venerdì 9 giugno 2017

Eco - roba da onanisti



Un thriller, un giallo della mente. Seguire tutti gli indizi, anche quelli falsi come la misteriosa fiamma. Una ricerca spesso fuorviante di Madeleinettes proustiane, una memoria di carta e Logos che si è perduta e si cerca tra le carte.
Tutto riconduce a un solo ricordo
Il Vallone
Sguish
La nebbia (fa tanto Fenoglio)
E gli indizi giusti si mescolano a tanti falsi
Elementare caro Whatson
Ma di elementare non c'è proprio nulla.
Un vaso di Pandora di citazioni, frasi, canzoni, fumetti, autori... Se non vi piace sentirle non leggetelo anzi, lasciate proprio perdere Eco, è roba da secchioni onanisti, gente che non ha una vita, roba da Sorrentino.

Pascoli, Chopin, Die Hard, Cioran (chi era costui? Ho trascorso una deliziosa mezz'ora a scoprirlo)
Bacchettata sulle dita caro Yambo! Dovevi ricordare che Pound scrisse su "Il popolo di Alessandria", perché ti sorprende? Anime gemelle separate alla nascita, tu che hai pensato che il mondo derivi da un'improvvisa incontinenza di Dio e lui che teorizzava che l' intero universo fosse frutto di una scoreggia cosmica.
No?
Ma alla fine di tutto questo sfogo di cose, parole, nomi cosa resta?
A me resta una domanda.
Che ne è stato dell'in-folio del 1623?

venerdì 2 giugno 2017

Il lupo della steppa - le identità multiple


Sin dalle prime battute il Lupo della Steppa si manifesta come proiezione dell'autore e del lettore, accomunati dalla stessa malattia dell'anima, una malattia borghese figlia della scuola guglielmina ma anche di quella vittoriana, una malattia che si sviluppa nei primi anni di vita a seguito di un'educazione troppo rigida che mira a spezzare la volontà, plasmare i giovani secondo le regole borghesi della morale e dell'utile scorgendo nel bello e nel piacere qualcosa di solamente accessorio, voluttuario, potenzialmente pericoloso e traviante. Prove di queste imposizioni si ritrovano nelle lettere alla sorella Adele: 

"Accadeva spesso che mamma e papà esprimessero approvazione per una poesia o un componimento musicale, aggiungendo però subito che tutto ciò, naturalmente, era solamente atmosfera, solamente vuota bellezza, solamente arte, senza mai attingere un valore elevato come la morale, la volontà, il carattere, ecc. Questa teoria mi ha rovinato l’esistenza e da essa mi sono distaccato senza possibilità di ritorno"

Tutte le opere maggiori di Hermann Hesse raccontano di uomini dilaniati da una dicotomia di valori, bene-male, luce-ombra (Abraxas), religione-arte, mondanità-spiritualità, natura-spirito e anche il Lupo della Steppa vive ritenendo che la sua persona sia scissa in due: il borghese e il Lupo. Nel borghese include tutto ciò che è socialmente e moralmente accettabile, nel lupo le ombre del suo carattere.

La narrazione si struttura per scatole cinesi: siamo di fronte a un giovane che ha conosciuto il Lupo (Harry Haller), ne ha trovato il diario e decide di darlo alle stampe. Così si inizia con la prefazione del curatore, il giovane  conoscente di Harry, segue il diario degli ultimi giorni di Harry e, all'interno del diario, un libretto, una dissertazione sul Lupo della Steppa e introduzione al teatro magico.. Tre narratori, tre punti di vista: il conoscente superficiale, il protagonista e un ignoto scrittore.

Harry è malato, tormentato nell'anima. La malattia dell'anima di Harry è la nevrosi di un'intera generazione in bilico tra due tempi, impossibilitata a riconoscersi nell'una o nell'altra, è un atto d'accusa contro la borghesia che limita lo spirito, è una crisi spirituale, è l'essere immersi nell'atmosfera borghese del fare mentre si desidera la contemplazione.
I nuovi ideali, il nazionalismo e la ricchezza hanno cacciato i vecchi, la poesia, la bellezza, la pace, la filosofia, Harry si trova in un periodo di transizione, prova nostalgia per ciò che è stato e sente tutta l'incompatibilità tra ideali differenti, Per questo si fa lupo e si rinchiude nell'isolamento. Il Lupo si sente talmente al di sopra degli altri esseri umani che ritiene di non vivere nemmeno nello stesso mondo, indossa i suoi pensieri come un'armatura e a loro dà la colpa della distanza tra sé e il genere umano, non tenta nemmeno più il confronto, il dialogo, cercava di allontanarsi dal mondo per meditare ma si è allontanato troppo e ora scopre che il mondo può benissimo fare a meno di lui.

