domenica 21 dicembre 2008

Il mito dell'uomo-lupo II


( Lupo mannaro di Lucas Cranach il vecchio, 1512 circa, incisione, Gotha, Herzogliches Museu)

Il mito dell’uomo-lupo appartiene, per altre ragioni, anche al mondo norreno: nelle saghe si narra di una particolare casta di guerrieri sciamani, votati al dio Odino, combattevano coperti delle pelli di animali e ne imitavano le tattiche. Tra questi guerrieri v’erano gli uomini-lupo, Ulfedhnar, che, come i lupi, privilegiavano il combattimento in branco.

Ricongiungimento si trova nelle leggende di origine celtiche e nella letteratura arturiana si legge di Ulfius, assistente di Uther Pendragon, appartenente al Clan del Lupo.

Gervase of Tilbury, uno scolastico che scrisse tra il 1210 and 1214, annotò nei suoi “Otia Imperialia” che “in Inghilterra si vedono spesso uomini trasformati in lupi al mutar della luna." A quel tempo l’Isola Emerald era conosciuta come terra di lupi e si pensava che lo stesso San Patrizio avesse trasformato Vereticus, re del Galles, in un lupo.

Maria di Francia, che trasse ispirazione per i suoi Lais sia dalla letteratura classica (Ovide Moralisé), sia da miti celtici, ha inserito la leggenda dell’uomo-lupo in Bisclavret:

Un tempo si sentiva dire
E spesso accadeva
Che parecchi uomini diventavano lupi mannari
E avevano dimora nei boschi.
Il lupo mannaro è una bestia selvaggia;
quando è in preda a quel furore,
divora gli uomini, commette grandi mali,
si aggira e vaga nelle grandi foreste.

Questo è il cappello che fa Maria di Francia al lai Bisclavret: introduce la tematica dell’uomo-lupo ma in realtà il componimento tratta più dell’infedeltà di una moglie e della sua giusta punizione. Più che la storia in sé è interessante il modo in cui viene effettuata la trasformazione: per trasformarsi in lupo l’uomo deve spogliarsi dei suoi vestiti, allo stesso modo i vestiti gli sono indispensabili per ritrovare le sembianze umane. Da come viene raccontata la sua metamorfosi sembra che trasformarsi in lupo sia per lui necessario per sfogare la parte selvaggia e pericolosa, si ha proprio l’idea che l’uomo si trasformi di sua volontà e non, come invece è stato tramandato in seguito il mito, a causa di eventi indipendenti dalla sua volontà (vedi luna piena). Così infatti racconta la sua metamorfosi:

“Signora, io divento un lupo mannaro.
Mi inoltro in quella grande foresta,
nel folto della macchia,
e vivo di preda e di rapina.
… accanto a quel bosco,
di fianco al sentiero che percorro,
c’è una vecchia cappella
che molte volte mi è di grande aiuto
Ci metto i miei vestiti, sotto il cespuglio,
finché torno a casa.”

Anche il ritorno alle sembianze umane sembra volontario in quanto per ritornare uomo il cavaliere deve indossare vestiti.

Contemporaneo a Bisclavret è il lai di Melion, di autore anonimo, composto tra il 1190 e il 1204, conservato presso la Biblioteca de l’Arsénal di Parigi. La storia è uguale, tanto che sembra impossibile ritenere che i due componimenti non abbiano avuto la medesima fonte. Si differenziano solo per due particolari: Bisclavret è inserito in un contesto anonimo, un qualsiasi luogo della Bretagna in qualsiasi tempo, mentre di Melion sappiamo che era cavaliere al servizio di re Artù e che sposò la figlia del re d’Irlanda. Dopo tre anni di matrimonio la moglie, durante una battuta di caccia al cervo (ancora il motivo della caccia al cervo come elemento stravolgente), incita Melion a catturarlo, egli allora, con l’ausilio di un anello magico (elemento introdotto per la prima volta proprio in questo lai) si muta in lupo e inizia la caccia. L’anello viene affidato alla dama con queste parole:

‘Je vos lais ma vie et ma mort:
Il n’i auroit nul reconfort
Se de l’autre touciés n’estoie;
Jamais nul jor hom ne seroie’ (vv. 169-72)

Vi consegno la mia vita e la mia morte : / non ci sarebbe conforto / se nuovamente non fossi toccato ; / Mai più sarei uomo.

L’anello, come i vestiti in Bisclavret, opera la trasformazione in lupo e la riconversione in uomo. In entrambi i componimenti la moglie sottrae all’uomo lo strumento della metamorfosi per poi venir punita al termine del racconto.

Io mi fermo qui. A voler continuare ce ne sarebbe ancora per un po’, a cominciare dall’immagine del lupo cattivo presente nelle fiabe più note de “I tre porcellini” e di “Cappuccetto Rosso”, ma non escludo di poterne trattare in un altro momento.

domenica 14 dicembre 2008

Il mito dell'uomo-lupo

Per questa ricerca, come nel caso della caccia al cervo e della Malmariée, il punto di partenza è il libro dei Lais di Maria Di Francia. Avevo ben appuntato sul quaderno, cartaceo perché ancora se non fisso su carta non riesco a linkare, gli spunti di riflessione offerti dalle note della curatrice Giovanna Angeli. Volevo dare una citazione classica, magari greca, e due o tre tratte da componimenti romanzi medievali ma più seguivo gli spunti e più le cose si ingarbugliavano fino a costringermi a spezzare questo post in due tronconi, costringermi a stampare il tutto per vedere di riorganizzare il lavoro in modo da renderlo più fluido. Se ci sono riuscita non so, vedremo.

