mercoledì 12 ottobre 2011

Cartier Bresson: Una questione di soggetto

Sabato 8 Ottobre 2011. Penultimo giorno per visitare la mostra di Henry Cartier-Bresson al Centro Internazionale di Fotografia Scavi Scaligeri di Verona.
Giornata fresca e assolata.
Fuori, un'orda di turisti prende d'assalto la città, teleobiettivi da reporter e borse piene di shopping.
Dentro, una discreta affluenza, silenziosa, a tratti assorta, a tratti distratta.


Nel percorso le fotografie si srotolano una dietro l'altra e una sull'altra. A volte si torna indietro per afferrare qualcosa che a prima vista era sfuggito ma che rimuginando torna alla mente.
Per ogni immagine si fanno strada come un tormentone le stesse domande: 
Chi è il soggetto?
Dove è il soggetto?
Henri Cartier-Bresson 1946
FRANCE. Paris. Pont des Arts.
French writer and philosopher,
Jean-Paul SARTRE. 1946.
In alcune foto, principalmente i ritratti, il soggetto può apparire chiaro: è a fuoco, nitido, in primo piano ma sempre inquadrato nel contesto per lui più rappresentativo o familiare. Così il ritratto del filosofo-scrittore Jean-Paul Sartre potrebbe sembrare una banale fotografia dell'artista ripreso in un qualsiasi luogo di Parigi se non fosse che analizzando meglio la composizione e la geografia del luogo si scopre che il luogo della ripresa è il Pont des Arts a Parigi (e questo ce lo dice lo stesso Bresson nella didascalia della foto), la figura dell'artista è rivolta verso il Palais du Louvre e alle spalle, avvolta nel bruyard parigino, la Bibliothèque Mazarine.
William Faulkner viene ritratto nel giardino di casa sua, distrattamente impegnato a guardare altrove e dietro di lui giocano i suoi due cani; lo scultore Alberto Giacometti è ripreso impietosamente mentre attraversa la strada sotto un'intensa pioggia e Saul Steinberg rilassato in compagnia di un gatto passeggero. Non ci sono flash o luci soffuse, nessuno guarda in camera sorridendo plasticosamente. Le figure ritratte sono assorte nei loro pensieri, in conversazioni con altre persone e rimandano lo sguardo e la mente dell'osservatore (noi) ad altri luoghi, altri soggetti, altre domande. A cosa stanno pensando? Con chi stanno parlando? Cosa stanno guardando?


 Henri Cartier-Bresson 1933SPAIN. Andalucia. Seville. 1933.
Nelle fotografie di paesaggi urbani molto spesso viene da chiedersi se Bresson sapesse davvero fotografare: soggetti in secondo o terzo piano, fuori fuoco, mossi, in un rimando continuo, giochi di sguardi e di rimandi che spostano l'attenzione da un punto all'altro dell'immagine alla ricerca del soggetto nel dipanarsi delle geometrie urbane di linee rette, oblique, curve che a volte sostengono e altre ingannano lo sguardo del fruitore.


Henri Cartier-Bresson 
FRANCE. The Var department. Hyères. 1932.
Talvolta non è tanto il "cosa" o "chi" che importa. E' il "come".
Come - in movimento - a dispetto della staticità dell'ambiente circondante.
Come - assorto - in pensieri che rimandano altrove.
Come - attento - coinvolto emotivamente in qualcosa che si svolge oltre l'obiettivo, oltre la scena, alle spalle del fotografo.
Henri Cartier-Bresson 1969
FRANCE. Haute-Garonne. Toulouse. 
Municipal stadium. 1969.
Semi-final of the French Rugby
Championship, 1st division.
Bègles is playing against Dax.
Bresson sa cosa attira lo sguardo dei soggetti ma non gli interessa. I soggetti osservano uno spettacolo, un personaggio, un evento di importanza storica che assorbe totalmente la loro attenzione mentre per il fotografo ciò che è veramente importante è la reazione dell'Uomo a ciò che accade oltre l'obiettivo. E' la micro-Storia degli uomini che viene ritratta a discapito della Storia degli Eventi e dei Personaggi.


Henri Cartier-Bresson 
BELGIUM. Brussels. 1932.

Altre volte il fulcro dell'attenzione si trova al di là di un muro, una barriera, ed è sconosciuta allo stesso fotografo che tuttavia non se ne cura.