Il curatore delle memorie di Harry rimane stregato da questa sofferenza

p.39 "sentivamo di essere inferiori a lui poiché si capiva che aveva pensato più degli altri, e nel mondo intellettuale possedeva quell'oggettività quasi fredda, quella sicurezza di pensiero e di sapere che hanno soltanto gli uomini veramente dotati di spirito, i quali sono senza ambizione e non desiderano mai di brillare o di persuadere gli altri o di aver ragione a ogni costo"

C'è ammirazione negli occhi del giovane conoscente e commiserazione verso questo uomo estraneo che l'educazione ha portato a odiare se stesso a tal punto da non riuscire più a provare empatia verso gli altri. Profondamente cristiano e martire lo descrive ma può un uomo che odia se stesso amare gli altri e quindi vivere cristianamente?
No
Harry parla di sé con ὕβϱις, con superbia, rivendicando per sé il ruolo di guida. Sottolineando la differenza tra sé e gli altri perché non cerca di persuadere o aver ragione?
Ho come l'impressione che non si tratti in realtà di mancanza di ambizione ma di un livello di superbia tale per cui nel riconoscere l'inferiorità dell'interlocutore non si ritenga degno il confronto. Oppure trattasi di un pacifismo talmente estremo da rifuggire qualsiasi ostilità financo il confronto pur di non trovarsi in un'opposizione.
p.40 "l'occhiata del lupo della steppa trapassava tutta la nostra epoca, tutto questo lavorio affaccendato, tutta la smania di arrivare, la vanità, il gioco superficiale di una spiritualità terra terra e piena di albagia... Penetrava fin nel cuore dell'umanità... Quello sguardo diceva: "Vedi come siamo scimmiotti!"
Giudica il prossimo alla stregua di scimmie, trapassa l'epoca, la società ma così facendo trapassa anche l'umanità, il bello, la capacità di sentire e amare. E' vero in realtà che tra le scimmie include anche se stesso ma il fatto di essere a conoscenza di questa brutalità in un certo modo lo affranca e lo eleva. In realtà la superbia gli gela l'anima. Non si può ammirare, solo compatire.

p.41 "Era un genio della sofferenza e aveva coltivato una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole. Compresi pure che il suo pessimismo non era fondato sul disprezzo del mondo ma sul disprezzo di sé poiché, pur parlando senza riguardi e spietatamente di istituzioni o persone, non escludeva mai se stesso, anzi era sempre il primo bersaglio delle proprie frecciate, era sempre il primo contro il quale rivolgeva il suo odio e la sua negazione"

Un martire dunque, cresciuto nel più rigido e amorevole spirito guglielmino di dedizione alla famiglia e alla società, rinnegamento del proprio io, annientamento delle proprie pulsioni per aderire a quelle della comunità. L'educazione ha fallito, la personalità non è stata distrutta ma è stata celata con il solo risultato di fargli odiare se stesso. Ciò che non sono riusciti a cancellare è diventato oggetto d'odio.
Ma odiare se stessi è odiare il prossimo perché non possono esservi amore e altruismo reali in un animo che odia se stesso. Poiché il prossimo siamo noi che ci riflettiamo negli altri e in cui gli altri si riflettono. L'odio di sé è odio verso ciò che ci rende uomini e non si uccide perché l'educazione religiosa impartitagli gli ha insegnato che il suicidio è peccato e il martirio è celeste.