Il mito del licantropo ha le sue origini nella Grecia classica, presso il Monte Liceo, in Arcadia, dove si compivano riti sacrifici umani in onore dell’animale, protettore dei raccolti, al quale ci si rivolgeva nei periodi di carestia. Forse per motivare la scomparsa di tale culto si ricorse al mito di Licaone, sovrano empio dell’Arcadia che Zeus punì trasformandolo in lupo.

In seguito diventarono più frequenti gli accostamenti del lupo al mondo degli inferi: nelle culture italiche preromane il lupo aveva la funzione di psicopompo, accompagnatore delle anime dei defunti e, presso gli Etruschi, il dio della morte ha orecchie di lupo. Anche nell’antico Egitto vigeva lo stesso accostamento e, secondo Diodoro Siculo (I sec. a.C.), Osiride, re d’Egitto, tornando dal mondo dei morti, prese sembianze di lupo e lo stesso Anubi, divinità degli Inferi in Egitto, era chiamato anche “colui che ha forma di cane selvaggio”. E’ curioso ritrovare l’immagine del lupo accompagnatore di anime in un canto funebre rumeno, recitato ancora nei primi del 1900:

"Il lupo apparirà davanti a te. Prendilo come tuo fratello, perché il lupo conosce l’ordine delle foreste. Egli ti condurrà per via piana verso il paradiso…".

Una testimonianza diretta della leggenda che vede l’uomo trasformarsi in lupo ci viene fornita da Erodoto (484-425 a.C): nelle sue Storie, libro IV-105 a proposito dei Neuri, popolazione della Scizia:

Non è escluso che questi uomini siano degli stregoni: in effetti gli Sciti e i Greci residenti in Scizia raccontano che una volta all'anno ciascuno dei Neuri si trasforma in lupo per pochi giorni, poi di nuovo riprende il proprio aspetto. Di questa storia non riescono davvero a convincermi, nondimeno la raccontano, e giurano di dire la verità. 

Dalla sua testimonianza si può notare come l’uso del mito si stesse lentamente perdendo per adottare un approccio già più scientifico basato sulle testimonianze.

Tracce della trasformazione di un uomo in lupo si possono rintracciare persino nella Bibbia, e questa volta non c’entrano nulla le reinterpretazioni di matrice filologico-glottologiche di tutti quegli esperti che imperversano nelle trasmissioni di Giacobbo.

Girando in rete tra riferimenti conosciuto e casuali sono incappata in più siti che riportano il fenomeno della licantropia associato al re Nabuccodonosor. Da principio li ho presi per una colossale bufala ma la curiosità mi ha spinta comunque a ricorrere alla fonte: quella Bibbia (Edizione C.E.I.) che nella mia libreria è scientemente collocata tra i libri di storia.

Ebbene, nel libro di Daniele, che si fa risalire al II secolo a.C., capitolo 4, 30, si ritrovano le seguenti parole:

In quel momento stesso si adempì la parola sopra Nabucodònosor. Egli fu cacciato dal consorzio umano, mangiò l'erba come i buoi e il suo corpo fu bagnato dalla rugiada del cielo: il pelo gli crebbe come le penne alle aquile e le unghie come agli uccelli.

Tanto è conosciuto questo passo, ad altri, non a me, almeno fino a questo momento, che in psichiatria, la convinzione di trasformarsi in lupo è definita “licantropia di Nabucodonosor”, ma indica solo la presenza di un pensiero delirante, non crescono né peli né zanne.

Torniamo alle fonti letterarie per citare un passo delle Bucoliche Virgilio (I. sec, a.C), VIII 95-99, in poeta fa dipendere la trasformazione dell’uomo in lupo a delle erbe magiche:

Queste erbe e questi veleni raccolti nel Ponto
lo stesso Meri me li diede (nel Ponto ne nascono in abbondanza);
con questi vidi spesso Meri trasformarsi in lupo
e celarsi nelle selve, ed evocare le anime dai sepolcri profondi,
e trasportare le messi seminate da un campo all'altro.

Mentre per la prima volta, almeno per le testimonianze che ho a disposizione, è Petronio (I sec. d.C) nel Satyricon a legare il meccanismo della trasformazione al fenomeno della luna piena. Il passo qui di seguito riporta il racconto del liberto Nicerote durante la cena a casa di Trimalcione:

Alziamo le chiappe al primo canto del gallo e con una luna così chiara che sembrava di essere di giorno. Finimmo dentro un cimitero: il mio socio si avvicina a una lapide e si mette a pisciare, mentre io attacco a contare le lapidi fischiettando. A un certo punto, mi giro verso il tipo e vedo che si sta togliendo i vestiti di dosso e butta la sua roba sul ciglio della strada. A me mi va il cuore in gola e resto lì a fissarlo che per poco ci resto stecchito. Ed ecco che quello si mette a pisciare tutto intorno ai vestiti e di colpo si trasforma in lupo.

Sin qui quelle che potrebbero essere definite "fonti classiche", per quelle medievali dovete aspettare un pochino.

lunedì 8 dicembre 2008

L'uomo che ride



"L'uomo che ride" è un romanzo fuori tempo.

Fu pubblicato nel 1866, a quel tempo il pubblico francese aveva già conosciuto "Il rosso e il nero" si Stendhal e "Madame Bovary" di Flaubert, i temi della letteratura stavano evolvendosi svelando il lato domestico della vita.

Hugo ritorna al passato e si inventa una storia gotica che avrebbe suscitato interesse e passione, se solo fosse stata pubblicata tre decadi prima.

