sabato 14 aprile 2018

Emile Zola: Nana - La pesantezza del Naturalismo


Capitolo 3 e ancora non scorre.

Forse è colpa mia: sono io, ormai stagionata, stufa di leggere di donne raccontate da uomini e mi faccio coinvolgere di più da donne descritte da penna femminile.



Fine capitolo 3, ancora nulla.

E' una dissezione della società parigina: i salotti, il tè, i discorsi...
Osservazione scientifica, lo sguardo come una cinepresa si sposta ora su questa, ora su quella conversazione, ora su questo, ora su quell'oggetto. Una mosca quasi.
La sensazione di toccare una scatola di metallo.
Troppo scientifico, non fa per me.

L'apice della maniacalità descrittiva, vera ostentazione di ritratti e oggetti, con opulente ridondanza verbosa di tutto quello che in una scena si può fisicamente e metaforicamente inserire, Zola la raggiunge al capitolo quarto durante il pranzo di Nana: commensali e lettore ne escono storditi al punto tale da necessitare di sbracarsi sul sofà con un buon caffè ristretto.
E di bis neanche a parlarne.
Non metto in discussione l'arte, di sicuro ognuno di noi ha un limite e il mio è il naturalismo di Zola.

1877 Nana - Édouard Manet
E' claustrofobico, ecco cosa è il Naturalismo per me.
La sovrabbondanza di oggetti, tappeti, ninnoli, vestiti, cappelli, polvere, persone... Li sento tutti attorno a me e mi soffocano, stringono...
In Nana la sovrabbondanza è esagerazione, eclettismo, in un crescendo malato di accumulazioni: si accumulano parole, oggetti, persone, perversioni. Nana è il desiderio di appagare impulsi superficiali, nutrire capricci e mai se stessi.
Detesto Nana, detesto Muffat e tutta quella corte dei miracoli che succhia o si fa succhiare fino al midollo per poi risputare o farsi sputare fuori come nocciolo di ciliegia spolpato, vittime e carnefici a turno, tutti vogliono qualcosa e nessuno è mai soddisfatto.

No, non mi è piaciuto, è stata dura arrivare fino alla fine e all'idea di leggere un altro Zola mi sale l'ansia da prestazione.
Germinal mi guarda dal ripiano della biblioteca, ammicca, lo ignoro e passo oltre.

Non nego però che ci siano alcuni spunti interessanti da approfondire che accennerò di seguito.

(Commento a metà della scrittura dell'approfondimento: AIUTO! il materiale di digressione è molto più ampio di quanto mi aspettassi... perdonate la lunghezza del post ma qui si fa come con le ciliegie: una tira l'altra e mi fermo solo per evitare l'indigestione che avverrà in un altro post) 

Per una digressione sulle puttane è su come muoiono vedi il post dedicato Come muoiono le puttane.

La Mignotte. Per deformazione non professionale tendo a focalizzare l'attenzione sul vocabolario e l'etimologia, il mio più grande sogno sarebbe possedere un Französisches Etymologisches Wörterbuch (FEW), dizionario etimologico della lingua francese: 25 volumi di vocabolario delle lingue gallo romanze... Perché? Perché ci ho messo occhi e mani sopra ai tempi degli studi e ancora ricordo come una sensazione fisica la sontuosità dell'opera, i volumooooni conservati nello studio della prof. di glottologia, accessibili solo a pochi eletti, li guardammo a turno in processione, rubandoci il tempo l'uno all'altro.
Ma torniamo alla nostra Mignotte, è il nome della tenuta che Nana, una mignotta, riceve in regalo da uno dei suoi amanti. Avevo letto d qualche parte o qualcuno mi aveva detto che il termine mignotta deriva dal latino filius m. ignotae, annotazione sui registri anagrafici dei neonati abbandonati.
E invece no! Deriva dal francese antico mignotte ovvero carina, graziosa, caduto in disuso a partire dal XVII secolo per essere sostituito dall'attuale mignon / mignonne e nel frattempo migrato in italiano con il significato di "favorita" da cui, appunto, mignotta, donna dai facili costumi.
Era una curiosità che dovevo togliermi visto che mi ha accompagnata come un tarlo per tutta la lettura.

Fontan
A fine post riporto dichiarazioni che Emile Zola rilasciò a Edmondo de Amicis nel corso di un colloquio incentrato sul suo modo di scrivere un romanzo ovvero che una volta deciso il soggetto della narrazione Zola iniziava dalla descrizione degli ambienti e delle situazioni in cui il personaggio può ritrovarsi. Dopo aver letto quelle dichiarazioni a mio avviso stride, circa a metà del romanzo, la parentesi stracciona di Nana, quasi che l'autore ce la abbia voluta schiaffare a forza inseguendo un filo conduttore serpeggiante in tutta la saga dei Rougon Maquart. La protagonista, arrivata all'apice della sua fortuna, abbandona tutto per vivere con un attoruncolo squattrinato che vive alle sue spalle costringendola di fatto a tornare sul marciapiede da cui era partita. Era passata da dea a spazzatura e il suo uomo (uomo?) le vomitava in faccia quotidianamente tutta la sua frustrazione di maschio fallito. Litigavano per noia, lei si faceva picchiare e sfruttare per poi accoccolarglisi accanto la notte e chiedere perdono.
Neanche un cane.
Nana e Fontan. 1880.
Sospesi in un tempo indefinito interpretano lo stereotipo di coppia violenta, basata su soprusi e sottomissioni che attraverso secoli di letteratura accompagnando i lettori dalla Griselda boccaccesca alle coppie scalcagnate di Céline. Di consolatorio c'è solo la sensazione di ritrovare vecchi compagni di viaggio. Di sconsolante c'è che da secoli, millenni, da sempre molte, troppe relazioni si basano su rapporti di forza.
Eppure la relazione nasce dal desiderio di purezza, un sogno di normale vita domestica, di quotidianità, di sogni avverati.
"Nella sua cotta per Fontan, sognava una piccola stanza luminosa, ritornando al suo antico ideale di fioraia, quando non vedeva più in là di un armadio di palissandro a specchio e di un letto ricoperto di reps azzurro"... ideale di fioraia... prostituzione... ecco che i libri sono come ciliegie!!! Ecco l'illuminazione, una delle tante, torna alla mente il Pigmalione di George Bernard Shaw e le parole di Eliza quando "è tutto finito": "Vendevo fiori. Non vendevo me stessa. Adesso che di me hai fatto una lady non sono adatta a vendere nient'altro. Preferirei che mi avessi lasciata dove mi hai trovata". E il sogno con Fontan si trasforma in fretta in incubo "Fontan le promise un altro schiaffo se si fosse mossa ancora. Poi spense la candela, si sdraiò supino e cominciò subito a russare. Lei, col viso nascosto nel cuscino, piangeva a piccoli singhiozzi. Era una vigliaccheria abusare così della propria forza. Aveva avuto veramente paura, tanto la maschera buffa di Fontan era diventata terribile. E non era più in collera con lui, come se lo schiaffo l'avesse calmata. Lei lo rispettava, si schiacciava contro il muro, sulla sponda del letto, per lasciargli tutto il posto... Facendo quelle considerazioni finì per addormentarsi, con la guancia calda, gli occhi pieni di lacrime, in uno sfinimento delizioso, in una sottomissione così languida, che non sentiva più neppure le briciole. (...) Non lo avrebbe fatto più, non è vero? Lo amava troppo, da lui, gli piaceva anche essere schiaffeggiata. (...) La maggior parte delle volte, dopo le botte, accasciandosi su una sedia, singhiozzava per cinque minuti. Poi dimenticava tutto, e diventava allegrissima, con canti, risate e corse che riempivano l'appartamento del volo delle sue gonne. (...) Litigare era un modo per ammazzare il tempo".