Cosa resta dunque al misero cinquantenne Harry? Un pianerottolo curato dalla sua vicina di stanza, una pianta di araucaria profumata, un angolo di borghesia ordinata da gustare di nascosto rimembrando il passato, la sua casa d'infanzia, sua madre, tutto ciò che l'odio verso se stesso gli ha fatto perdere. Perché proprio il desiderio dei suoi genitori di fare di lui un perfetto borghese lo ha reso un lupo.

p.45 "Credo che anche lei si interessi ai libri e a cose simili; sua zia mi ha detto che ha fatto il ginnasio ed era bravo in greco. Vede, questa mattina ho trovato un pensiero di Novalis: lo vuol sentire? Farà piacere anche a lei".
C'è un mondo di tenerezza dietro queste parole, Harry trova un interlocutore insperato, sa che ha studiato e ritiene per un breve istante di poter parlare finalmente con lui e che questi possa finalmente capirlo.  Come quando all'estero incontri un connazionale e vieni percorso in un battito d'ali da un brivido di euforia e sorridi, così Harry mi è parso sorridere eccitato da un possibile dialogo con questo uomo che sente vicino a lui.

p.57/58 "Una notte mentre ero a letto sveglio recitai a un tratto alcuni versi, troppo belli e troppo strani perché avessi potuto pensare a metterli sulla carta, versi che al mattino non ricordavo più, eppure erano chiusi nel mio cuore come la noce grave in un vecchio guscio fragile. Altre volte quella scia luminosa mi appariva alla lettura di un poeta o quando ripensavo un pensiero di Cartesio, di Pascal, e quando ero assieme alla mia diletta mi portava nei cieli per tramiti dorati. Oh, è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini! Come potrei non essere un lupo della steppa, un sordido anacoreta in un mondo del quale non condivido alcuna meta, delle cui gioie non vi è alcuna che mi arrida? Non resisto a lungo né in un teatro né in un cinema, non riesco quasi a leggere il giornale, leggo raramente un libro moderno, non capisco quale piacere vadano a cercare gli uomini nelle ferrovie affollate e negli alberghi, nei caffè zeppi dove si suonano musiche asfissianti e invadenti, nei bar e nei teatri di varietà delle eleganti città di lusso, nelle esposizioni mondiali, alle conferenze per i desiderosi di cultura, nei grandi campi sportivi: non posso condividere, non posso comprendere queste gioie che potrei avere a portata di mano e che mille altri si sforzano di raggiungere. Ciò che invece mi accade nelle rare ore di gioia, ciò che per me è delizia, estasi ed elevazione, il mondo lo conosce e cerca e ama tutt'al più nella poesia: nella vita gli sembrano pazzie. Infatti se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, i divertimenti in massa, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l'animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l'aria, il nutrimento."

Harry anela al divino, a circondarsi di poesia, musica e perfezione, quella poesia perfetta ormai decaduta, rimpiazzata nella modernità da opere mediocri, spettacoli mediocri, musica americana svuotata dal significato e non trovando tracce di immortalità nella modernità si isola e si trasforma nel lupo. Lo scontro dei due mondi si manifesta nella vita quotidiana, nell'incomprensione delle gioie semplici, del cinema, dei caffè. L'estasi e l'elevazione non hanno spazio nella quotidianità e vengono accettate solo nella poesia, circoscritte a brevi momenti, piccoli luoghi, nicchie, tabernacoli da aprire o chiudere selettivamente. Chi accetta questo vive e trae piacere dalla vita compatibilmente con gli impegni lavorativi, familiari, di società. Chi non li accetta si autoemargina e fugge perché la bellezza e l'estasi sono il suo nutrimento, il suo respiro.

MA E' TUTTA ILLUSIONE!!!

Il Borghese e il lupo sono solo due delle molteplici personalità di Harry, di anime all'interno dell'uomo.

p.XVII "L'uomo è una cipolla formata di cento bucce, un tessuto di cento fili"

Non si sa da chi sia scritta la Dissertazione sul Lupo della Steppa ma apparentemente ne sa parecchio, conosce profondamente gli uomini come Harry e tutto ciò che ci è sembrato ammirevole e condivisibile in Harry a un tratto ci appare per ciò che è: semplice ipocrisia. Il lupo ritiene di non potersi vendere per denaro, di non poter avere un impiego od orari da rispettare, di non poter obbedire eppure la sua condotta è ipocritamente borghese in quanto non si vende solo perché non ne ha necessità, vive in ambienti borghesi e disprezza gli outsider, i criminali, le prostitute. La borghesia tanto rifuggita non è altro che aspirazione alla via di mezzo, all'unione di sacro e piacere, armonia, sopravvivenza.