La storia

Un bambino viene abbandonato da un gruppo di comprachicos, vagabondi che acquistavano bambini per sfigurarli e farne, secondo le richieste, dei buffoni o dei contorsionisti. E' buio ed è freddo sulla punta meridionale di Portland ma il piccolo, guidato dall'istinto di sopravvivenza, riesce a trovare la strada per un villaggio e raccoglie sulla strada innevata un'infante che poppa ancora dal seno della madre morta congelata.
Bambino e infante vengono accolti nella capanna di un saltimbanco.
L'infante è una bambina meravigliosamente candida e pura, resa cieca dal riverbero del sole sulla neve, viene chiamata Dea.
Il bambino è forte e bruno, sulla faccia una mostruosa maschera incisa da mani esperte, fissa su di un ghigno perenne. Si chiama Gwynplaine.
"Bucca fissa usque ad aures, genzivis denudatis, nasoque murdridato, masca eris, et ridebis semprer"

"Un osservatore che li avesse veduti avrebbe avvertito che la propria riflessione su quei due esseri si concludeva in un senso di incommensurabile pietà. Come dovevano soffrire! Un decreto di sventura pesava visibilmente su quelle due creature umane, e mai fatalità, intorno a quelle due esistenze che non avevano alcuna colpa, aveva meglio reso il destino una tortura e la vita un inferno.
Eppure essi erano in paradiso.
Si amavano"

"Una sola donna sulla terra vedeva Gwynplaine. Ed era quella cieca"

La strana famiglia prospera grazie all'attività di attori ambulanti, gli anni passano e un giorno Gwynplaine viene portato via da un importante funzionario di giustizia gettando nella disperazione Dea e Ursus, l'uomo che per quindici anni ha fatto loro da padre.

In un sotterraneo Gwynplaine viene a conoscenza della sua origine di erede di un pari d'Inghilterra, Lord Clancharlie, fedele alla repubblica di Cromwell, cui re Giacomo I aveva fatto rapire il figlio per venderlo a una banda di comprachicos.

Abbagliato dalla luce della nobiltà inglese Gwynplaine dimentica la sua famiglia, l'uomo che lo ha cresciuto, la donna che ha amato. Si veste di tessuti pregiati e si piega alla voluttà delle cortigiane ma giunto nella Camera dei Lord per l'investitura ufficiale non dimentica il suo mondo e attacca l'aristocrazia per la sua indifferenza nei confronti del popolo sofferente.

"Quel che è stato fatto a me. è stato fatto al genere umano. Gli hanno deformato il diritto, la giustizia, la verità, la ragione, l'intelligenza, come a me gli occhi, le narici e le orecchie; come a me, gli è stata posta nel cuore una fogna di collera e di dolore e sulla faccia una maschera di contentezza."

Deriso e insultato dall'assemblea pensa di ritornare dalla sua famiglia adottiva ma non la trova più: hanno ricevuto l'ordine di lasciare la città. Li ritrova per pura fortuna, Dea è malata e spira tra le sue braccia.

La vita di Gwynplaine è cominciata nel momento in cui ha raccolto la piccola Dea in fasce e decide di terminarla con lei, nelle acque della Manica.

Create da Dio o create dall'uomo il destino delle creature mostruose, almeno quelle letterarie, sembra essere segnato: Quasimodo, Frankenstein, Gwynplaine, dalla maturità all'oblio in un battito di ciglia e in questo tempo esiguo il potere di sconvolgere le vite di coloro che li circondavano.

Curiosità: la descrizione della deformità di Gwynplaine mi ricordava qualcosa ma non afferravo cosa... o chi.

Scava che ti scava la Rete alla fine dà una mano.

Con tutto il rispetto per gli altri, per me Joker è e rimane Jack Nicholson.







giovedì 27 novembre 2008

Omicidi di Stato

Quand'è che la storia cambia?

Quali sono le azioni umane che da sole possono mutare il corso della Storia?
Non pretendo di fornire La Risposta: cerco di dare solo Una risposta possibile che nasce dal raffronto di tre fatti storici tra loro simili nella violenza, tre omicidi politici che marcarono una deviazione nel percorso lineare della storia occidentale.