Steiner
E poi c'è la questione ebraica. L'avevate notato? Probabilmente attanagliata dalla lettura di una storia morta in partenza ho cercato continuamente appigli per mantenere vivo l'interesse. Come quando sui banchi di scuola ci si dava pizzicotti a vicenda per tenersi svegli ho cercato particolari che potessero risvegliare l'interesse. E uno di questi riguarda Steiner, il banchiere ebreo. In realtà c'è ben poco per appigliarsi, solo che a un certo punto Nana "lo trattava da sporco ebreo, e sembrava così appagare un antico odio" e prima ancora Vandeuvres ritrae lo spettacolo che dà il banchiere: "Il banchiere era celebre per i suoi colpi di fulmine; quel terribile ebreo tedesco, quell'affarista le cui mani maneggiavano milioni, diventava un imbecille quando si incapricciava di una donna, e le voleva tutte (...) a qualsiasi prezzo. Come diceva Vandeuvres, le donne vendicavano la morale, ripulendogli la cassa" . Il caso Dreyfus sarebbe scoppiato solo diciotto anni dopo ma la questione dell'antisemitismo non era sconosciuta, dopotutto è dai tempi di Shakespeare che si affaccia nella letteratura europea. Riassumendo, Dreyfus era un soldato ebreo accusato nel 1898 di alto tradimento. Zola scrisse un editoriale a sei colonne sul giornale socialista L'Aurore per denunciare i persecutori di Dreyfus trasformando quello che era un problema di giustizia militare in una questione di antisemitismo.
E l'Affaire Dreyfus è IL caso che impegnerà la Francia dalla Guerra Franco Prussiana fino alla Prima Guerra Mondiale ovvero dal finale di Nanà fino a poco oltre la morte del suo autore. E la stessa Guerra Franco Prussiana ricorrerà come tema in quasi tutti gli autori di quegli anni da Zolà a Huysmans (Sac au Dos) a Maupassant (Deux amis), si insinua nella tela del romanzo alla fine del terzo capitolo sulle labbra di madame Du Joncquoy "Voi dite che monsieur de Bismarck ci dichiarerà guerra e ci batterà... Oh, questa sì che è grossa!" e scoppierà in un crescendo di grida fuori dal Grand Hotel in cui [SPOILEEEEEEERRRRR] muore Nana "A Berlino! A Berlino!" come se fosse una questione personale di ogni francese contro ogni tedesco.
O di ogni francese contro ogni altro.
E l'ironia di queste grida risiede nel fatto che la pubblicazione dei Nana è del 1880 e la Guerra Franco Prussiana si è conclusa nove anni prima con la cocente sconfitta dei francesi nella battaglia di Sédan. Una sconfitta che ebbe pesanti ripercussioni nella politica francese tento da portare alla caduta del terzo impero e alla nascita della Repubblica.

[ATTENZIONE SPOILEEEEEEERRRRR]