Ma come affrontare questo paradosso?

p. 88 discutendo con Erminia di quanto accaduto a cena con un professore suo conoscente "Se fosse saggio riderebbe del pittore e del professore. Se fosse matto prenderebbe il Goethe e glielo butterebbe in faccia. Ma siccome è soltanto un ragazzino vuol correre a casa a impiccarsi"

Il saggio ride!
Il saggio vive!
Il saggio ama, balla!

Erminia lo dice a p.103 "Tu hai bisogno di me in questo momento perché sei disperato e ti serve una spinta che ti butti nell'acqua e ti richiami alla vita".

E' un ritorno alle parole di Novalis che si trovano nella prima parte del libro "La maggior parte degli uomini non vuole nuotare prima di saper nuotare" Harry aveva trovato ovvia quell'affermazione sostenendo che l'uomo non è fatto per nuotare "certo che non vogliono nuotare. Sono nati per la terra, non per l'acqua". Invece sì, sono nati per la terra, sono nati per l'acqua, sono nati per il cielo.

L'unica soluzione è l'umorismo che unisce e illumina tutte le zone della natura umana.
"Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse".
Ridere di sé, della propria inadeguatezza e dell'inadeguatezza della società, sostituire agli ideali del nostro tempo un credo: Mozart, gli immortali e.. il teatro magico, il sogno puro, il grottesco, la follia.

p.151 "Succeda quel che vuole, almeno una volta voglio essere stato felice, sciolto da ogni legame, fanciullo, fratello di Pablo". Nuotare senza saper nuotare, lasciarsi andare, ridere.
La risata è salvifica, è ciò che ci protegge dalla schizofrenia. "Pensieri non ne avevo più, libero e sciolto mi lasciavo trasportare dalle onde della danza, dai profumi, dai suoni".

Harry Haller è guarito. Il lupo continuerà probabilmente a far parte di lui ma è tornato a essere solo una parte del caleidoscopio di anime che lo compongono.

domenica 21 maggio 2017

Elogio dell'Imperfezione - La Quest per il NGF


Se non fosse un'autobiografia potrebbe benissimo essere un romanzo d'avventura, una Quest, una Cherche, la Ricerca del Sacro Graal della neuroembriologia, Il NGF, il fattore di crescita nervoso, una proteina studiata ancora oggi per trovare la cura ad alcune delle più gravi malattie che colpiscono il sistema nervoso, come la sclerosi laterale amiotrofica (SLA), la malattia di Alzheimer e i tumori.
Tutto ebbe inizio al capezzale della sua tata, Giovanna, che prestava servizio in casa come governante. Rita aveva appena terminato il liceo femminile che a quell'epoca non dava accesso all'università, per tentare l'esame di ammissione alla facoltà di medicina doveva mettersi in pari nelle materie che al liceo femminile erano trascurate: latino, greco e matematica, dopo otto mesi trascorsi sui libri grazie a insegnanti privati nell'autunno del 1930 superò l'esame e fu ammessa all'università, all'epoca le ragazze del primo e secondo anno erano sette, tra loro Rita Levi -Montalcini e sua cucina Eugenia, tra le matricole come lei spiccava un sedicenne che primeggiava su tutti in materie come biologia, fisica e chimica, era Renato Dulbecco, Nobel per la medicina nel 1975.
Al secondo anno di medicina l'incontro con il mentore di tutta la sua vita, Giuseppe Levi, anche lui ebreo, si rincorsero, raggiunsero separarono e riavvicinarono per tutta la vita, fu lui ad assegnarle come primo compito il conteggio e l'analisi delle cellule nervose, attività che la scienziata portò avanti per tutta la vita.
Nel 1936 la laurea in medicina poi, con la promulgazione dell leggi razziali prese la decisione di trasferirsi in Belgio, dove già si era trasferito il professor Levi, all'avvento dell'occupazione nazista fece ritorno a Torino ma non potendo fare ricerca né esercitare la professione medica si costruì un laboratorio in casa a Torino e il professore si unì a lei e alle sue ricerche sugli embrioni di pollo.
Una strana coppia che di fronte all'orrore e all'ingiustizia imperanti tutt'attorno reagiva tuffandosi nella ricerca scientifica per trovare uno scopo al loro attaccamento alla vita.