(Vincenzo Camuccini, La morte di Cesare (1804-1805)
44 a.C.: Gaio Giulio Cesare è console di Roma. Alle sue spalle una carriera militare impressionante che gli ha consegnato ricchezze, onori e la stima del popolo romano.
Nel 58a.C., dopo aver stretto una storica alleanza con Crasso e Pompeo, definita dagli storici il Primo Triumvirato, per ottenere l'elezione a Console, intraprende una spedizione in Gallia contro gli Elvezi, colpevoli 
di incitare alla rivolta le popolazioni presso il Rodano. Non si ferma: nel corso di otto anni muove guerra contro i Germani, i Belgi, i Veneti di Bretagna e i Celti di Vercingetorige con un esercito che arriverà a contare dieci legioni. Nel 50 a.C. la Gallia è totalmente assoggettata a Roma e Cesare si riporta ai confini di Roma. Nel frattempo il Triumvirato è morto e il Senato teme la rielezione di Cesare a Console e teme Cesare, favorendogli Pompeo, intima a Cesare di lasciare il comando delle sue truppe e di portarsi a Roma da privato cittadino, svestito della sua carica. Cesare sa che questo significherebbe la sua riduzione all'impotenza e il rischio di un processo civile, oltrepassa in armi il Rubicone, confine dello Stato Romano dichiarando così guerra al Senato e l'inizio della guerra civile contro Pompeo. Nel frattempo a Roma ottiene un trionfo di consensi e attua finalmente una riorganizzazione del mondo romano, da un nuovo censimento alla fondazione di nuove provincie estendendo la cittadinanza, fa erigere nuove opere architettoniche e riordina burocrazia e magistratura. Nel 44 a.C. i consoli sono lui e Marco Antonio, pretori Bruto e Cassio. Quest'ultimo, deluso per la mancata elezione a console ordisce una congiura appoggiata da molti ex-pompeiani. Alle Idi di Marzo, in 
senato, i congiurati si stringono attorno a Cesare e lo uccidono a colpi di pugnale. 
Questo porterà a un ribaltamento delle alleanze politiche e all'emergere della figura di Ottaviano che nel 31 a.C. sconfisse le truppe di Marco Antonio ad Azio decretando la fine della Repubblica romana e l'inizio dell'Impero.
L'orazione funebre di questo condottiero ci è stata consegnata da una penna di indiscusso prestigio: 
William Shakespeare: Giulio Cesare Atto terzi, scena prima.
"ANTONIO: O possente Cesare! Giaci tu sì basso? Sono tutte le tue conquiste, le tue glorie, i trionfi, le spoglie, ridotte a sì piccola misura? Addio. Non so, signori, quali siano le vostre intenzioni, a chi altri debba essere cavato sangue, chi altri cresca tropp'alto: se a me, non v'è ora più adatta dell'ora della morte di Cesare, né alcuno strumento per metà sia degno quanto codeste vostre spade, arricchite dal più nobile sangue di questo mondo. Io vi scongiuro, se male mi sopportate, ora, mentre le vostre imporporate mani fumano e vaporano, di compiere la vostra volontà. Vivessi mill'anni, non mi troverò sì pronto a morire: luogo alcuno non mi piacerà mai tanto, mezzo alcuno di morte, quanto qui accanto a Cesare, e da voi ucciso, i più eletti spiriti, i maestri di questi tempi."

(Jean Paul Laurens (1838-1921) - L'esecuzione del duca d'Enghien nel fossato di Vincennes, il 21 marzo 1804.)
1804: Napoleone, a trentacinque anni, è diventato Primo Console grazie al colpo di stato del 18 brumaio, è circondato da ammirazione e congiure ordite dai realisti finanziati dagli inglesi. Nel febbraio viene scoperta a 
Parigi una congiura e il capo della polizia sospetta di Louis-Antoine-Henri de Bourbon Condé, duca d'Enghien. Questi viene rapito dalla sua dimora a Ettenheim, in territorio tedesco, e trasferito a Parigi dove ammette di essere pronto a battersi nella nuova guerra dell'Inghilterra contro la Francia dell'usurpatore Napoleone. 
D'Enghien firma il verbale ma chiede un'udienza privata col Primo Console. La sentenza è di condanna a morte ma non specifica in base a quale legge l'uomo è stato condannato; viene deliberato che la condanna venga eseguita immediatamente, in violazione a una legge che prevede la possibilità di appello contro ogni sentenza militare; il presidente della corte viene bloccato mentre scrive una lettera al Primo Console per informarlo della richiesta del duca di un colloquio privato. Nessuna comunicazione arriva a Napoleone.
Il duca viene giustiziato la mattina del 22 marzo alla luce di lanterne poggiate a terra, intravede soltanto le sagome del plotone d'esecuzione; quando viene reso noto il fatto una pioggia di accuse cade su Napoleone da tutte le corti d'Europa, il 24, davanti al Consiglio di Stato, il Primo Console si difende attaccando: "La Francia non avrà pace né riposo fino a quando l'ultimo individuo della razza dei Borboni non sarà stato sterminato" e la violenza del suo discorso gli fa riconquistare il favore dei giacobini aprendogli la strada verso l'Impero.
Nel suo memoriale Napoleone commenterà: 
"Ho fatto arrestare il duca di Enghien perché era necessario per la sicurezza, l'interesse e l'onore del popolo francese, nel momento in cui il conte d'Artois manteneva, per sua confessione, sessanta assassini a Parigi. In circostanze analoghe agirei allo stesso modo".
La marchesa di Nadaillac, interpretando l'indignazione che percorse le corti europee all'annuncio dell'assassinio di d'Enghien, compose questi versi in cui la voce è quella di Napoleone:
Je vécu très longtemps de l’emprunte e de l'aumône,     

de Barras, vil flatteur, j’épousai la catin;                              
j'étranglais Pichegru, j'assassinai Enghien,                          
et pour tant de forfaits, j'obtins un couronne.                    
Vissi a lungo di prestiti ed elemosine
di Barras, vile adulatore, sposai la sgualdrina;
strangolai Pichegru, assassinai Enghien
e per tanti misfatti ottenni una corona.

1924: le elezioni politiche si dimostrano un trionfo per il partito di Benito Mussolini: superato il quorum del 25% si vede attribuire il 65% dei seggi e riporta un autentico plebiscito in Toscana, Emilia-Romagna e Umbria, nel Meridione e nelle Isole. Tuttavia, sull'esito delle votazioni, grava, pesante, l'ombra dei brogli. All'apertura della Camera piovono accuse dagli scranni dirette al Presidente del Consiglio Mussolini, le più 
pesanti vengono proferite da Giacomo Matteotti, segretario del Partito Socialista Unitario:

