del Canone.

Ma...

Anya
Anya risponde proponendo la figura di Toni Morrison, Nobel per la letteratura nel 1993, donna, di colore, fu accusata di scrivere per un pubblico di colore... come se le persone di colore scrivessero solo per le altre persone di colore, le donne per le donne e gli uomini per tutti (???). La Morrison nelle sue opere parla di sesso e di violenza sessuale. Quando ha iniziato a scrivere di sesso le donne non parlavano né parlavano di sessualità femminile: le donne erano madri o mamy o puttane, mai donne che facevano sesso. La Morrison finalmente dà corpo alle donne, dà loro un corpo, spesso schiavo e posseduto, altre volte liberato, riconquistato con stupore e ironia.

La consapevolezza di sé emancipa così come la lettura emancipa il lettore.

Chi legge si riconosce e scopre se stesso.
Chi legge e non si riconosce scopre l'empatia.

Credo che queste ultime due frasi siano tra le cose più vere che abbia mai sentito sulla lettura: leggere non è solo un mezzo per accrescere il proprio livello culturale, non è qualcosa che dobbiamo fare per gli altri, per un numero, per un diploma, è qualcosa che possiamo fare per noi stessi, per crescere, conoscerci e conoscere meglio gli altri. Leggere può consegnarci il libretto di istruzioni per questa vita.

Maura
Le donne vengono in genere considerate le grandi assenti della letteratura ma in verità donne scrittrici ci sono sempre state, basti pensare a scrittrici come Christine de Pizan o Eleonora d'Aquitania o Maria di Francia e non solo in Francia: anche nelle Marche nel Cinquecento si sono segnalate illustri scrittrici e letterate (magari ci tornerò in un secondo momento).
Le donne dunque hanno sempre scritto molto ma ben poco è stato conservato, pochissimo, perché la conservazione è legata al concetto di canonizzazione.

Con il canone si celebra o si condanna al silenzio.

E il Canone è stabilito dall'autorità che di solito è MALE e WHITE: maschio e bianco.

Tariq Ali, in una conferenza alla facoltà di studi economici di Londra si chiese chi decidesse cosa leggere e cosa leggeremo. La risposta fu in realtà doppia: il premio Nobel per la Letteratura e il New York Times Book Review.
Qui di seguito il video di YouTube in cui si può trovare la conferenza, al minuto 13 parla del premio Nobel. La conferenza è totalmente godibile anche da chi non ha grandissima padronanza della lingua inglese in quanto Ali è un pachistano che parla un delizioso e comprensibilissimo inglese. 




Dunque male e white, maschio e uomo.
Se si prende uno dei testi di storia della letteratura italiana più in uso nelle scuole, il Baldi, nella parte dedicata alla letteratura contemporanea si trovano tre scrittrici: Amalia Rosselli e Ada Merini, poetesse ed Elsa Morante. Sempre nello stesso gruppo viene annoverato, tra gli scrittori, Enrico Brizzi... quello di Jack Frusciante è Uscito dal gruppo che sicuramente è una lettura piacevole ma è anche degna di trovarsi nelle antologie di letteratura italiana? Più della Deledda? Più della Ginzburg? A proposito... per curiosità ho passato in rassegna la mia sezione di letteratura italiana per vedere quali fossero le autrici contenute, con rammarico devo ammettere che sono solo ...: Deledda, Fallaci, Ginzburg e Morante. Nella stessa sezione includo anche la Levi-Montalcini e la Hack ma non le definirei proprio scrittrici, più saggiste.
Mea Culpa!

Il nostro infine si può definire un tempo di recuperi femminili.

L'orma Editore sta per esempio ripubblicando le opere di Annie Ernaux (no, non faccio finta di conoscerla, confesso l'ignoranza). La Adelphi sta pubblicando invece le opere di Irène Némirovsky, ebrea ucraina stabilitasi in Francia, scriveva in francese tra gli anni Venti e Quaranta, morì ad Auschwitz nel '42.
Da questi due recuperi si possono trarre due insegnamenti:
- la buona letteratura sa resistere al tempo e alla dimenticanza
- La resilienza come valore nell'esilio, e per una donna l'esilio è duplice.