La morte di Nana
E giungiamo infine alla morte di Nana.
Credo di non aver mai letto qualcosa di più deludente della morte di Nana. Circondata da curiosità morbosa e tuttavia sola, Zola ci consegna un finale moralista alla Laclos vecchio di un secolo. L'autore non lascia spazio all'immaginazione del lettore, non gli permette di trarre da solo le proprie conclusioni ma spiattella le proprie in due parole privando il lettore della soddisfazione di dare all'opera il suo significato.
"Una vivida luce rischiarò bruscamente il viso della morta. Lo spettacolo era orribile. Tutte fremettero e fuggirono. (...) Nanà restò sola, col viso all'aria, nel chiarore della candela.  Era un carnaio, un ammasso di pus e di sangue, una palettata di carne marcia, buttata là, su un cuscino.  Le pustole avevano invaso tutto il volto, i bubboni si toccavano l'uno con l'altro, e, avvizziti, disfatti, grigiastri come il fango, sembravano già una muffa della terra, su quella poltiglia informe, nella quale non si distinguevano più i lineamenti.  Un occhio, il sinistro, era completamente sparito nel gonfiore della purulenza, l'altro, semiaperto, s'incavava come un buco nero e marcio.  Il naso suppurava ancora.  Una crosta rossastra partiva da una guancia, e invadeva la bocca, che tirava in un riso orrendo.  E, su quella maschera spaventevole e grottesca del nulla, i capelli, i bei capelli, conservavano il loro fiammeggiare di sole, e si spargevano in un'onda d'oro.  Venere si decomponeva.  Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito."
E' il tema della putredine, caro a Zola, che striscia lungo tutto il romanzo, della contaminazione dentro-fuori: il marcio di dentro che si rivela, il marcio fuori che contamina e avvelena.
Nella descrizione che Fauchery fa di Nana sul giornale, al capitolo settimo, troviamo la descrizione più oggettiva della donna, una descrizione che non si sofferma alla bellezza e al fascino cui tutti sembrano essere assoggettati ma la ritrae dall'interno, svelandone il marcio: "vendicava i pezzenti e i falliti di cui era il prodotto. Attraverso di lei, la putredine lasciata fermentare nel popolo, risaliva e infettava l'aristocrazia. Era una forza della natura, un inconscio fermento di distruzione." E Muffat comprende tutta la verità di quella descrizione, ciononostante non può fare a meno di quella donna "Era proprio così: in tre mesi ella aveva contaminato la sua vita; si sentiva già inquinato fino alle midolla da sconcezze che un tempo non avrebbe neppure immaginato. Sentiva che in lui tutto stava imputridendo. Ebbe subitanea coscienza dei rischi del male: vide la disgregazione causata da quel fermento, lui avvelenato, la sua famiglia distrutta, un angolo della società che scricchiolava e colava a picco. E, non potendo distogliere gli occhi da Nana, la guardava fissamente, cercando di riempirsi l'animo del disgusto della sua nudità."
Il tema dello sporco e della distruzione si ripetono, come onda arriva e poi viene risucchiata dalla risacca per tornare poco dopo: "Non le bastava distruggere le cose, le voleva sporcare. Le sue mani, così sottili, lasciavano tracce ignobili, decomponevano tutto quello che avevano spezzato. (...) Uscì di casa elegantissima, per andare ad abbracciare Satin per l'ultima volta, impeccabile, solida, tutta nuova, come se non fosse mai stata usata."
Come una fenice sembra risorgere e purificarsi nel fuoco ogni volta. Ogni volta, toccato il fondo, dimentica il marcio e lo fa dimenticare a chi la circonda. Ogni volta fino all'ultimo.
Per una carrellata di puttane celebri invito a seguire il link Come muoiono le puttane.

Caricatura di Zola a seguito del suo J'Accuse
Per approfondire la scrittura di Zola lascio le parole di Edmondo de Amicis in Ricordi di Parigi del 1879 in cui vengono riportate le dichiarazioni di Zola intorno alla sua opera di romanziere: "Io non so inventare dei fatti; mi manca assolutamente questo genere di immaginazione. Se mi metto a tavolino per cercare un intreccio, una tela qualsiasi di romanzo, sto anche lì tre giorni a stillarmi il cervello, colla testa fra le mani, ci perdo la bussola e non riesco a nulla. Perciò ho preso la risoluzione di non occuparmi mai del soggetto. Comincio a lavorare al mio romanzo, senza sapere né che avvenimenti vi si svolgeranno, nè che personaggi vi avranno parte, né quale sarà il principio e la fine. Conosco soltanto il mio protagonista, il mio Rougon o Macquart, uomo o donna; che è una conoscenza antica. Mi occupo anzi tutto di lui, medito sul suo temperamento, sulla famiglia da cui è nato, sulle prime impressioni che può aver ricevute, e sulla classe sociale in cui ho stabilito che debba vivere. Questa è la mia occupazione più importante: studiare la gente con cui questo personaggio avrà che fare, i luoghi in cui dovrà trovarsi, l'aria che dovrà respirare, la sua professione, le sue abitudini, fin le più insignificanti occupazioni a cui dedicherà i ritagli della sua giornata. Mettendomi a studiare queste cose, mi balena subito alla mente una serie di descrizioni che possono trovar luogo nel romanzo, e che saranno come lo pietre miliari della strada che debbo percorrere. Ora, per esempio, sto scrivendo Nana: una cocotte. Non so ancora affatto che cosa seguirà di lei. Ma so già tutte le descrizioni che ci saranno nel mio romanzo."

Sono dunque le descrizioni degli ambienti in cui si muove il personaggio che danno vita alle storie, creano intrecci...
E poi il bisogno di sconvolgere, fare rumore per dimostrare di esistere.

"- Qui non si fa nulla, - disse, smettendo per la prima volta il pugnale, ma riafferrandolo subito, - nulla, se non si fa chiasso. Bisogna essere discussi, maltrattati, levati in alto dal bollore delle ire nemiche. Il parigino non compra quasi mai il libro spontaneamente, per un sentimento proprio di curiosità; non lo compra che quando glie ne hanno intronate le orecchie, quando è diventato come un avvenimento da cronaca, del quale bisogna saper dir qualche cosa in conversazione. Pur che se ne parli, comunque se ne parli, è una fortuna. La critica vivifica tutto; non c'è che il silenzio che uccida. Parigi è un oceano; ma un oceano in cui la calma perde, e la burrasca salva. Come si può scuotere altrimenti l'indifferenza di questa enorme città tutta intenta ai suoi affari e ai suoi piaceri, ad ammassar quattrini e a profonderli? Essa non sente che i ruggiti e le cannonate. E guai a chi non ha coraggio!"

Come muoiono le Puttane?

Il Bacio - Henri-Toulouse Lautrec
Come muoiono le puttane?

Potrei scrivere causticamente "male" e fermarmi qui.
Invece no; parafrasando il buon vecchio Tyrion Lannister che si chiedeva dove vanno le puttane io mi chiedo come muoiano... per lo meno quelle della letteratura e vediamo se riesco a dare un'idea con gli esempi di Zola, Dumas padre e figlio, Laclos, Sue e Austen.