"Contestiamo in questo luogo e in tronco la validità delle elezioni della maggioranza. L'elezione secondo noi è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni",denuncia le violenze, le illegalità, gli abusi commessi dai fascisti per estorcere il voto e termina il suo discorso con parole drammaticamente profetiche: "Io il mio discorso l'ho fatto. Ora voi preparate il discorso funebre per me".
Il resto è storia fin troppo conosciuta: il deputato fu rapito il 10 giugno e il cadavere ritrovato il 16 agosto in stato di putrefazione. Le accuse si concentrarono contro Mussolini che, in un discorso del 30 gennaio 1925, respinse l'accusa di un suo coinvolgimento nel delitto ma si assunse contemporaneamente la responsabilità di quanto accaduto e del clima di violenza.
"Ebbene, dichiaro qui, al cospetto di questa Assemblea e al cospetto di tutto il popolo italiano, che io assumo, io solo, la responsabilità politica, morale, storica di tutto quanto è avvenuto. Se le frasi più o meno storpiate bastano per impiccare un uomo, fuori il palo e fuori la corda! Se il fascismo non è stato che olio di ricino e manganello, e non invece una passione superba della migliore gioventù italiana, a me la colpa! Se il fascismo è stato un'associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione a delinquere!
Se tutte le violenze sono state il risultato di un determinato clima storico, politico e morale, ebbene a me la responsabilità di questo, perché questo clima storico, politico e morale io l'ho creato con una propaganda che va dall'intervento ad oggi."
Sulle responsabilità dirette o indirette di Mussolini in questo delitto si è scritto molto e diverse sono state le tesi. 
Unanime il giudizio degli storici che vede, in quel discorso del 30 gennaio del 1925  l'accentramento del potere politico nelle mani di Mussolini, la proclamazione del regime dittatoriale in Italia, una deviazione drastica nel percorso della storia d'Italia e d'Europa.

sabato 22 novembre 2008

La Malmariée nella letteratura medievale



Nella raccolta di Lais di Maria di Francia ricorre il tema della malmariée, termine generalmente utilizzato per indicare una donna sposata male, vuoi perché sposa di un uomo di più bassa estrazione sociale, vuoi perché, ed è spesso il caso nella produzione letteraria medievale, sposata con un uomo crudele o terribilmente geloso.
Nella mia ricerca di impossibili connessioni mi piace far risalire il tema della malmariée, sposa di un marito geloso, al libro di Siracide della Bibbia che recita:
9, 1: “Non dare l’anima tua alla tua donna, sì che essa si imponga sulla tua forza”. Contrariamente a quanto asserito nel testo sacro sembra esserci qui un’esortazione a non sposare per amore. Questo “comandamento” viene rispettato a pieno nei componimenti dei quali mi propongo di parlare qui di seguito.
La connessione sembra un po’ flebile e vedrò di farmi perdonare.
Possiamo ritrovare la sposa infelice nella Medea di Euripide: quando Giasone arriva in Colchide alla ricerca del vello d’oro lei se ne innamora perdutamente e arriva persino a uccidere il suo proprio fratello pur di aiutare l’eroe. I due si sposano ma dopo dieci anni di matrimonio Giasone la ripudia per nozze più fruttuose.
“Ma tutto infesto è adesso, e affligge il morbo
ogni piú cara cosa. In regio talamo
Giasone or dorme, ed ha traditi i figli
suoi, la consorte: ché sposò la figlia
di Creonte, signor di questa terra.
E Medèa, l'infelice, abbandonata,
ad alta voce i giuramenti invoca,
e della destra la solenne fede;
e del ricambio che Giasone or le offre,
a testimoni gli Dei chiama.”

Sin qui la donna è malmaritata perché sposa in un matrimonio senza amore o perché sposa tradita e abbandonata, ma nella letteratura medievale si fanno largo il sentimento della gelosia e il tema dell’adulterio moralmente comprensibile che ci accompagneranno nei secoli a venire arrivando a diventare soggetto stesso della narrazione come nei casi di Lady Chatterly, Anna Karenina e Madame Bovary: quando un’unione non è felice, la donna ha il diritto di cercarsi la felicità altrove e, in un’epoca in cui il divorzio non esisteva, via libera al tradimento.

Nella letteratura del XII secolo si sa, così come gli eroi sono dei veri paladini della giustizia, senza macchia, i villain, i cattivi, commettono azioni davvero spregevoli. Per questo il marito non è solo negligente o geloso, egli è un vero orco, geloso al punto di rinchiudere la moglie sotto chiave e farla sorvegliare da persone di sua fiducia. Ecco come Maria di Francia propone il tema nel Guigemar:
“ Il signore che la governava (la città)
 Era molto vecchio e aveva sposato
Una dama di alto lignaggio,
nobile, cortese, bella e saggia.
Egli era terribilmente geloso,
perché la natura vuole
che tutti i vecchi siano gelosi
La sua vigilanza non era uno scherzo:
in un giardino, sotto la torre,
c’era tutt’attorno  un recinto;
il muro era di marmo verde,
molto alto e spesso!
C’era una sola entrata:
ed era sorvegliata notte e giorno.
Il signore aveva fatto costruire nel recinto,
per tenere la moglie al sicuro,
una camera
Suo marito le aveva messo accanto,
come dama di compagnia, una fanciulla
Sua nipote, figlia di sua sorella.”

e in Yonec:
“Il signore era di età avanzata.
Poiché possedeva molti beni,
si sposò per avere dei figli
che fossero poi suoi eredi.
Di alto lignaggio era la fanciulla
Che fu data al ricco signore,
saggia, cortese, e molto bella:
Non faceva che sorvegliarla;
la chiuse dentro la sua torre,
in una grande stanza pavimentata.
Aveva un asorella,
vecchia e vedova, senza signore;
la affinacò alla moglie
perché la tenesse d’occhio meglio”

Una situazione come quella descritta rende più che lecita l’idea del tradimento, quasi un punizione divina.