Henri Cartier-Bresson L'Aquila degli Abruzzi 1959 


Tra le tante fotografie poi, una micro-storia tutta per noi.
Ci fermiamo attratti da una didascalia, "L'Aquila degli Abruzzi 1959". Mia mamma la guarda, sorride e racconta la sua infanzia a Ortona, in Abruzzo, quando la mattina del giorno di festa le donne del paese abbigliate di nero portavano le ramine (per noi teglie), piene di ogni leccornia, al forno per la cottura. Per le strade era un frusciare di abiti neri da lavoro, veloci e indaffarati e uno scorrere di profumi misti dolci e salati.


La fotografia non può rendere il suono del frusciare degli abiti né i profumi del forno, né i discorsi delle massaie.


Per quello servono i ricordi e chi li racconta.

lunedì 21 giugno 2010

Giovediamoci al Balì - Il cielo di Dante



Ecco, ci risiamo, ricominciano le giornate calde e lunghe (non quella di oggi) e ricominciano le uscite, le escursioni, le manifestazioni.
In realtà non è che durante l'inverno me ne sia stata con le mani in mano e le zampe in casa ma con il sole tutto diventa più facile, persino svegliarsi la mattina dopo le uscite serali infrasettimanali che evito sin dai tempi del liceo.
Giovedì 17 c'è stata un'interessante serata a base di Dante e astronomia che ha messo d'accordo me e il Teo. Dante per me, astronomia per il Teo. E, visto che le cose belle sono ancora più belle se condivise, ci siamo portati dietro altri due amici.
Prima parte: introduzione alla Divina Commedia, lezione sui riferimenti astronomici nella DC, emisfero boreale e australe (australe poco ma che volete nel 1300), escursus sui personaggi che maggiormente hanno contribuito a darci la visione del cielo che conosciamo e spiegazione di molti di quei termini infernali che una persona a digiuno di cielo come me conosce per sentito dire e niente più.
Seconda parte: Planetario. Abbiamo percorso insieme a Dante il viaggio guardando nel cielo e ritrovando le stelle e i pianeti di cui parla nella sua opera.

Ma che bellezza!!!
Tutte quelle parole che al liceo sembravano senza senso finalmente si sono svelate, dischiuse.
Sono sicura che in ambito accademico l'opera di Dante venga sviscerata come pesce pescato ma chi li sta a sentire? Molto spesso argomenti interessanti rimangono chiusi all'interno delle aule dell'università a uso esclusivo di professori tromboni che fagocitano tutto come quei lontani parenti che chissà perché hai invitato al matrimonio e che al ricevimento si abbuffano.

E' bello poi che le guide del museo del Balì (definiti, ahimè, impropriamente "animatori" neanche fossimo alla Valtur") si cimentino in opere di ricerca accattivanti che attraggono visitatori e pubblico nei musei.
Eh sì perché nemmeno la presidentessa della Fondazione Museo del Balì ha saputo trattenere il suo stupore di fronte al gran numero di uditori in sala, speriamo che questo porti ad affrontare nuovamente il binomio astronomia-letteratura (o semplicemente astronomia e arte).

Tornando a casa in macchina col Teo ci siamo confrontati su quanto visto e su quanto si potesse ancora fare o approfondire... che possiamo farci? Non ci accontentiamo mai. Mille idee e mille altre soluzioni ma... andava bene così, non si può diventare esperti con una conferenza ed è lodevole quanto sia già stato fatto.

Risultato della serata?
Ho ritirato fuori la Divina Commedia alla ricerca dei passaggi illustrati durante la lezione per vedere di cavarci fuori dell'altro e soprattutto con il solito improponibile proposito di rimettermi a leggere,
un giorno,
questa volta per davvero,
quest'opera.
Chi sa che non impari anche ad apprezzarla come dovrei rimuovendo tutti gli atroci ricordi di liceale.

martedì 8 dicembre 2009

Ciao amore mio peloso

Ciao amore mio peloso.

Sei nata sotto il sole di agosto mentre dal cielo cadevano stelle e il giorno del mio compleanno sei venuta a casa con me.
C'era una cucciolata di micetti rossi, grigi, tigrati e neri, tutti bellissimi, tutti già presi in braccio dai loro futuri padroni, solo tu restavi nel cartone, guardavi in alto, buona buona, e io dissi "Voglio lei". In casa nostra non c'era nulla per te e andammo insieme a fare shopping: lettiera, ciotola, trasportino e tra gli scaffali del negozio facesti finalmente sentire la tua voce.
Micia chiacchierona.