Anya
La parola Canone nasce con accezione religiosa e forse restano tracce di questo sentimento religioso anche nel canone laico.
Nel 1994 Harold Bloom pubblica Il Canone Occidentale, tra i ventisei autori citati compaiono solo quattro donne: Austen, Eliot, Dickinson e Woolf; nella letteratura italiana contemporanea su ventuno autori solo una, la Ginzburg, è donna.
PS: al minuto 18 del video sopra pubblicato Tariq Ali critica con ironia il critico Bloom per la sua introduzione al Don Chisciotte di Cervantes.
PPS: Bloom nel suo saggio cita Shelley ma solo il poeta Percy Bisshe, non Mary.

Secondo il CANONE le donne praticamente non scrivono.

Quando Charlotte Bronte chiese in una lettera al poeta Robert Southey un parere sulle sue poesie questo rispose che "La letteratura non può essere l'occupazione di una donna e non dovrebbe esserlo. Più sarà coinvolta nei propri compiti e meno tempo libero avrà per essa, nemmeno come piacere." A questo link si può trovare la copia della cortese lettera del grande poeta. Charlotte Bronte dapprima si abbatte, in seguito scriverà Jane Eyre.
E devo purtroppo ricordare come la Woolf nel suo saggio sottolinei il rancore e la rabbia celata dietro lo scritto della Bronte come un grosso difetto che influisce negativamente sul valore letterario dell'opera.

Ma allora queste donne sono silenziose o silenziate?
Aphra Behn, la prima donna al mondo a vivere asclusivamente della sua scrittura, è totalmente assente dalle Antologie. Eppure è la prima scrittrice di professione. Bisessuale, accusata di spionaggio, di libertinaggio viene ricordata come colei che ha inventato il genere del romanzo moderno. E' sepolta in Westminster Abbey ma non nel Poet's Corner, da viva era apprezzata e amata, una volta morta fu ritenuta oscena e accantonata, esclusa dalle stanze dorate della letteratura.
Virginia Woolf dice che "tutte le donne insieme dovrebbero cospargere di fiori la sua tomba".
Altra donna silenziata è Elizabeth Gaskell che descrisse l'Inghilterra vittoriana negli stessi anni di Dickens, ed è inoltre la prima biografa di Charlotte Bronte. Il suo romanzo più rappresentativo, North and South, fu tradotto in italiano solo nel 2011.
Mary Shelley, come Aphra Behn, ebbe gran successo in vita e fu molto prolifica ma le sue opere vengono pubblicate solo perché è la moglie di, la sua prima biografia ufficiale uscirà solo negli anni Ottanta e tutt'ora in Italia viene snobbata considerando che la maggior parte delle sue opere non è tradotta.

Maura
In North and South della Gaskell si ritrova la narrazione delle prime lotte operaie e, soprattutto, la soluzione attraverso la cooperazione, la collaborazione.
Il conflitto viene risolto dalla Gaskell attraverso il dialogo, come nei libri della Austen.
Shelley, Austen, Gaskell, Eliot "scrivono come scrivono le donne" dice la Woolf.
Ma dunque ci sono differenze tra la scrittura femminile e quella maschile? Il punto non è riuscire a indovinare alla lettura se l'autore sia uomo o donna infatti uno dei più grandi autori del secolo passato, Marcel Proust, ha una scrittura del tutto androgina.

Toni Morton pensa che la letteratura del Novecento si distingua per il male: "sono atterrita di fronte all'attenzione che il respiro del male suscita"
Evil has a vivid speech (il Male ha un eloquio vivido), Good bites its tongue (il Bene invece si morde la lingua).
E allora sarà Toni Morrison a dare voce al Bene, il Bene che ha la facoltà di illuminare la domanda morale.

Anya

Dopo un momento psicologicamente pesante in cui Maura ci ha parlato del Male e della sua presenza nella letteratura del Novecento è bello ascoltare dalla voce di Anya le parole di Svetlana Alexievich, giornalista, reporter di guerra che ha raccontato dell'Afganistan, di Chernobyl e dei suicidi dopo la caduta dell'URSS. 
Anya cita il discorso per la consenga del Nobel che si trova integrale e tradotto in italiano a questo Link:

"Ho tre case: la mia terra bielorussa, la patria di mio padre dove ho vissuto tutta la vita; l'Ucraina, la patria di mia madre, dove sono nata; e la grande cultura russa, senza la quale non riesco a immaginarmi. Tutte mi sono molte care. Ma in quest'epoca, è difficile parlare d'amore"

Purtroppo assenti, di fronte a una platea ancora troppo femminile, l'assessore ai servizi educativi e alle biblioteche del Comune di Fano Samuele Mascarin e il vicesindaco assessore con delega alla cultura Stefano Marchegiani, l'assenza di esponenti maschili della politica locale in una serata così importante per la scrittura femminile, sottolinea purtroppo ancora come non siano in realtà le donne a essere silenziose quanto gli uomini a non prestare ancora la dovuta attenzione.

sabato 14 aprile 2018

Emile Zola: Nana - La pesantezza del Naturalismo


Capitolo 3 e ancora non scorre.