Un’altra testimonianza sul tema della malmariée ci viene fornita dal Roman de Flamenca, opera anonima, da taluni attribuita a Guglielmo IX, risalente al XIII secolo.
Il tema è sempre quello della moglie rinchiusa per gelosia che può uscire dalla sua prigione dorata solo per recarsi alla messa ed è proprio tra i banchi della chiesa che Guillaume de Névers riesce ad avvicinarla facendosi passare per chierico. Durante lo scaombio della pace Guillaume riesce a dirle qualche parola, lei risponderà la settimana seguente sempre nella stessa occasione.

Mese I             G Ai las!              Ahi me!
                        F Que plains?    Perché piangi?
                        G Mor mi            io muoio
                        F De que?
Mese II             G D’amor
                        F Per cui ?
                        G Per vos
                        F Q’en pos         Che posso fare ?
Mese III            G Gagir              Guarirlo
                        F Consi?            Come
                        G Ger gein         Con l’inganno
                        F Pren l’i             Trovalo
Mese IV           G Pres l’ai           l’ho trovato
                        F E cal?
                        G Irez                  andreste?
                        F Esoh                e dove?
Mese V            G Als bans          ai bagni
                        F Cara?              Quando?
                        G Jom brev         Tra poco
                        F Plas mi            Va bene

Questo corteggiamento dura cinque mesi e solo al sesto i due amanti riusciranno a incontrarsi e rendere becco il marito geloso.

Il Boccaccio, che tanto spunto prese dalla letteratura popolare medievale, tratta anche lui del tema della malmariée ma lo svolge in modo diverso da Maria di Francia, più vicino al tono del fabliau, cercando più l’elemento comico che quello morale. La novella decima della seconda giornata narra di una giovane donna sposa a un anziano signore, Riccardo di Chinzica, che si rende conto, sin dalla prima notte di nozze, di non poter soddisfare sua moglie come lei desidera, si inventa quindi tutta una serie di festività e ricorrenze, religiose e non, nelle quali si doveva praticare l’astinenza.
La quale il giudice menata con grandissima festa a casa sua, e fatte le nozze belle e magnifiche, pur per la prima notte incappò una volta per consumare il matrimonio a toccarla, e di poco fallò che egli quella una non fece tavola; il quale poi la mattina, sì come colui che era magro e secco e di poco spirito, convenne che con vernaccia e con confetti ristorativi e con altri argomenti nel mondo si ritornasse. Or questo messer lo giudice, migliore stimatore delle sue forze divenuto che stato non era avanti, incominciò ad insegnare a costei un calendario buono da fanciulli che stanno a leggere, e forse già stato fatto a Ravenna. Per ciò che, secondo che egli le mostrava, niun dì era che non solamente una festa, ma molte non ne fossero; a reverenza delle quali per diverse cagioni mostrava l'uomo e la donna doversi astenere da così fatti congiungimenti.
 La moglie, giovane e bella, viene rapita da un corsaro, Paganino da Monaco, e vive con lui more uxori. Quando Riccardo la ritrova e pretende che lei ritorni a casa, la moglie lo apostrofa con le seguenti parole:
“voi, mentre che io fu'con voi, mostraste assai male di conoscer me, per ciò che se voi eravate savio o sete, come volete esser tenuto, dovavate bene aver tanto conoscimento, che voi dovavate vedere che io era giovane e fresca e gagliarda, e per conseguente conoscere quello che alle giovani donne, oltre al vestire e al mangiar, bene che elle per vergogna nol dicano, si richiede; il che come voi il faciavate? voi il vi sapete.

E s'egli v'era più a grado lo studio delle leggi che la moglie, voi non dovavate pigliarla”

Sin qui la letteratura popolare sembra privilegiare l’approccio scanzonato, la condanna della gelosia come ossessione, il diritto della donna ad amare ed essere amata nel rispetto della sua persona e delle sue esigenze in quanto essere morale e fisico.
Il tema della gelosia e del matrimonio infelice sarà una costante nella letteratura occidentale, ricorrerà ancor di più nelle canzoni popolari del XV secolo, ma credo che per tutti il vero dramma della gelosia resti l’Otello di Shakespeare.