I cuccioli di casa giocano rincorrendosi la coda nel bidè, tu lo facevi in una ciotola d'argento; hanno un collarino con sonaglio, per il mio matrimonio ti mettemmo un bel fiocco bianco al collo; mangiano per terra, tu sempre a tavola con noi e negli ultimi anni avevi scelto il mio ginocchio, dove aspettavi il tuo turno.
Gattostoviglie.

Compravo mezzo pollo e ce lo dividevamo: la polpa succosa a te e gli ossi da rosicchiare a me poi, buttati i resti, dovevo coprire la spazzatura con qualcosa di pesante per impedirti di rumarvi dentro e continuare il pasto. Mi è capitato, tuttavia, di trovare ossi in giro, sotto il lettone, confidavi nel mio sonno pesante. Rubavi il cibo da tutti i piatti, a mia nonna rubasti un'intera bistecca per mangiartela con soddisfazione sotto una poltrona della sala, anche le torte al cioccolato ti piacevano, le pizzelle, i gelati, una volta afferrasti con i denti la mia fetta di tacchino e fuggisti sotto il tavolo, ti inseguii e, tenendoti sotto il braccio sinistro, ti strappai la preda dai denti, la rimisi nel piatto e continuai a mangiare. Eravamo un po' disgustose io e te: una forchetta in due, una patatina mangiata muso a muso.
Micia famelica.

Quando eri piccola dormivi sul mio cuscino e, quando studiavo alla scrivania, sulle mie spalle. Poi non ti bastarono più e decidesti che sotto la lampada da studio era molto meglio e io cercavo di non occupare il tuo spazio coi miei libri. All'università ti facesti sfrontata e decidevi tu quando dovevo prendermi una pausa per coccolarti, ti acciambellavi sui miei testi, io ti guardavo e ti chiedevo "Beh?", tu mi guardavi e rispondevi "Meh!", dimenticavo le pagine e ti stringevo forte al petto, sotto il mio collo, e la tua soddisfazione era la mia gioia. Ma le nanne più goduriose erano quelle sul divano, nei pomeriggi del fine settimana, non bastavano mai ed ero tutta per te. Hai sempre preferito la mia spalla sinistra, col musetto sotto il collo e la zampina destra ad abbracciarmi. Sotto la copertina si raggiungevano temperature altissime, mi toglievo i calzini e lasciavo uscire i piedi dalla coperta.
In casa con Matteo vigeva per te una regola strettamente rispettata: quando tu dormivi su uno di noi, questi era costretto all'immobilità assoluta, divieto di alzarsi, anche per andare al bagno, e, se squillava il telefono, si parlava sottovoce per non disturbarti.
A Sacile avevi la tua postazione preferita: una scrivania davanti alla finestra e vicino al termosifone, vi ponemmo sopra una copertina in pile e un cuscino, ogni tanto chiamavo Matteo e dicevo "Guarda la Micia", non facevi assolutamente nulla, dormivi e russavi, ma era tanto bello guardarti che ce ne stavamo così, imbambolati, il mento sulla mano, orgogliosi della tua bellezza e appagati dalla tua serenità.
A Fano un posto caldo per te non c'era nello studio, allora mi toglievo la vestaglia, la adagiavo in terra e tu ti ci acciambellavi sopra. All'inizio quante fusa di gratitudine, poi hai cominciato a pretenderlo: ti mettevi ai piedi della scrivania e "Mao, mao, mao, mao", fino a che cedevo, mi spogliavo, buttavo i vestiti ancora caldi per terra e tu eri contenta.
La notte mi salivi sul petto , "prrrr", e nel buio vedevo i tuoi occhioni cerchiati di ombretto bianco, ti accucciavi, riponevi le zampine sotto il petto, a gallinella, e aspettavi paziente che mi svegliassi.
Micia sonnacchiosa.