E per puttane in realtà non intendo solo quelle che letteralmente esercitano il mestiere dietro compenso ma in generale quelle che tradiscono la moralità a favore di un guadagno che sia esso economico (Nana, Margherita Gautier, la Goualeuse), sociale (Mercédès Herrera) o narcisistico (Marchesa de Merteuil, la duchessa della Castellana di Vergy, Lady Susan)

Nanà - Emile Zola
Nana - Edouard Manet
Si parte da Nana di Zola, la puttana fresca se così si può dire, quella di più recente lettura e che ha scatenato la curiosità del titolo.
Nata e cresciuta nel fango trova la gloria grazie alla sua fisicità dirompente e alla totale dissolutezza. Quel fango, quella putredine come ama chiamarla Zola, Nana la spargerà in tutti i meandri dell'alta società parigina: banchieri, nobili, ereditieri, giornalisti, impresari. Tutto verrà lordato dalle sue perfette mani sottili e nella sua morte, come scrive Zola "Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito."
"Una vivida luce rischiarò bruscamente il viso della morta. Lo spettacolo era orribile. Tutte fremettero e fuggirono. (...) Nanà restò sola, col viso all'aria, nel chiarore della candela. Era un carnaio, un ammasso di pus e di sangue, una palettata di carne marcia, buttata là, su un cuscino. Le pustole avevano invaso tutto il volto, i bubboni si toccavano l'uno con l'altro, e, avvizziti, disfatti, grigiastri come il fango, sembravano già una muffa della terra, su quella poltiglia informe, nella quale non si distinguevano più i lineamenti. Un occhio, il sinistro, era completamente sparito nel gonfiore della purulenza, l'altro, semiaperto, s'incavava come un buco nero e marcio. Il naso suppurava ancora. Una crosta rossastra partiva da una guancia, e invadeva la bocca, che tirava in un riso orrendo. E, su quella maschera spaventevole e grottesca del nulla, i capelli, i bei capelli, conservavano il loro fiammeggiare di sole, e si spargevano in un'onda d'oro. Venere si decomponeva. Sembrava che il veleno preso nei rigagnoli, sulle carogne, quel fermento col quale aveva avvelenato un popolo, le fosse risalito fino al volto, e glielo avesse imputridito."

Ricorda niente?
Mi spiace caro Zola ma hai scopiazzato barbaramente Choderlos de Laclos aggiungendo solo pedanteria.

La Marchesa de Merteuil - Pierre-Ambroise-François Choderlos de Laclos - Le relazioni pericolose
Glenn Close interpreta la Marchesa
Sfrenata libertina (quanto detesto questa parola), animata dal desiderio di vendetta ordirà le sue trame per gettare nel fango la casta Cécile de Volanges e convincerà il suo attuale amante a sedurla e svergognarla.
L'intento di Choderlos de Laclos è quello di scrivere un'opera morale, come lui stesso ammette nella prefazione "Mi sembra che sia perlomeno un servizio reso alla moralità lo svelare i mezzi usati dai dissoluti per corrompere coloro che hanno buoni costumi" e serberà per la sua protagonista la più terribile delle punizioni: il vaiolo

"CLXXV • M.ME DE VOLANGES A M.ME DE ROSEMONDE
La sorte di Mme de Merteuil sembra compiuta, mia cara e degna amica, ed è tale che i suoi più accaniti nemici sono divisi tra l'indignazione che merita e la pietà che ispira. Avevo ben ragione di dire che sarebbe stata una fortuna per lei morire di vaiolo. i: guarita, è vero, ma è rimasta spaventosamente sfigurata; inoltre ha perso un occhio. Come potete immaginare non l'ho vista, ma mi hanno detto che è repellente.
La Marchesa di S... che non perde mai un'occasione per dire qualche malignità, diceva, ieri, parlando di lei, che la malattia l'ha come rovesciata e che adesso ha l'anima sul volto. E purtroppo tutti han trovato che l'espressione era giusta."

Diverso trattamento avranno altre prostitute celebri dell'ottocento francese, più comprensivo, compassionevole

Margherita Gautier - Alexandre Dumas figlio - La signora delle camelie
Margherita secondo Charles Chaplin
Le ultime ore della prostituta più famosa della letteratura francese e dell'Opera Italiana sono descritte da Julie Duprat con tenerezza e compassione in una lettera destinata all'amato di Margherita, Armand.
"20 febbraio, alle cinque della sera. "Tutto è finito. Marguerite è entrata in agonia questa notte verso le due. Nessun martire ha mai sofferto simili torture, a giudicare dalle grida che emetteva. Due o tre volte si è alzata sul letto, come se volesse riprendere la vita che saliva verso Dio. Due o tre volte ha anche pronunciato il vostro nome, poi tutto è stato silenzio, ed ella è ricaduta sfinita sul letto. Lacrime silenziose le sgorgavano dagli occhi, ed è morta. Allora mi sono avvicinata a lei, l'ho chiamata, e poiché non mi rispondeva, le ho chiuso gli occhi e l'ho baciata sulla fronte. 'Povera cara Marguerite, avrei voluto essere una santa, affinché il mio bacio potesse raccomandarti a Dio'. Poi, l'ho vestita come mi aveva pregato, sono andata a cercare un prete a Saint-Roch, ho acceso dei ceri per lei, e ho pregato in chiesa per un'ora. Ho dato ai poveri un po' del suo denaro. Non mi intendo molto di religione, ma penso che il buon Dio riconoscerà che le mie lacrime erano vere, la mia preghiera fervida, la mia elemosina sincera, e che avrà pietà di colei che, morta giovane e bella, non ebbe altri che me per chiuderle gli occhi e seppellirla".

Margherita era una prostituta sì, viveva mantenuta dai soldi dei suoi amanti sì ma era generosa e di buon cuore e quando il padre di Armand si reca da lei per chiederle di lasciarlo per non compromettere le future nozze della sorella di Armand anteporrà il futuro radioso della giovane sconosciuta al proprio interesse e accetterà il martirio dell'abbandono. 
Giuseppe Verdi e il suo librettista Francesco Maria Piave sapranno rendere l'incontro tra margherita/Violetta e il padre di Armand con una rara dolcezza, qui resa viva dalla voce divina della Callas.