"A distanza di tanti anni mi sono molte volte domandata come potessimo dedicarci con tanto entusiasmo all’analisi di questo piccolo problema di neuroembriologia, mentre le armate tedesche dilagavano in quasi tutta l’Europa disseminando la distruzione e la morte e minacciando la sopravvivenza stessa della civiltà occidentale. La risposta è nella disperata e in parte inconscia volontà di ignorare quel che accade, quando la piena consapevolezza ci priverebbe della possibilità di continuare a vivere."

Un simile distacco emotivo traspare dalle parole scelte in due punti importanti della narrazione: quando descrive per la prima volta la gemella Paola e quando narra della malattia e morte di suo padre. Nel descrivere la sorella utilizza termini impersonali "Questa era soltanto una delle differenze, palesi sin dai primi anni di vita tra noi. Le altre non meno significative, che rivelavano a prima vista la nostra gemellanza biovulare, trasparivano dall'aspetto fisico, dal carattere e dal comportamento". L'utilizzo del termine tecnico di "gemellanza biovulare", suona pesante e sgraziato, troppo lontano dalla percezione di come dovrebbe essere descritta una sorella, a maggior ragione gemella. 
Nella seconda occasione scrive "Alla fine di maggio papà soffrì per la prima volta di fenomeni circolatori cerebrali di brevissima durata" e poi "Il 30 luglio sopravvenne durante la notte una grave crisi anginosa... si aggiunse un dolore acuto all'emitorace destro". La Levi-Montalcini sta descrivendo la morte di suo padre e sembra invece che scriva di un paziente qualunque, come se con questo linguaggio impersonale si costruisca una barriera tra sé e la sua emotività, impedendosi di rievocare, a tanti anni dall'accaduto, emozioni che la turberebbero così come durante la seconda guerra mondiale si rifugiava davanti al suo microscopio per sfuggire alla barbarie. Gigi Magri la descrisse come "una specie di seppia pronta a schizzare inchiostro contro chi ti avvicinava", questa repulsione verso il contatto sia fisico sia emotivo potrebbe essere tra i motivi che consentirono all'amicizia/collaborazione con Giuseppe Levi di protrarsi così a lungo, fino agli ultimi anni di vita di lui che la vide sempre come una studiosa mettendo le sue capacità in primo piano rispetto alla persona.

Il libro scorre con una velocità straordinaria, scorrendo le pagine mi torna in mente Frodo e la Compagnia dell'Anello mentre affrontano mille ostacoli per portare a termine la sua missione: le leggi razziali, la guerra, la fuga a Firenze, l'attività di falsaria di documenti, la parentesi nella Croce Rossa e poi, finalmente, gli Stati Uniti dove potersi dedicare totalmente alla sua Quest senza più ostacoli. Etnia, sesso, ceto... nulla più contava, solo l'impegno, la dedizione, l'intuito.
E la squadra.
Nella Cherche classica l'eroe è soprattutto solo. Solo era Ulisse, soli erano Orlando, Perceval e Galahad. Con Tolkien la missione diventa di squadra, di Compagnia. Rita Levi-Montalcini ebbe notevoli compagni d'avventura: Giuseppe Levi, Renato Dulbecco, Viktor Hamburger, Herta Meyer e a ognuno di loro rende omaggio nella sua autobiografia sottolineando come i risultati ottenuti dalla ricerca siano possibili solo con la collaborazione, con lo scambio continuo di informazioni, idee, materiali. Se Herta Meyer non avesse messo a disposizione di Rita la sua unità di colture in vitro a Rio de Janeiro i successi della ricerca sarebbero stati molto più lenti.
Lo ammetto, a distanza di più di dieci anni mi brucia ancora. Mentre preparavo la mia tesi di laurea avevo raccolto materiale in mezza dozzina di biblioteche del Nord d'Italia, ero riuscita a ottenere microfilm di manoscritti trecenteschi e quattrocenteschi da Londra, Parigi, Madrid e New York. Ma una stronza di professoressa torinese mi negò il microfilm e altro materiale in suo possesso. Materiale pubblico pagato con le tasse di cui si era appropriata e che custodiva gelosamente nel suo studio. A distanza di più di dieci anni penso ancora a quel rifiuto che altro non è se non lo specchio dell'egoismo e dell'individualismo che dilaga in certe facoltà italiane. Parentesi personale chiusa.