sabato 15 novembre 2008

Apologia di una riforma



Quello che segue è un post che probabilmente non piacerà e ne sono cosciente.
E' tuttavia un post che mi sento in dovere di rendere pubblico perché tocca un argomento che mi sta molto a cuore: la scuola.
Anzi, più che la scuola, il vero oggetto di questo scritto è l'insegnamento.
Mi sta a cuore perché io amo leggere e più ancora amo studiare, ma lo ho scoperto tardi: solo una volta uscita dalla scuola superiore e approdata all'università.
Il titolo del post è "Apologia di una riforma", la riforma in questione è il ddl 133, proprio quello per il quale si sta spendendo tanto inchiostro sui giornali e tanta voce nelle piazze in questi giorni.
L'origine del post è un insieme di sentimenti e avvenimenti che si sono succeduti in questi giorni:
1. Mi sono accorta che negli ultimi mesi sono nati su Facebook almeno 105 gruppi contro il decreto Gelmini contro i 5 pro (almeno andando a vedere fino all'undicesima pagina di ricerca)
- Mi sono iscritta a uno dei pochi gruppi "pro" e ho inviato inviti al gruppo a una ventina di persone che, pensavo, avrebbero potuto essere toccate da questo argomento.
- Di queste venti persone solo in due hanno risposto, peraltro declinando.
Possibile che agli alti non gliene freghi niente?
Ma allora chi c'è in piazza a discutere?
Se ci sono tante persone che manifestano in piazza mi aspetterei un riscontro pari, anche negativo, sulla rete.
E invece nulla.
Tre le amicizie di FB che hanno declinato, motivando, l'invito, Cristina mi ha invitata a discutere con lei le motivazioni che mi portano a difendere il decreto.
Una manifestazione di dialogo e maturità illuminante.
Visto che non mi piace discutere di cose che conosco superficialmente mi sono andata a cercare il testo della riforma Gelmini e qui di seguito spiego perché di apologia si tratta.
Art. 1 - Acquisizione nel primo e nel secondo ciclo di istruzione delle conoscenze e delle competenze relative a "Cittadinanza e Costituzione" - e - Sono attivate iniziative per lo studio degli statuti regionali delle regioni ad autonomia ordinaria e speciale -
Per gran parte della mia formazione scolastica mi sono chiesta che senso avesse imparare a memoria gli articoli dello Statuto Albertino se poi non ci si soffermava a studiare anche la Costituzione Italiana. Non si può pretendere che sia solo la famiglia a occuparsi della formazione civica di coloro che un giorno dovranno recarsi alle urne: si deve pretendere dalla scuola la formazione di uomini completi, istruiti sui diritti e doveri del cittadino. E non è vero che l'educazione civica si insegna a scuola, perlomeno non in tutte: ricordo che il mio professore di storia e filosofia, dopo averci tenuti per tre mesi a studiare tutto quello che si poteva studiare su Kant, disse pochi giorni prima degli esami di maturità: "Se ve lo chiedono, ricordatevi che noi le lezioni di Educazione Civica le abbiamo fatte"... probabilmente quando io ero assente perché non mi ricordo una sola lezione a riguardo.