La Goualeuse - Eugène Sue - I misteri di Parigi
Fleur de Marie - Trimolet 
Fleur de Marie è una giovane donna, prostituta per necessità, salvata dal protagonista Rodolphe (non svelo troppo nel caso qualcuno non avesse ancora letto il libro). Di lei si innamorerà un giovane nobile e quando ormai tutto è programmato per il matrimonio fuggirà in convento e prenderà i voti per non infangare il nome del suo amato.
Fleur de Marie morirà due volte: una per il mondo e una nel Signore.
"Il 13 gennaio - Rodolphe a Clémence.
Il 13 gennaio... anniversario ormai doppiamente sinistro!!!
Amica... l'abbiamo persa per sempre!
E' finite... è finita!
(...)
Infatti... mia figlia è morta per noi... morta, capite. Da oggi, Clémence... dovrete portare il lutto in cuor vostro per lei (...). Che la nostra figliola sia sepolta sotto il marmo di una tomba o sotto la volta d'un chiostro... per noi... che differenza fa?"
E poco dopo
"Mio buon padre... perdono... anche a Henri... alla mia buona madre... perdono"
"Furono le sue ultime parole. Dopo un'ora d'agonia, per così dire serena... rese l'anima a Dio"

Mercédès Herrera - Alexandre Dumas - Il Conte di Montecristo
Mercedes ed Edmond - Depardieu Muti
L'amata di Edmond Dantes non dovrebbe trovarsi in un elenco di prostitute eppure non posso fare a meno di considerarla una traditrice, una donna che per garantirsi sicurezza sociale si sposa senza amore. Cosa avrebbe dovuto fare? Struggersi per sempre nel ricordo del suo vecchio amore? Per sempre magari no ma per un po' più di tempo sì.
Al termine del romanzo Mercédès morirà per il mondo ritirandosi nella casa di Marsiglia che un tempo era appartenuta al padre di Dantes, la sua identità resterà da quel momento un segreto tra Dio, Edmond e Mércèdes.
"Se vi dicessi che vivrò in questo paese come la Mercedes di una volta, lavorando, non lo credereste; io non sono più atta che a pregare, e non ho bisogno di lavorare: il piccolo tesoro sepolto da voi si ritrovò al posto indicato. Si domanderà chi sono io, si vorrà sapere che cosa faccio, non si saprà come vivo... Che importa?
Questo è un segreto fra Dio, voi e me."
"Mercedes" disse il conte, "io non ve ne faccio rimprovero, ma avete esagerato il sacrificio, abbandonando tutta la sostanza del signor Morcerf, la cui metà vi apparteneva di diritto per la vostra parsimonia e previdenza."
"Vedo ciò che volete proporre, ma non posso accettare; mio figlio me lo proibirebbe."
"Mi guarderò bene dal fare per voi alcuna cosa che non avesse l'approvazione di Alberto. Io saprò le sue intenzioni, e mi vi sottometterò. Ma se egli accetta ciò che voglio fare, lo imiterete senza esitazioni?"
"Voi sapete, Edmondo, che non sono più una creatura pensante, io non ho alcuna determinazione. Dio mi ha talmente scossa che ho perduto la volontà. Sono fra le sue mani, come passero fra gli artigli dell'aquila. Egli non vuole che io muoia, poiché vivo. Se mi manderà soccorsi, è segno che lo vorrà, ed io li prenderò."
"Badate, signora" disse Montecristo, "che Dio non va adorato così. Egli vuole essere compreso, vuole che si conosca la sua possenza, e per questo ci ha dato libero arbitrio."
"Ah crudele!" gridò Mercedes. "Non mi parlate così, lasciatemi l'illusione di non avere libero arbitrio! Se no, che mi resterebbe per salvarmi dalla disperazione?"
Montecristo impallidì leggermente, e abbassò la testa oppressa dalla veemenza del dolore.
"Non volete rivedermi?" disse, stendendole la mano.
"Al contrario, vi rivedrò" replicò Mercedes, mostrandogli solennemente il cielo. "Questo è un provarvi che spero ancora."
E dopo aver stretto con mano tremante quella del conte, Mercedes corse all'interno della casa , e sparì dalla sua vista.
Montecristo uscì con passo lento da quella casa, e prese la strada del porto. Ma Mercedes non lo vide allontanarsi, quantunque fosse alla finestra della piccola camera del padre di Dantès, i suoi occhi cercavano lontano il bastimento che trasportava suo figlio verso il mare. É però vero che la voce, suo malgrado, mormorava sommessamente: "Edmondo, Edmondo, Edmondo..."
Il conte era uscito con l'animo oppresso da quella casa, dove, secondo tutte le probabilità, lasciava Mercedes per non rivederla mai più."

La castellana di Vergy
Ciclo di affreschi Palazzo Davanzati
La duchessa de La castellana di Vergy è una delle prime tiranne della letteratura romanza, si invaghisce del bel cavaliere Guglielmo, vassallo del duca e innamorato della castellana, a causa delle macchinazioni della duchessa moriranno tutti tranne il duca che partirà invece per una crociata e la fine della donna è così narrata nella traduzione italiana: 
"La ragazza si precipitò fuori appena vide i due corpi senza vita: quel che ha visto le fa orrore. Ha incontrato il duca e gli ha detto ciò che gha sentito e visto, non ha taciuto niente: come la storia è cominciata e anche del cagnolino addestrato di cui aveva parlato la duchessa. Ecco che il duca è fuori di sé! Entra subito in camera; estrae dal petto del cavaliere la spada con cui si è ucciso. Di corsa si avvia, senza indugio, dove sono le danze e, senza una parola, va dritto verso la duchessa; adempie la promessa perché le assesta un colpo sul capo colla spada, che teneva sguainata, senza parlare, tanto è adirato. La duchessa cade ai suoi piedi, di fronte a tutti quelli della contrada."