A tratti fiaba, a tratti avventura, in ogni capitolo della prima metà dell'autobiografia si insinua la rivolta discreta e silenziosa. E tutto ha origine nelle parole di suo padre, uomo vittoriano in tutto quel che riguardava il lavoro e le relazioni familiari, manifesta atteggiamenti anarchici quando si tratta  di religione:
"Voi siete liberi pensatori. Quando avrete compiuto ventun anni deciderete se continuare così o se invece aderire alla fede ebraica o cattolica. Ma non ti preoccupare, se te lo chiedono, devi rispondere che sei una libera pensatrice"Così feci da allora, suscitando grande perplessità in chi mi rivolgeva la domanda, che non aveva mai sentito parlare di questo tipo di religione... Così eravamo diventati, prima ancora di imparare a leggere, scrivere e tanto meno pensare, "liberi pensatori", una situazione che rendeva ancora più acuto il senso di isolamento che nostro padre con questo compromesso sperava di evitarci.
Con una premessa simile e un'indole non propensa alla maternità o alla vita familiare queste parole si manifestano, contrariamente alle stesse intenzioni del padre, come un lasciapassare per decisioni future prese in autonomia, sfuggendo agli stereotipi dell'educazione vittoriana impartitale che, come scriveva Ruskin nel suo libro Sesame and Lilies "deve essere diretta non allo sviluppo della donna ma alla rinunzia di se stessa. Mentre l'uomo deve sforzarsi di approfondire le sue conoscenze in tutte le branche dello scibile, la donna si limiti a concetti generali della letteratura, arte, musica o natura. Questo le servirà a rendersi conto dell'immensa piccolezza del suo orizzonte e della sua nullità di fronte al Creatore".
Le parole del padre devono aver continuato ad affacciarsi alla sua mente se a distanza di tanti anni, tra le poche pagine dedicate al padre scomparso quando era ragazzina, c'è proprio questa esortazione, ripetuta due volte a poche pagine di distanza. Probabilmente lui aveva maturato questo concetto riferendolo esclusivamente alla religione perché era uomo e dunque aveva già tutta la libertà di pensare e manifestare il suo pensiero e la sua natura senza restrizione alcuna. Ma le stesse parole, liberate dal contesto religioso e applicate a ogni campo della vita, devono per forza aver avuto per la giovanissima Rita l'aspetto di un faro nella nebbia dei suoi anni di formazione. A volte semplici frasi ascoltate distrattamente in gioventù riescono a segnare lo svolgersi di una vita. Ripenso al libro di Michael Ende La Storia Infinita e alla scritta sul retro dell'Auryn, l'amuleto in grado di proteggere chi lo indossa, "Fa' ciò che vuoi" inteso come "Compi la tua vera volontà", una frase che silenziosamente mi ha accompagnata per tutta la vita senza che me ne accorgessi e che ha discretamente segnato il mio cammino. Ma non coscientemente bensì in modo latente come un istinto primordiale cui non si riesce a dare spiegazione ma si accetta e si contiene finché un giorno, per caso, mi tornò alla mente e mi tornò alla mente il libro da cui era tratta e ogni giorno ringrazio il suo autore per avermi indicato la via. "Fa' ciò che vuoi" è l'amuleto che mi protesse sempre e che mi protegge ancora, soprattutto dai cattivi pensieri :)

Nel terzo capitolo della parte quarta della sua autobiografia "Il miracolo del demone di Maxwell" viene narrato il suo rientro in Italia e l'inevitabile confronto con il contesto universitario e di ricerca statunitense, la carenza di fondi, la mancanza di considerazione, il servilismo dei sottoposti e l'anarchia di ricercatori e tecnici, così distante dal clima di collaborazione e gruppo che consentì alla loro attività di mantenersi a un livello molto superiore rispetto a quello dei colleghi. Di nuovo il gruppo, la Compagnia che per sei mesi dirigeva lei e sei mesi il collega Pietro Angeletti conosciuto alla Washington University con il quale si alternava anche oltre oceano. La sua fama e la fama del NGF attirarono laureandi e neolaureati che con spirito di volontariato contribuirono alla ricerca, senza paga se non la speranza di poter trascorrere un semestre con la ricercatrice oltre oceano, Mecca della ricerca scientifica.