Eri sempre la prima ad accogliermi alla porta, dietro di te veniva il Pelosetto che si stiracchiava. Matteo dice che sentivi che stavo arrivando con minuti di anticipo.
Qualche volta tentavi la fuga, perché le porte chiuse a te proprio non piacevano, di solito chiacchieravi, contenta di poter parlare finalmente con qualcuno, "Cosa hai fatto oggi Micia?", mi raccontavi la tua giornata e io ti raccontavo la mia "Sai, ho visto proprio un bel gattone qui sotto". Il Pelosetto vuole solo coccole, tu da me volevi di più, mi trattavi alla pari, da gatto a gatto, ci soffiavamo, ci annusavamo, ruggivamo, incrociavamo il collo sul letto. Anche con gli ospiti eri una perfetta padrona di casa, con te il comitato d'accolgienza era al completo, prima li scrutavi dal basso annusando le scarpe, poi salivi sul tavolo per metterti muso muso con i nuovi venuti, infine decidevi: o non ti interessavano e ti ritiravi nei tuoi appartamenti, oppure decidevi che potevano anche andare bene e ti accoccolavi sul divano con noi, magari sulle gambe del malcapitato che sentiva le tue unghiette perforare i jeans e sfiorare la carne e guai a toglierti, altrimenti gambe e jeans erano perduti.
Che caratterino.
Già, carattere ne avevi, una volta il veterinario di Fano, vedendoti impaurita e tutta incollata a me, per rassicurarti, volle farti una carezza e si avvicinò più di quanto tu consentissi. E' stato bravo, bravo davvero a schivare la tua zampata che mirava alla giugulare. Bruno invece eliminò il problema alla radice: eri nel suo garage per una sosta breve e lui doveva passare proprio di lì. Ti vide, minacciosa e soffiosa, con la mente lo avevi già sbranato. Tornò sui suoi passi e preferì fare il giro tutto intorno alla casa piuttosto che scontrarsi con te.
L'apice delle malefatte lo toccasti a Bellocchi: avevi un terrazzo tutto per te ed eri felice perché da lì arrivavi sul tetto e potevi scaldarti al sole sulle tegole. Matteo una volta si affacciò e scoprì che invece lassù ci andavi a fare i bisogni senza il tormento del Pelosetto. Ci volle un pomeriggio intero per ripulire tutto ma io mi ammazzavo lo stesso dalle risate.
In fondo eravamo noi i tuoi complici, come quando in due ti sorreggevamo per aiutarti ad acchiappare le farfalline attorno al lampadario. Avevi due umani al tuo servizio. Oppure quando, durante la nevicata del 1996 a Verona, la prima della tua vita, ti portai nel parcheggio e ti appoggiai sulla Uno della mamma per farti sentire la neve, non ti è piaciuto proprio, camminavi col passo dell'oca scrollando le zampine infreddolite. Poi ti riportai in casa e ti asciugai e riscaldai per benino. Davvero il freddo non ti piaceva. Avrei dovuto comprarti una casa col caminetto e accenderlo solo per te. Sai che ronfate con quel calore?

Come si fanno a descrivere quattordici anni della tua e della nostra vita?
Le fette di tacchino, i rotolini al sole di primavera, i tuoni che ti facevano fuggire nello stanzino o sotto i mobili di cucina, il rumore di scatolette aperte che ti faceva accorrere subito, il tuo sentirmi prima che arrivassi sotto il portone di casa e la tua apprensione quando mi sentivi triste. Chi sa se sapevi cosa erano le lacrime, quest'acqua salata che mi leccavi dal viso e che ti faceva fare le fusa e strusciare il tuo muso contro il mio, mi guardavi con i tuoi occhioni grandi e buoni e tornavo serena.
C'era qualcosa tra me e te.
L'ultima volta ti ho coccolata io, sul letto, ti ho portato una scatoletta di tonno in una ciotola per cena e ci hai tuffato dentro il muso, poi hai stretto i denti e non ne hai più voluto sapere. Il Panico.
La corsa dal veterinario, tu mi guardavi in macchina e miagolavi piano, avevi ancora delle cose da dirmi, il corpo ti abbandonava ma tu eri ancora lì. Sul tavolo ti accarezzavo la zampina, i tuoi grandi occhi dentro i miei e tu mi parlavi ancora. Poi ti ha portata via, giù per le scale, e io non ti ho vista più. La notte si è fatta giorno e poi ancora notte fino a che non sono caduta anch'io nel sonno.