Forse è colpa mia: sono io, ormai stagionata, stufa di leggere di donne raccontate da uomini e mi faccio coinvolgere di più da donne descritte da penna femminile.



Fine capitolo 3, ancora nulla.

E' una dissezione della società parigina: i salotti, il tè, i discorsi...
Osservazione scientifica, lo sguardo come una cinepresa si sposta ora su questa, ora su quella conversazione, ora su questo, ora su quell'oggetto. Una mosca quasi.
La sensazione di toccare una scatola di metallo.
Troppo scientifico, non fa per me.

L'apice della maniacalità descrittiva, vera ostentazione di ritratti e oggetti, con opulente ridondanza verbosa di tutto quello che in una scena si può fisicamente e metaforicamente inserire, Zola la raggiunge al capitolo quarto durante il pranzo di Nana: commensali e lettore ne escono storditi al punto tale da necessitare di sbracarsi sul sofà con un buon caffè ristretto.
E di bis neanche a parlarne.
Non metto in discussione l'arte, di sicuro ognuno di noi ha un limite e il mio è il naturalismo di Zola.

1877 Nana - Édouard Manet
E' claustrofobico, ecco cosa è il Naturalismo per me.
La sovrabbondanza di oggetti, tappeti, ninnoli, vestiti, cappelli, polvere, persone... Li sento tutti attorno a me e mi soffocano, stringono...
In Nana la sovrabbondanza è esagerazione, eclettismo, in un crescendo malato di accumulazioni: si accumulano parole, oggetti, persone, perversioni. Nana è il desiderio di appagare impulsi superficiali, nutrire capricci e mai se stessi.
Detesto Nana, detesto Muffat e tutta quella corte dei miracoli che succhia o si fa succhiare fino al midollo per poi risputare o farsi sputare fuori come nocciolo di ciliegia spolpato, vittime e carnefici a turno, tutti vogliono qualcosa e nessuno è mai soddisfatto.

No, non mi è piaciuto, è stata dura arrivare fino alla fine e all'idea di leggere un altro Zola mi sale l'ansia da prestazione.
Germinal mi guarda dal ripiano della biblioteca, ammicca, lo ignoro e passo oltre.

Non nego però che ci siano alcuni spunti interessanti da approfondire che accennerò di seguito.

(Commento a metà della scrittura dell'approfondimento: AIUTO! il materiale di digressione è molto più ampio di quanto mi aspettassi... perdonate la lunghezza del post ma qui si fa come con le ciliegie: una tira l'altra e mi fermo solo per evitare l'indigestione che avverrà in un altro post) 

Per una digressione sulle puttane è su come muoiono vedi il post dedicato Come muoiono le puttane.

La Mignotte. Per deformazione non professionale tendo a focalizzare l'attenzione sul vocabolario e l'etimologia, il mio più grande sogno sarebbe possedere un Französisches Etymologisches Wörterbuch (FEW), dizionario etimologico della lingua francese: 25 volumi di vocabolario delle lingue gallo romanze... Perché? Perché ci ho messo occhi e mani sopra ai tempi degli studi e ancora ricordo come una sensazione fisica la sontuosità dell'opera, i volumooooni conservati nello studio della prof. di glottologia, accessibili solo a pochi eletti, li guardammo a turno in processione, rubandoci il tempo l'uno all'altro.
Ma torniamo alla nostra Mignotte, è il nome della tenuta che Nana, una mignotta, riceve in regalo da uno dei suoi amanti. Avevo letto d qualche parte o qualcuno mi aveva detto che il termine mignotta deriva dal latino filius m. ignotae, annotazione sui registri anagrafici dei neonati abbandonati.
E invece no! Deriva dal francese antico mignotte ovvero carina, graziosa, caduto in disuso a partire dal XVII secolo per essere sostituito dall'attuale mignon / mignonne e nel frattempo migrato in italiano con il significato di "favorita" da cui, appunto, mignotta, donna dai facili costumi.
Era una curiosità che dovevo togliermi visto che mi ha accompagnata come un tarlo per tutta la lettura.