In chiusura lascio le parole che Rita Levi-Montalcini dedica alla cerimonia del Premio Nobel che la vide protagonista. Parole dolci, fiabesche quasi, cariche di poesia, nelle quali si manifesta tutta la devozione e il rispetto per l'oggetto della ricerca cui ha dedicato la vita.

"Nella vigilia del Natale 1986, il NGF apparve di nuovo in pubblico sotto la luce dei riflettori, nel fulgore di un salone addobbato a festa alla presenza dei reali di Svezia, dei principi, di dame in festosi abiti di gala e gentiluomini in tuxedo. Avvolto in un mantello nero, il NGF s'inchinò al re e per un attimo abbassò la visiera che gli copriva il viso. Ci riconoscemmo nella frazione di pochi secondi, quando vidi che mi cercava tra la folla che lo applaudiva. Rialzò la visiera, e scomparve così come era apparso. Ritornò alla vita errabonda nelle foreste popolate dagli spiriti che di notte vagano sui laghi gelati del Nord dove ho trascorso tante ore solitarie della mia prima giovinezza? Ci rivedremo ancora, o in quell'attimo è stato esaudito il mio desiderio di tanti anni di incontrarlo e se ne perderanno definitivamente le tracce?"

La citazione dei laghi gelati del Nord è un ritorno alla sua infanzia e alla sua famiglia, un ricordo della sorella Anna, Nina, che voleva diventare una scrittrice come la sua beneamina Selma Lagerlöf, autrice di La saga di Gösta Berling di ambientazione scandinava che le sorelle Levi-Montalcini leggevano e rileggevano.

L'autobiografia si apre e si chiude in Scandinavia. Si apre con i sogni di bambina e si chiude con il successo di una grande donna di scienza.

martedì 18 aprile 2017

L'Amica - Clara Maffei e il suo salotto nel Risorgimento


Che libro meraviglioso!
Che donna meravigliosa!
Daniela Pizzagalli ricostruisce a partire dalle lettere private della contessa Clara Maffei il risorgimento milanese, quello straordinario crogiuolo di politica e letteratura che accese per due decadi i cuori di Milano.
Ne "La vita letteraria", scritto del romanziere Roberto Sacchetti in occasione dell'Esposizione Universale di Milano del 1881 la Contessa Maffei viene così descritta:

"Nel celebre crocchio delle contessa Maffei, tutte le arti hanno ormai delle tradizioni, perché da quasi mezzo secolo quei due salottini […] hanno ospitato tutte le notorietà italiane e tutti gli stranieri distinti che sono venuti a Milano"
"Uomini diversissimi per animo, intelletto, occupazioni, diversi nel terreno dell'arte, della scienza, delle convinzioni, degli interessi, s'incontrano in casa della contessa e diventano garbati fra loro, quasi cordiali. Molti non si parlano mai altrive che fra quelle pareti; fuori di là non si conoscono più."

Di lei Honoré de Balzac dice
"Parlava il francese con la grazia e l'eleganza di una parigina, col fuoco e la vivacità di un'italiana. Aveva familiarità con la nostra letteratura (...) Fatta per brillare in pubblico, per produrre effetto nei salotti più brillanti (...) Avrei dato dieci anni della mia vita per essere amato da lei per tre mesi."

Milano stava per esplodere. Nei caffè, nei teatri, nei salotti si incontravano e scontravano i più illustri rappresentanti della vita politica e artistica dell'epoca, nasceva l'editoria come la conosciamo oggi e ognuno apportava il proprio contributo alla causa italiana. C'erano salotti monarchici, altri repubblicani, salotti letterari o musicali ma quello della contessa Maffei non aveva pari per accogliere ogni tradizione e ogni novità con lo stesso delizioso garbo.
Grossi, Hayez, Liszt, Balzac, Manzoni, Verdi e poi Carcano, D'Azeglio, Cattaneo... una sola condizione veniva rispettata nella selezione degli ospiti del suo salotto: erano tutti rigorosamente antiaustriaci.