Sento che questo dolore mi unisce ancora a te e non voglio separarmene, voglio tenermelo stretto come stringevo te, coccolarlo, come coccolavo te, nutrirlo dei tuoi e dei nostri ricordi. Mi resta questo, tre unghiette, due crocchini, un ciuffo di pelo.
Adesso è il dolore a tenermi calda la notte, ha preso il tuo posto. Tu che eri con me, su di me, dentro di me. Tu che eri amore puro, calore umano, dolcezza infinita, riempivi le mie braccia e il mio cuore... quanto le ho sentite vuote e pesanti riportando a casa la tua cuccia vuota.
Vorrei ricordarti al sole di primavera, baciata dai raggi. Tutto quello che riesco a ricordare sono i tuoi occhioni spalancati, terrorizzati, e la tua voce a dirmi "non mi lasciare", in un ultimo sguardo infinito.

Sei nata col sole e il sole è stato sempre con te, nel tuo mantello, nei tuoi occhi. Da quando sei andata via la mattina c'è un gran nebbione e di giorno solo nuvole.

Novembre fa schifo.

sabato 15 agosto 2009

Alba al porto

Con la mancanza di sonno e con molta intelligenza sono cresciuto un po' pazzo, penso, come tutti gli uomini che vivono sul mare molto vicini gli uni agli altri, e così vicini tuttavia a tutto ciò che è mostruoso sotto il sole e sotto la luna.
William Golding

Un panorama fatto di campanili e mare aperto dove è marcata a forti contrasti la linea che separa il cielo dall'acqua.
Credo che a volte si nasca col mare dentro.

lunedì 10 agosto 2009

Riccardo Prigioniero


Nel 1193, conclusa la spedizione in Terra Santa, Riccardo I si accingeva a tornare in patria. Venne catturato da Leopoldo V, duca d'Austria che lo cedette a Enrico VI, capo del Sacro Romano Impero.
Durante la prigionia Riccardo scrisse "Ja nus hons pris", Mai nessun prigioniero, diretto alla sorella Maria di Champagne, per esprimere il senso d'abbandono che lo aveva colto, lontano dal suo popolo, lontano dai suoi familiari.

Ja nuns hons pris ne dira sa raison Mai nessun prigioniero potrà esprimere
A droitement, se dolantement non: Bene quel che sente, senza lamentarsi:
Mais par esfort puet il faire chançon. Ma sforzandosi puo' comporre una canzone.
Mout ai amis, mais povre sunt li don. Ho molti amici, ma poveri sono i loro doni.
Honte i avront, se por ma reançon Saranno biasimati, se per non darmi riscatto,
Sui ça deus yvers pris. Son già due inverni che sono qui prigioniero.

Ce sevent bien mi home e mi baron, Ma i miei uomini e i miei baroni,
Ynglois, Normanz, Poitevin et Gascon Inglesi, Normanni, Pittavini e Guasconi,
Que je n'ai nul si povre compaignon Sanno bene che non lascerei marcire in prigione
Que je lessaisse, por avoir, en prison. Per denaro neanche l'ultimo dei miei compagni.
Je nou di mie por nule rentrançon, E non lo dico certo per rimproverarvi,
Car encor sui pris. Ma perché sono ancora qui prigioniero.

Or sai je bien de voir, certeinnement, Ora so bene, con certezza,
Que je ne pris ne ami, ne parent, Che un prigioniero non ha più parenti nè amici,
Quant on me faut por or ne por argent. Poiché mi si tradisce per oro o per argento.
Mout m'est de moi, mès plus m'est de
ma gent; Soffro molto per me, ma più per la mia gente,
Qu'après ma mort avront reprochement, Poiché, dopo, la mia morte sarà biasimata
Se longuement sui pris. Se a lungo resterò prigioniero.

N'est pas mervoille se j'ai le cuer dolant, Non c'è da meravigliarsi se ho il cuore dolente,
Quant mes sires mest ma terre en torment. Dato che il mio Signore tormenta la mia terra.
S'il li membrast de nostre soirement Se si ricordasse del nostro giuramento
Que nos feïsmes andui communement, Che entrambi facemmo di comune accordo,
Je sai de voir que ja trop longuement So con certezza che mai, adesso,
Ne seroie ça pris. Da così tanto sarei prigioniero.

Ce sevent bien Angevin et Torain, Lo sanno bene gli Angioini e i Turennesi,
Cil bacheler qui or sont riche et sain, Quei baccellieri che son sani e ricchim ora,
Qu'encombrez sui loing d'aus, en autre main. Che io sono lontano da loro, in mano ad altri.
Forment m'aidessent, mais il n'en oient grain. Mi aiuterebbero molto, ma non ci sentono.
De beles armes sont ore vuit et plain, Di belle armi e di scudi sono privi,
Por ce que je sui pris. Perché io sono qui prigioniero.