Lady Susan - Jane Austen
Cosa c'entra Lady Susan della Austen in questa carrellata di donne morte?
C'entra per nulla e c'entra per tutto perché Lady Susan è un'approfittatrice, priva quasi di moralità, un'arrivista pronta a calpestare i desideri della sua stessa figlia pur di ottenere quello che vuole.
Ma
E' una donna scritta da una donna e, udite udite, non muore affatto! Non si chiude in convento, non finisce a fare l'eremita a Marsiglia ma vive e si gode la vita insieme a un uomo strappato a una rivale di dieci anni più giovane!
Jane Austen è toooooooooop!

lunedì 9 aprile 2018

La Croce e la Sfinge - Una biografia d'altri tempi

Veduta interna del Portico di Ottavia
Definire questo libro una biografia d'artista sarebbe riduttivo, definirlo biografia romanzata non sarebbe corretto.
Ritengo si possa considerare una biografia d'altri tempi stampata nel XXI secolo
La storia, la vita... siamo così abituati a conoscerle come una serie noiosa di date, nomi, titoli di opere che spesso ci ritroviamo a desiderare quelle biografie fantasiose di personaggi storici che riempiono gli scaffali dei supermercati in estate, ricostruzioni falsate dal desiderio di stupire quando in realtà la storia vera racchiude già meraviglie.

La Croce e la Sfinge non è sicuramente noioso e racchiude spunti poetici interessanti, un nonsoché di "Volevo fare lo scrittore e mi mantengo con il giornalismo".

Spunti come "Nessuno dei suoi antenati aveva mai visto né il Tevere né quelle Mura Aureliane che, entrando in città, dovrebbero sembrargli come lo steno di un gigante messo lì a riparargli le spalle dalla paura e dalla notte"... "Zuanne non aveva paura di niente, si sentiva forte, un Titano pronto a emergere tra le nubi della solita indifferenza degli dei e del mondo."


 In questa prosa c'è desiderio di liricità: "La Roma del Borromino gli si rivelò come un melograno maturo, frutto di una topografia impazzita che solo allora una commissione di geometri cercava di fissare su carta.", l'autore ondeggia tra la ricerca di accuratezza, la tendenza al lirismo e più di un tentennamento verso il misterioso e lo spionistico sconfinando purtroppo spesso nel ritratto macchiettistico "Dominecane". Continua a chiamare l'artista "lo scellerato", sottolineandone il carattere saturnino e una certa mania di persecuzione nonché maniacalità nel portare avanti le sue idee e le sue vendette, anche a costo di esporsi al ridicolo. Quel suo strenuo sostenere l'originalità dell'arte romana rispetto a quella greca infatti lo rende oggetto di scherno oggi come allora. Solo una settimana fa, infatti, la guida che ci accompagnava alla visita della mostra su Piranesi ai Musei Civici di Pesaro ridacchiava delle sue strambe idee, non nutrendo alcun particolare interesse per l'artista veneziano, prediligendo gli impressionisti e l'arte contemporanea, trovava evidentemente molto divertente prenderlo in giro, prendere in giro un uomo che venuto a Roma senza conoscenze e senza erudizione, solo con la sua abilità e la sua perseveranza fu a un passo dal decorare gli appartamenti pontifici e se non riuscì in quello quantomeno si fece grandemente apprezzare dai suoi contemporanei.

La vita di Piranesi è raccontata come un romanzo dunque, con piacevole prosa, ricostruendo laddove mancano le testimonianze, immaginando spesso ma con garbo e discreta cura filologica. Con leggerezza Panza proietta il lettore nella Roma papalina della seconda metà del Settecento, lascia scorgere i paesaggi e la vita che vi scorre, quel sentimento di
Incipit di un capitolo di Candide di Voltaire
morte e bellezza che la circonda e permea, immergendo la penna, solo parzialmente purtroppo nello stesso spirito con cui Vasari "dipinse" "Le vite de' più eccellenti pittori, scultori, e architettori" nel XVI secolo. Quei titoli ai capitoli mi riportano alla mente qualcosa di sicuramente già letto, già apprezzato, che ritrovo per caso in Voltaire ma sicuramente c'è altro che mi sfugge, sono a un passo dal ricordo eppure sfugge... Tornerà.
C'è tanta voglia di romanzo ma troppo rigore filologico e un pizzico di pesantezza per poterla soddisfare. Resta un'opera piacevole a metà, sicuramente una storia interessante narrata in modo originale che si lascia apprezzare per lo sforzo.
Soprattutto resta la fotografia di una Roma in decadenza, gli ultimi bagliori di un sole morente, un mondo sta finendo, uno nuovo sta sorgendo più a Nord, più a Ovest. Roma è già periferia, tenuta attaccata al centro dal ricordo del suo antico splendore.
Chiude il libro la spiegazione dei simboli della chiesa di Santa Maria del Priorato, vera ossessione dell'artista che ha voluto farne il simbolo di quella sua Roma immaginaria nata dall'Oriente.

Sette di incoraggiamento insomma.

E qui si mette in pausa il capitolo di studio dedicato a Piranesi... che poi è pure nato il 4 ottobre come me e ne avverto il legame, qualcosa che ci fa unire l'eternamente perfetto e simmetrico con l'oscuro grottesco. Le anime divergenti di luce e ombra, il continuo equilibrio cercato tra l'ariosità classica e neoclassica e la claustrofobia del grottesco, futuro gotico.
La folle ricerca di perfezione, bilanciamento tra gli opposti no con la medianità e mediocrità del naturale bello ma con il contrasto del sublime perturbante.
Prossimo capitolo l'ovvio legame con la letteratura gotica di fine Settecento.

martedì 3 aprile 2018

Giambattista Piranesi - Il sogno della classicità

Pasqua è ormai arrivata, tra poco si conclude l'esposizione temporanea dedicata a Giambattista Piranesi ai Musei Civici di Pesaro.
Tra mille cose da fare, pensare, progettare mi sfugge sempre qualcosa e mi ritrovo con la mostra che sta per concludersi e io che ci devo ancora andare così il 28 marzo mando una mail al museo per chiedere se sabato 31 marzo sono aperti e se c'è la possibilità di prenotare una visita guidata.
Detto fatto, prenoto per due e mi porto dietro LaMmamma, per una volta il coniuge è dispensato dal sorbirsi ruderi e classicume, ore a camminare che ci si spezza la schiena e il mio sguardo estasiato di fronte a qualunque accozzaglia di vecchiume polveroso.
C'è da dire inoltre che la mostra è a Pesaro e il Teo è convinto che ci voglia il passaporto per andarci. 
Il passaporto e un blister di Maalox.
Il Teo è un fanese doc.
Arrivate a Pesaro penso che forse di blister di Maalox ce ne vorrebbero due per il coniuge e ringrazio l'intuizione avuta di portarci LaMmamma.
La piazza è un brulicare di persone, tacchi, borse, giacche, capelli parrucchierati e gentebella, veniamo accolti dalle scenografie del ROF (Rossini Opera Festival) poste sotto i portici di Via S. Francesco e in Piazza del Popolo. Irresistibili le scenografie che ritraggono pareti di libri del "Moïse et Pharaon", allestimento del 1997 del ROF. 
Scatta il selfie con LaMmamma.