Fontan
A fine post riporto dichiarazioni che Emile Zola rilasciò a Edmondo de Amicis nel corso di un colloquio incentrato sul suo modo di scrivere un romanzo ovvero che una volta deciso il soggetto della narrazione Zola iniziava dalla descrizione degli ambienti e delle situazioni in cui il personaggio può ritrovarsi. Dopo aver letto quelle dichiarazioni a mio avviso stride, circa a metà del romanzo, la parentesi stracciona di Nana, quasi che l'autore ce la abbia voluta schiaffare a forza inseguendo un filo conduttore serpeggiante in tutta la saga dei Rougon Maquart. La protagonista, arrivata all'apice della sua fortuna, abbandona tutto per vivere con un attoruncolo squattrinato che vive alle sue spalle costringendola di fatto a tornare sul marciapiede da cui era partita. Era passata da dea a spazzatura e il suo uomo (uomo?) le vomitava in faccia quotidianamente tutta la sua frustrazione di maschio fallito. Litigavano per noia, lei si faceva picchiare e sfruttare per poi accoccolarglisi accanto la notte e chiedere perdono.
Neanche un cane.
Nana e Fontan. 1880.
Sospesi in un tempo indefinito interpretano lo stereotipo di coppia violenta, basata su soprusi e sottomissioni che attraverso secoli di letteratura accompagnando i lettori dalla Griselda boccaccesca alle coppie scalcagnate di Céline. Di consolatorio c'è solo la sensazione di ritrovare vecchi compagni di viaggio. Di sconsolante c'è che da secoli, millenni, da sempre molte, troppe relazioni si basano su rapporti di forza.
Eppure la relazione nasce dal desiderio di purezza, un sogno di normale vita domestica, di quotidianità, di sogni avverati.
"Nella sua cotta per Fontan, sognava una piccola stanza luminosa, ritornando al suo antico ideale di fioraia, quando non vedeva più in là di un armadio di palissandro a specchio e di un letto ricoperto di reps azzurro"... ideale di fioraia... prostituzione... ecco che i libri sono come ciliegie!!! Ecco l'illuminazione, una delle tante, torna alla mente il Pigmalione di George Bernard Shaw e le parole di Eliza quando "è tutto finito": "Vendevo fiori. Non vendevo me stessa. Adesso che di me hai fatto una lady non sono adatta a vendere nient'altro. Preferirei che mi avessi lasciata dove mi hai trovata". E il sogno con Fontan si trasforma in fretta in incubo "Fontan le promise un altro schiaffo se si fosse mossa ancora. Poi spense la candela, si sdraiò supino e cominciò subito a russare. Lei, col viso nascosto nel cuscino, piangeva a piccoli singhiozzi. Era una vigliaccheria abusare così della propria forza. Aveva avuto veramente paura, tanto la maschera buffa di Fontan era diventata terribile. E non era più in collera con lui, come se lo schiaffo l'avesse calmata. Lei lo rispettava, si schiacciava contro il muro, sulla sponda del letto, per lasciargli tutto il posto... Facendo quelle considerazioni finì per addormentarsi, con la guancia calda, gli occhi pieni di lacrime, in uno sfinimento delizioso, in una sottomissione così languida, che non sentiva più neppure le briciole. (...) Non lo avrebbe fatto più, non è vero? Lo amava troppo, da lui, gli piaceva anche essere schiaffeggiata. (...) La maggior parte delle volte, dopo le botte, accasciandosi su una sedia, singhiozzava per cinque minuti. Poi dimenticava tutto, e diventava allegrissima, con canti, risate e corse che riempivano l'appartamento del volo delle sue gonne. (...) Litigare era un modo per ammazzare il tempo".