Quando ebbero inizio le cinque giornate di Milano il 18 marzo 1848 il salotto di Clara era il centro dell'attività letteraria e politica della città, il fervore della Maffei è reale e la speranza di libertà incendia gli animi delle signore milanesi che visitano gli ospedali, organizzano raccolte fondi, fabbricano bende con la biancheria di casa. 
Tutta la prima metà del libro è un ribollire di patriottismo e di speranza, prima mazziniana, poi sabauda, il fermento di quegli anni è tangibile nelle pagine e coinvolgente, sottolineato dai successi di Giuselle Verdi che le fu amico a distanza, anche lui catturato dalla sua irresistibile benevolenza.

La seconda parte del libro è più posata, conquistata l'unità d'Italia il fervore degli anni passati si affievolisce, irrompe la difficoltà della politica del nuovo regno dalle lettere dei suoi amici a Roma, le serate si fanno meno intense ma tutta Milano ancora riconosce alla contessa un ruolo dominante nella vita culturale del paese tanto che fu tra i pochi ad assistere il Manzoni nelle sue ultime ore.

Una donna esemplare, si separa giovane dal marito col quale non ha affinità e intraprende una dolce relazione con Carlo Tenca, letterato, giornalista e patriota italiano, ma nonostante questo mai si osò biasimare la sua condotta morale per questo. Discreta, colta, gentile, civetta quanto bastava per attirare l'attenzione degli uomini ma non abbastanza per suscitare biasimo nelle donne, mise a disposizione dell'Italia casa sua e lì l'Italia vi nacque tra musica, poesie e giornali. Come disse Tullo Massarani al funerale della contessa

"La Contessa Clara Carrara Spinelli Maffei ha in tutto il corso della sua rimpianta esistenza mostrato, senza quasi addarsene e certamente senza ostentarlo, come una donna, pur serbando il profumo di un fragile e raro fiore di serra, possa essere una forza, un impulso, un valore vero e vivo nelle grandi evoluzioni della storia"


IN QUESTA CASA
DIMORO' TRENTASEI ANNI E MORI' IL 15 LUGLIO 1886
LA CONTESSA CLARA MAFFEI
IL CUI SALOTTO, ABITUALE RITROVO DI INSIGNI PERSONALITA'
DELL'ARTE, DELLA LETTERATURA E DELLA MUSICA
FU PURE, TRA IL 1850 ED IL 1859
CENACOLO DI ARDENTI PATRIOTI TENACI ASSERTORI
DELLA INDIPENDENZA E DELLA UNITA' D'ITALIA

lunedì 17 aprile 2017

Felis Mulier - Giovanni Verga


C'è poco da dire su questo testo
Molto... molto poco. La cosa principale è che si tratta di un'opera non pubblicata che forse Verga non avrebbe mai voluto leggessimo poiché in seguito ci rimise mano completamente pubblicandolo con il titolo "Tigre Reale"
Siamo nel 1873, Verga ha passato la trentina e ha già pubblicato Storia di una Capinera con Lampugnani, adesso è nelle mani dell'editore Treves, alla ricerca della ricetta per il romanzo perfetto, l'intento è ambizioso e il risultato... una catastrofe, un orrore letterario che vira pesantemente al comico quando vorrebbe essere tragico.
E' un'opera che si legge con infinita tenerezza, si vede che Verga prova in tutti i modi a sfondare: sceglie un tema in voga, la mondanità russa, la malattia letteraria per ecellenza, la tisi, un linguaggio pieno di aggettivi aulici, sceglie di interpuntare l'opera con epistole nel tentativo forse di rendere più verosimile il racconto e catturare la partecipazione del lettore. Sceglie lo stereotipo della donna gatto e dell'innamorato perduto per compiacere il più possibile il lettore, viaggi in treno, frenesia ma quello che ottiene è un gran papocchio a tratti illeggibile, scoordinato, a tratti parodico dei grandi romanzi ottocenteschi, una macchietta.
E non stupisce che non sia stata pubblicata: questa storia era vecchia ancora prima di essere scritta.