Arrivati a Palazzo Mosca - Musei Civici un'altra bella sorpresa: il Bookshop!
Ogni museo dovrebbe avere un bookshop: due cartoline, tre calamite, un catalogo completo e un catalogo economico.
L'esperienza museale è effimera, momentanea: un minuto sei lì, incantato dalle opere, in un frammento di tempo e spazio nell'altrove, un minuto dopo è tutto finito, passato.
C'è bisogno del take-away! 
C'è bisogno di portarsi a casa un pezzettino di quell'esperienza per poterlo rivivere, rigustare
Sì, sono una fan del bookshop!
L'ingresso viene 10€, la visita guidata 4
Bottino da Bookshop!
Ma siamo in chiusura della mostra perciò la includono nel prezzo del biglietto. Lo dico sempre che nella vita ci vuole cu fortuna e io modestamente devo mettermi a dieta.

La guida Alessandra ci introduce la storia di Palazzo Mosca, un tempo residenza della famiglia Mosca di Bergamo, e della Marchesa Vittoria, amante dell'arte, collezionista, intenzionata a costituire un museo di arti per dare la possibilità ai giovani artisti, impossibilitati a visitare le maggiori città d'arte, di venire a contatto con opere importanti e rappresentative di varie epoche artistiche.

Apre la mostra un busto Napoleone Bonaparte ritratto secondo i canoni del neoclassicismo di propaganda, la famiglia Mosca era riuscita a sgusciare con disinvoltura tra la nobiltà papalina e la Repubblica napoleonica mantenendo privilegi e agiatezze.
Nel quadro delle idee rivoluzionarie della seconda metà del Settecento si inserisce la mostra del Piranesi, veneziano, appassionato di classicismo e di Roma, si trasferisce nella città eterna contro il volere del padre e due anni dopo, fallito, è costretto a tornare nella casa paterna per andare a bottega con lo zio che gli insegna l'arte dell'incisione.
Delle tre tecniche di incisione Piranesi si specializza in quella all'acquaforte che prevede un bagno in acido per incidere la lastra di rame.
Torna a Roma e si piazza di fronte all'ambasciata francese, le sue opere incontrano il gusto d'oltralpe tanto che l'ambasciatore si porta in patria duecento sue opere e contribuisce a far conoscere l'artista anche al pubblico inglese ed europeo.
Il successo è garantito.

La mostra è costituita da settanta tavole incisorie divise in tre gruppi: Le Carceri, le Vedute di Roma e le Rovine.

Vedute di Roma
Con le Vedute Piranesi rivela il suo intento didattico tanto che le sue opere entrarono a far parte di enciclopedie e guide turistiche, di fatto si può considerare il primo illustratore grafico del Settecento, le sue opere ritraenti la classicità di Roma si inserirono pienamente in quel filone turistico che fu il Grand Tour: il lungo viaggio nell'Europa continentale effettuato dai rampolli dell'aristocrazia europea a partire dal XVII secolo caratterizzato anche dall'acquisto di vedute del paesaggio italiano, i prodromi insomma del turismo di massa e visto che le opere di Piranesi erano replicabili, l'artista si può quasi considerare il precursore dell'industria di souvenirs.

Rovine
E se da una parte abbiamo le vedute di Roma nella sua maestosità e perfezione, sospese in una dimensione senza tempo e senza riferimenti storici se non gli abiti delle figurine che popolano le Vedute, nel ciclo delle Rovine Piranesi si fa interprete di quel sentimento di effimero e mortalità che viene esaltato sin dal Barocco con l'espressione "Et in Arcadia Ego", meditazione sulla fine delle cose terrene. Meditazione resa ancora più viva e presente nel Settecento dalla scoperta del sito di Ercolano nella prima metà del secolo e dal terremoto di Lisbona nel 1755 che catturarono le attenzioni dei maggiori artisti, filosofi e storici dell'epoca sul concetto di caducità, morte e rovina.

Carceri
Il nucleo di incisioni che caratterizza maggiormente l'opera del Piranesi è sicuramente quello delle Carceri, tanto che lo stesso artista ne fece due edizioni a distanza di circa quindici anni; due edizioni diverse tra loro che sottolineano la maturità e abilità acquisita con il passare del tempo sia nell'elaborazione del tema e dei dettagli sia nella tecnica dell'acquaforte per la quale Piranesi si distingue come indiscusso maestro.

Le Carceri sono impressionanti.
Se ci si astrae dal contesto del museo, per quanto l'allestimento tendente alla verticalità non aiuti tantissimo, si avverte tutta l'oppressione, la claustrofobia di ambienti di archi, volute, ruderi, scale, passerelle, omini guardoni che praticano e osservano supplizi, titani torturati da formiche.
L'oppressione dell'infinito.
Non siamo di fronte ad anguste celle, buie, umide, soffocanti, qui è l'infinito che imprigiona, il ripetersi di elementi architettonici infiniti come gli archi, come i gradini di interminabili scale che portano al nulla e oltre non ci sono pareti, non ci sono muri, oltre le catene sembra esserci il cielo, la luce solare tagliante e fredda del mezzogiorno.
Dirà De Quincey delle Carceri: "Seguite le scale più in là, ed ecco le vedrete terminare bruscamente, senza balaustrata alcuna, sì da impedire, a chi ne sia giunto al sommo, un passo più oltre se non nel sottostante abisso."
La prigione dell'abisso, nessun riparo, i prigionieri sono esposti agli sguardi dei carnefici e dei curiosi. Titani tiepoleschi dalle membra affusolate sottoposti a torture da formiche, con stoica rassegnazione sopportano, consci, forse, della loro ragione, come se loro fosse il diritto e sopruso la pena.
Ohhhhhh, c'è sublime poesia in tutto questo!