Steiner
E poi c'è la questione ebraica. L'avevate notato? Probabilmente attanagliata dalla lettura di una storia morta in partenza ho cercato continuamente appigli per mantenere vivo l'interesse. Come quando sui banchi di scuola ci si dava pizzicotti a vicenda per tenersi svegli ho cercato particolari che potessero risvegliare l'interesse. E uno di questi riguarda Steiner, il banchiere ebreo. In realtà c'è ben poco per appigliarsi, solo che a un certo punto Nana "lo trattava da sporco ebreo, e sembrava così appagare un antico odio" e prima ancora Vandeuvres ritrae lo spettacolo che dà il banchiere: "Il banchiere era celebre per i suoi colpi di fulmine; quel terribile ebreo tedesco, quell'affarista le cui mani maneggiavano milioni, diventava un imbecille quando si incapricciava di una donna, e le voleva tutte (...) a qualsiasi prezzo. Come diceva Vandeuvres, le donne vendicavano la morale, ripulendogli la cassa" . Il caso Dreyfus sarebbe scoppiato solo diciotto anni dopo ma la questione dell'antisemitismo non era sconosciuta, dopotutto è dai tempi di Shakespeare che si affaccia nella letteratura europea. Riassumendo, Dreyfus era un soldato ebreo accusato nel 1898 di alto tradimento. Zola scrisse un editoriale a sei colonne sul giornale socialista L'Aurore per denunciare i persecutori di Dreyfus trasformando quello che era un problema di giustizia militare in una questione di antisemitismo.
E l'Affaire Dreyfus è IL caso che impegnerà la Francia dalla Guerra Franco Prussiana fino alla Prima Guerra Mondiale ovvero dal finale di Nanà fino a poco oltre la morte del suo autore. E la stessa Guerra Franco Prussiana ricorrerà come tema in quasi tutti gli autori di quegli anni da Zolà a Huysmans (Sac au Dos) a Maupassant (Deux amis), si insinua nella tela del romanzo alla fine del terzo capitolo sulle labbra di madame Du Joncquoy "Voi dite che monsieur de Bismarck ci dichiarerà guerra e ci batterà... Oh, questa sì che è grossa!" e scoppierà in un crescendo di grida fuori dal Grand Hotel in cui [SPOILEEEEEEERRRRR] muore Nana "A Berlino! A Berlino!" come se fosse una questione personale di ogni francese contro ogni tedesco.
O di ogni francese contro ogni altro.
E l'ironia di queste grida risiede nel fatto che la pubblicazione dei Nana è del 1880 e la Guerra Franco Prussiana si è conclusa nove anni prima con la cocente sconfitta dei francesi nella battaglia di Sédan. Una sconfitta che ebbe pesanti ripercussioni nella politica francese tento da portare alla caduta del terzo impero e alla nascita della Repubblica.

[ATTENZIONE SPOILEEEEEEERRRRR]

La morte di Nana
E giungiamo infine alla morte di Nana.
Credo di non aver mai letto qualcosa di più deludente della morte di Nana. Circondata da curiosità morbosa e tuttavia sola, Zola ci consegna un finale moralista alla Laclos vecchio di un secolo. L'autore non lascia spazio all'immaginazione del lettore, non gli permette di trarre da solo le proprie conclusioni ma spiattella le proprie in due parole privando il lettore della soddisfazione di dare all'opera il suo significato.
"Una vivida luce rischiarò bruscamente il viso della morta. Lo spettacolo era orribile. Tutte fremettero e fuggirono. (...) Nanà restò sola, col viso all'aria, nel chiarore della candela.  Era un carnaio, un ammasso di pus e di sangue, una palettata di carne marcia, buttata là, su un cuscino.  Le pustole avevano invaso tutto il volto, i bubboni si toccavano l'uno con l'altro, e, avvizziti, disfatti, grigiastri come il fango, sembravano già una muffa della terra, su quella poltiglia informe, nella quale non si distinguevano più i lineamenti.  Un occhio, il sinistro, era completamente sparito nel gonfiore della purulenza, l'altro, semiaperto, s'incavava come un buco nero e marcio.  Il naso suppurava ancora.  Una crosta rossastra partiva da una guancia, e invadeva la bocca, che tirava in un riso orrendo.  E, su quella maschera spaventevole e grottesca del nulla, i capelli, i bei capelli, conservavano il loro fiammeggiare di sole, e si spargevano in un'onda d'oro.  Venere si decomponeva.  Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito."
E' il tema della putredine, caro a Zola, che striscia lungo tutto il romanzo, della contaminazione dentro-fuori: il marcio di dentro che si rivela, il marcio fuori che contamina e avvelena.
Nella descrizione che Fauchery fa di Nana sul giornale, al capitolo settimo, troviamo la descrizione più oggettiva della donna, una descrizione che non si sofferma alla bellezza e al fascino cui tutti sembrano essere assoggettati ma la ritrae dall'interno, svelandone il marcio: "vendicava i pezzenti e i falliti di cui era il prodotto. Attraverso di lei, la putredine lasciata fermentare nel popolo, risaliva e infettava l'aristocrazia. Era una forza della natura, un inconscio fermento di distruzione." E Muffat comprende tutta la verità di quella descrizione, ciononostante non può fare a meno di quella donna "Era proprio così: in tre mesi ella aveva contaminato la sua vita; si sentiva già inquinato fino alle midolla da sconcezze che un tempo non avrebbe neppure immaginato. Sentiva che in lui tutto stava imputridendo. Ebbe subitanea coscienza dei rischi del male: vide la disgregazione causata da quel fermento, lui avvelenato, la sua famiglia distrutta, un angolo della società che scricchiolava e colava a picco. E, non potendo distogliere gli occhi da Nana, la guardava fissamente, cercando di riempirsi l'animo del disgusto della sua nudità."
Il tema dello sporco e della distruzione si ripetono, come onda arriva e poi viene risucchiata dalla risacca per tornare poco dopo: "Non le bastava distruggere le cose, le voleva sporcare. Le sue mani, così sottili, lasciavano tracce ignobili, decomponevano tutto quello che avevano spezzato. (...) Uscì di casa elegantissima, per andare ad abbracciare Satin per l'ultima volta, impeccabile, solida, tutta nuova, come se non fosse mai stata usata."
Come una fenice sembra risorgere e purificarsi nel fuoco ogni volta. Ogni volta, toccato il fondo, dimentica il marcio e lo fa dimenticare a chi la circonda. Ogni volta fino all'ultimo.
Per una carrellata di puttane celebri invito a seguire il link Come muoiono le puttane.