Contesse suer, vostre pris soverain Sorella Contessa, che conservi e protegga
Vos saut et gart cil a cui je m'en clain; Il vostro alto pregio Colui cui mi appello
E por ce que je sui pris. E per cui sono prigioniero.
Je ne di mie a cele de Chartrain, E non lo dico certo a quella di Chartres,
La mere Loëys.
La madre di Luigi.

Il realtà re Riccardo non fu abbandonato proprio da tutti, la madre Eleonora d'Aquitania scrisse più volte al papa Celestino III lettere accorate in cui implorava la liberazione del figlio:

Lettera I
"[...] Il nostro re è confinato e da ogni parte l'angoscia lo opprime. Voi vedete le cose, la caduta dell'impero, la malizia dei tempi, la crudeltà del tiranno che incessantemente forgia armi di iniquità dalla fornace dell'avarizia contro il re che, nel suo santo pellegrinaggio sotto la protezione del Dio dei cieli e il supporto della Romana Chiesa, ha catturato e costretto in catene e che sta uccidendo con la prigione. [...] Rattrista pubblicamente la Chiesa ed eccita i mormorii del popolo alle spese della considerazione che hanno di Voi che, di fronte a tale crimine, a tali lacrime, alle suppliche di così tante provincie, non avete inviato un messaggero a questi principi. Spesso, per cause insignificanti, i Vostri cardinali sono stati inviati in legioni, persino in regioni barbare; eppure per questa ardua causa comune non avete inviato un suddiacono o un accolita. Il profitto fa i legati oggi, non il rispetto per Cristo, né l'onore della Chiesa, né la pace dei regni o la salvezza delle popolazioni"

Lettera II
"[...] Padre di grazia, prego per la fama di abbondanza di vostra grazia, che liberiate l'innocente dalla bocca del leone e dalla mano della bestia. Quale vantaggio prendereste dal suo sangue, che è stato visto dalla vostra mano? Svegliatevi. Signore, perché dormite, alzatevi e non nascondetevi da noi per sempre. Se non il dolore di questa infelice peccatrice, o altissimo pontefice, possa il clamore del povero, la vista dell'incatenato, il sangue dell'ucciso, la spoliazione delle chiese e l'oppressione diffusa muovervi. [...] Quale scusa può modificare la vostra mancanza di cura quando è chiaro a tutti che avete il potere di liberare mio figlio ma non ne avete la voglia? nessun re, né imperatore, né duca è esentato dalla vostra giurisdizione"

Lettera III
"[...] Le mie viscere sono estratte da me, la mia famiglia è allontanata. Il giovane re (Enrico) e il conte di Britannia (Geoffrey), riposano nella polvere, e la loro infelice madre è destinata a essere tormentata irrimediabilmente dalla memoria della morte. Due figli rimangono a mio sollievo che oggi sopravvive per punirmi, miserabile e condannata. Re Riccardo è tenuto in catene. Suo fratello, Giovanni, riduce il suo regno con il ferro e lascia che si rovini con il fuoco. In tutto il Signore è crudele verso di me e mi attacca con la sua mano. I miei figli combattono tra loro in una lotta in cui, mentre uno è ridotto in catene, l'altro, aggiungendo dolore a dolore, medita per usurpare il regno con crudele tirannia.
[...+ Davvero Voi potreste offrire la vostra vita per lui, Voi che fin'ora non avete voluto dire o scrivere una parola. Tre volte ci sono stati promessi legati ma non sono stati inviati; se posso parlare francamente sono molto più "legati" (in catene) che messaggeri. Se mio figlio fosse in prosperità arriverebbero a una semplice chiamata perché si aspetterebbero ricca ricompensa."

Da queste lettere si intuisce che il papa preferisse temporeggiare per vedere un po' come andavano le cose: l'Inghilterra non era una potenza comparata al Sacro Romano Impero di Enrico VI così Celestino III si limitava a promettere ambasciatori senza però inviarli. Alla fine però, forse per il mutare delle circostanze, forse perché quella madre cominciava davvero a seccare, lanciò una scomunica prima contro Leopoldo V e, successivamente, contro Enrico VI. Contemporaneamente Eleonora trattò il riscatto del figlio pagando 150 000 soldi, un po' di tasca propria, un po' frutto di una tassazione straordinaria.
Re Riccardo tornò a casa e Robin Hood non c'entra niente.