E poi insomma a me Piranesi è sempre piaciuto, le sue Carceri mi stregarono nell'ottobre del 1998 quando la professoressa di Inglese I lo citò durante il corso monografico sul gotico inglese, ci mise davanti agli occhi una riproduzione delle Carceri e da allora si può dire che divenne un pensiero fisso.
Poi nel 2000 mi sposai e trovando le pareti di casa mia troppo spoglie mi feci regalare da mia mamma delle stampe che aveva acquistato nonno Vittorio, da allora quelle stampe mi hanno seguita in tutti i traslochi, sono vedute di Roma, riproduzioni di incisioni di, toh!, Piranesi.

A volte la vita fa strani giri, il bello arriva e resta in testa, oppure non è bello ma ci piace,. Inconsapevolmente ci circondiamo di quel bello, di quel piacere, si formano cluster, aggregazioni casuali di similia.

Un giorno racconterò di Piranesi e del gotico inglese, quel mondo di sublime attrazione, ascesa e perdizione, volùte come chiocciole discendenti nei meandri più oscuri del secolo illuminato.
Liberté, égalité, testa mozzé.

domenica 25 marzo 2018

Turisti per Fano: Palazzo Bambini, Museo Archeologico e Museo di Scienze Naturali

Domenica turisti.

Bimbe in vacanza dai nonni a venti metri da casa e noi a spasso per il centro della domenica della Primavera del Fai.

Le nostre guide turistiche saranno i ragazzi delle scuole di Fano, medie e superiori che, vinta la timidezza iniziale, ci accompagnano lungo il percorso museale.

Prima tappa Museo Archeologico, fresco di un restauro che ha coinvolto gli ambienti, l'impianto elettrico e soprattutto l'installazione di deumidificatori e, finalmente dico io, di nuove teche con un'adeguata illuminazione a LED e l'aggiornamento degli apparati didascalici finalmente anche in inglese.

Il Museo Archeologico come è oggi

Unica nota stonata di questo restyling è il fatto che non si sia provveduto a tradurre in inglese anche i cartelloni riassuntivi presenti nelle sale e che le brochures a disposizione dei turisti siano tutt'ora solo in italiano. Nonostante questo dettaglio il museo trasmette un'idea di luminosità e pulizia di cui si sentiva davvero il bisogno, un grande passo avanti per inserire Fano nel circuito museale nazionale a testa alta.
Il Museo Archeologico come era
Seconda tappa: Palazzo Bambini. Nei sotterranei della ex Cassa di Risparmio di Fano si trovano i resti di una domus dell'Antica Fanum Fortunae che mantengono parzialmente conservate alcune murature, pavimenti a mosaico, una vasca di raccolta di acqua piovana e una canaletta fognaria. Palazzo Bambini non è aperto al pubblico di solito, giornate come questa sicuramente offrono ai cittadini curiosi l'opportunità di godere di opere altrimenti inaccessibili. 

La domus romana nei sotterranei di Palazzo Bambini



Mentre ci troviamo nel palazzo una responsabile del Fai ci invita a seguirla per fruire di altre opere in teoria escluse dal percorso, senza pensarci due volte la seguiamo con l'acquolina alla bocca e veniamo accompagnati in quelli che sembrano uffici di rappresentanza sulle cui pareti trovano posto opere di arte contemporanea.
Non millanterò una conoscenza che non ho: non li conoscevo ma ho trovato il tutto armonico, sapientemente dosato nei colori e nelle dimensioni, sicuramente meriterebbe un approfondimento ma mi è difficile immaginare come e quando visto che queste sale non sono accessibili al pubblico e non rientrano nei percorsi culturali. Sulle pareti l'autoritratto di un Pietro Arrigoni sonnecchiante, un ritratto del compositore Gioacchino Rossini di Tullio Pericoli, una natura morta di Alfieri e una scultura di Apolloni.

Ritratto del compositore Gioacchino Rossini di Tullio Pericoli





Se qualcuno capitando su questa pagina dovesse riconoscere le opere qui fotografate lasci un commento per spiegarmi di chi e cosa si tratta, ne sarei ben felice.

Lasciamo il nucleo museale di Piazza XX Settembre e ci incamminiamo verso il Caffè Centrale quando la nostra attenzione viene catturata da un totem che segnala il museo di Scienze naturali di Palazzo Bracci Pagani, come un furetto Matteo si infila nel portone e ritrova improvvisamente energie. DEVE assolutamente vedere qualcosa di scientifico altrimenti tra la Lucrezia Lante della Rovere di ieri sera e i ruderi e i dipinti di oggi potrebbe commettere una pazzia.

... E il museo è sorprendente!
Al Circolo Culturale “G. Castellani” spetta l'onore della gestione scientifica e operativa di una collezione di circa 5.000 reperti fra fossili e minerali derivanti da donazioni del Circolo Castellani e di privati cittadini. Curato nei minimi dettagli dall'apparato informativo alle teche emerge l'enorme passione con cui i volontari si dedicano al mantenimento del museo. E' davvero un ottimo esempio di sinergie tra Fondazioni, volontariato e Pubblico, il fruitore ha la possibilità di godersi l'esposizione semplicemente e quella di approfondire con una guida scaricabile grazie a un QRCode. Decisamente pollici in alto!
Collezione di fossili
Collezione di fossili


Collezione di minerali

Collezione di minerali
Per maggiori informazioni qui si accede al sito del Palazzo Bracci Pagani.

Si conclude la mattinata Fai al Caffè Centrale ad osservare il passeggio dei Fanesi che escono dalle chiese, quelli che hanno goduto come noi dei musei aperti e dei ragazzi ciceroni per un weekend che si raccontano a vicenda la mattinata pronti a ricominciare nel pomeriggio.