Caricatura di Zola a seguito del suo J'Accuse
Per approfondire la scrittura di Zola lascio le parole di Edmondo de Amicis in Ricordi di Parigi del 1879 in cui vengono riportate le dichiarazioni di Zola intorno alla sua opera di romanziere: "Io non so inventare dei fatti; mi manca assolutamente questo genere di immaginazione. Se mi metto a tavolino per cercare un intreccio, una tela qualsiasi di romanzo, sto anche lì tre giorni a stillarmi il cervello, colla testa fra le mani, ci perdo la bussola e non riesco a nulla. Perciò ho preso la risoluzione di non occuparmi mai del soggetto. Comincio a lavorare al mio romanzo, senza sapere né che avvenimenti vi si svolgeranno, nè che personaggi vi avranno parte, né quale sarà il principio e la fine. Conosco soltanto il mio protagonista, il mio Rougon o Macquart, uomo o donna; che è una conoscenza antica. Mi occupo anzi tutto di lui, medito sul suo temperamento, sulla famiglia da cui è nato, sulle prime impressioni che può aver ricevute, e sulla classe sociale in cui ho stabilito che debba vivere. Questa è la mia occupazione più importante: studiare la gente con cui questo personaggio avrà che fare, i luoghi in cui dovrà trovarsi, l'aria che dovrà respirare, la sua professione, le sue abitudini, fin le più insignificanti occupazioni a cui dedicherà i ritagli della sua giornata. Mettendomi a studiare queste cose, mi balena subito alla mente una serie di descrizioni che possono trovar luogo nel romanzo, e che saranno come lo pietre miliari della strada che debbo percorrere. Ora, per esempio, sto scrivendo Nana: una cocotte. Non so ancora affatto che cosa seguirà di lei. Ma so già tutte le descrizioni che ci saranno nel mio romanzo."

Sono dunque le descrizioni degli ambienti in cui si muove il personaggio che danno vita alle storie, creano intrecci...
E poi il bisogno di sconvolgere, fare rumore per dimostrare di esistere.

"- Qui non si fa nulla, - disse, smettendo per la prima volta il pugnale, ma riafferrandolo subito, - nulla, se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati, levati in alto dal bollore delle ire nemiche. Il parigino non compra quasi mai il libro spontaneamente, per un sentimento proprio di curiosità; non lo compra che quando glie ne hanno intronate le orecchie, quando è diventato come un avvenimento da cronaca, del quale bisogna saper dir qualche cosa in conversazione. Pur che se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto; non c'è che il silenzio che uccida. Parigi è un oceano; ma un oceano in cui la calma perde, e la burrasca salva. Come si può scuotere altrimenti l'indifferenza di questa enorme città tutta intenta ai suoi affari e ai suoi piaceri, ad ammassar quattrini e a profonderli? Essa non sente che i ruggiti e le cannonate. E guai a chi non ha coraggio!"