Art.2 - Nelle scuole secondarie di primo e di secondo grado, in sede di scrutinio intermedio e finale, viene valutato il comportamento di ogni studente durante tutto il periodo di permanenza nella sede scolastica - e - La votazione sul comportamento degli studenti, ..., determina, se inferiore a sei decimi, la non ammissione al successivo anno di corso - e ancora - Le somme iscritte nel conto dei registri del bilancio dello Stato per l'anno 2008 non utilizzate alla data di entrata in vigore della legge, ... destinate al finanziamento di interventi per l'edilizia scolastica.
Concordo sul fatto che le eccedenze del bilancio debbano essere spese con coscienza e debbano essere programmate: non è verosimile che uno Stato, in caso di eccedenza si ritrovi a giostrarsi questo malloppo secondo gli ultimi umori (come è successo al tesoretto nel 2007, tanto si è detto e tanto si è fatto che alla fine è stato sparpagliato come grano ai piccioni di San Marco e questo non ha migliorato la situazione di nessuno). Tutto va programmato: l'imporvvisazione non è ammissibile nel governo di uno Stato.
Per quanto riguarda poi il vecchio voto in condotta non potrei essere più d'accordo: negli ultimi anni, con la trasformazione dei presidi in manager degli istituti scolastici ho assistito a un inesorabile e progressivo deterioramento delle classi scolastiche, più simili a riformatori che a luoghi di studio, questo, in concomitanza con l'innalzamento dell'obbligo scolastico ha portato alla formazione di classi sempre più numerose e sempre meno disciplinate, poco importa visto che, ai fini delle entrate nelle casse delle scuole, quello che conta è il numero degli studenti e non la qualità dei diplomati.
Art.3 - La valutazione periodica degli apprendimenti degli alunni e la certificazione delle competenze... sono effettuate mediante... voti numerici espressi in decimi - e - Nella scuola secondaria di primo grado sono ammessi alla classe successiva, ovvero all'esame di Stato ... gli studenti che hanno ottenuto un voto non inferiore a sei decimi in ciascuna disciplina - - si provvede al coordinamento delle norme vigenti ... tenendo conto anche dei disturbi specifici di apprendimento e della disabilità degli alunni - 
Sacrosanto voto in decimi: basta con "buono", "discreto", "ottimo" che non ci si capisce nulla, il bello dei numeri è che non sono soggetti a interpretazione, stanno lì ed esprimono qualcosa di concreto e reale. Ricordo che quando ricevetti il diploma delle medie si fece un gran dibattito in casa su cosa significasse quell'"Ottimo". "Vuole dire 8?", "Vuole dire 9?", "No mamma, vuole dire che è il voto più alto"... e i miei qualche dubbio lo hanno espresso... e, a dire la verità, qualche dubbio lo avuto anch'io sul principio, poi ho chiesto alla prof ed ho avuto conferma.
Quasi quasi proporrei di introdurlo come valutazione anche negli esami di Maturità. Ricordo che all'uscita delle votazioni ho perso delle amicizie solo per un pugno di numerini in più (e non fatevi strane idee, non ero certo una secchiona... solo che la parlantina può aiutare con una commissione che non ti conosce). Vorrei che qualcuno mi spiegasse dove risiede la differenza tra un 46 e un 47 (sessantesimi, ovvio). Con una possibilità di scelta così ampia come c'è adesso (centesimi) credo si possa perdere di vista il giudizio complessivo.
Art. 4 - Le istituzioni scolastiche della scuola primaria costituiscono classi affidate ad un unico insegnante e funzionanti con orario di 24 ore settimanali. Nei regolamenti si tiene comunque conto delle esigenze, correlate alla domanda delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo-scuola.
Finalmente la questione del maestro unico. La trovo fondamentale. Dal punto di vista pedagogico è necessario che, nell'assenza dei membri della famiglia, ci sia una sola persona autoritaria che funga da punto di riferimento. A volte, nell'ottica di utilizzare l'impiego pubblico come serbatoio di voti, ci si dimentica delle reali esigenze dei bambini. I bambini in via di sviluppo sono, perdonatemelo, come i cani, e i cani devono poter riconoscere un solo padrone che gli dica cosa si deve e cosa non si deve fare, anche nel caso in cui si porti l'animale ad addestrarsi: tra le pareti domestiche un padrone, all'addestramento un padrone (anche diverso, è il contesto che muta). Diversamente si rischia l'annullamento reciproco delle figure autoritarie (comprese quelle dei genitori) e la trasformazione della scuola italiana nella scuola di Amici, dove tutti parlano e nessuno ci capisce più nulla. Il secondo punto è un po' più soggetto a interpretazione ed è per questo, credo, che si sono catenate le proteste: il totale di 24 ore (che a me che ne lavoro 40 fa un po' rabbrividire... ma non è questo il momento di parlarne). Il fatto che ci sia un insegnamento di 24 ore non significa che la scuola possa rimanere aperta solo 24 ore a settimana (e forse il ministro avrebbe fatto meglio a specificare la cosa). Si tornerà probabilmente alla situazione degli anni '80 quando c'erano delle classi che facevano 4 ore al giorno compreso il sabato (6*4=24) e altre classi che facevano il tempo pieno con 24 ore di insegnamento curricolare  + altre ore facoltative per arrivare a 8 ore al giorno per 5 giorni la settimana.
Io da piccola usufruivo della seconda possibilità, poi, data la mia straordinaria intelligenza, tornavo a scuola anche il sabato perché non mi bastava. In realtà, poiché i miei genitori lavoravano entrambi 6 giorni a settimana a tempo pieno, e poiché la mia classe non prevedeva il sabato, ci deve essere stato un accordo tra i miei e la scuola per garantirmi un posto dove stare la mattina del sabato.
L'importante è che le scuole non comincino a comportarsi come gli uffici del comune e che continui a esserci una discreta autonomia per gli istituti. Questo punto della riforma, a mio avviso, dovrebbe essere integrato.
Art.5 - I competenti organi scolastici adottano libri di testo in relazione ai quali l'editore si è impegnato a mantenere invariato il contenuto nel quinquennio.
Mi spiegate che senso ha modificare un libro di testo che tratta di Medioevo e Rinascimento? Se ci sono novità, e raramente ce ne sono di fondamentali, se ne parla in sede accademica, non certo alle Elementari o alle Medie.
Art. 6 - L'esame di laurea sostenuto a conclusione dei corsi in scienze della formazione primaria ... ha valore di esame di Stato e abilita all'insegnamento nella scuola primaria o nella scuola dell'infanzia a seconda dell'indirizzo prescelto - 
La Scuola che forma la Scuola primaria, lì dove è fondamentale una preparazione non solo negli argomenti da trattare ma anche nel metodo di insegnamento. Il testo è chiaro: chi si laurea in quelle discipline (che prevedono comunque un periodo di tirocinio) ha accesso diretto alle graduatorie.
Farei di più: chi si laurea in ingegneria diventa ingegnere e chi si diploma alla scuola per geometri diventa geometra... Di più ancora? Che le Università predispongano corsi di laurea mirati all'insegnamento, eliminando così la necessità di una voragine mangia-soldi come la SISS (usata oggi come ulteriore distributore di posti di lavoro) ed evitando che la scuola possa diventare un lavoro occasionale per persone che, durante il percorso formativo universitario, non hanno capito cosa volevano fare della propria laurea.
Tutti i corsi, gli esami di Stato per l'ammissione all'albo potrebbero così essere soppressi (con questo e col praticantato). Ma forse mi sono spinta troppo in là.
Art.7  Parla dell'accesso alle scuole universitarie di specializzazione in medicina e chirurgia delle quali non so nulla e per questo non intervengo
7 bis - Per la messa in sicurezza degli edifici scolastici è destinato un importo non inferiore al 5% delle risorse stanziate per il programma delle infrastrutture strategiche in cui il piano stesso è ricompreso - 
Forse come argomento è poco interessante ma ancora una volta sottolineo il fatto che si sia provveduto a fissare un canone che stabilisca quali e quante risorse destinare alla manutenzione degli edifici scolastici.

Si è detto che la Gelmini vuole mandare a casa gli insegnanti ma non si è detto che la Scuola conta un milione e 300 mila dipendenti per una popolazione che va dai 5 ai 30 anni di circa 16 milioni (per stare larghi diciamo 20 milioni) e che il 97% del suo bilancio vada in stipendi. Un'azienda che regga su questi bilanci andrebbe in fallimento. Ve l'immaginate la FIAT che utilizza il 97% del bilancio in stipendi? 
Molto spesso si tende a dimenticare che lo Stato è un'azienda dal cui benessere dipende il benessere stesso dei suoi cittadini. Ci sono conti che devono quadrare. Pensiamo che tutti noi che lavoriamo diamo allo Stato parte del nostro stipendio che ci torna indietro un po' quotidianamente attraverso i servizi di cui usufuiamo (sanità, infrastrutture...) e un po' tornerà un giorno quando ce ne andremo in pensione... Pensate al caso Fortis che sta sconvolgendo il Benelux: la banca ha perso milioni di Euro dei suoi correntisti e non verranno restituiti... uno Stato non è molto diverso da una banca: se i conti non tornano va in fallimento e si perdono tutti i soldini messi da parte nelle sue casse.
Ci tengo a precisare che i tagli alla scuola non hanno a che fare con il decreto Gelmini che spesso è stato accomunato alla finanziaria... chi lo sa, se mi va di impelagarmi nella cosa, mi studio pure quello e ci faccio un altro post.
Non prometto nulla.