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venerdì 9 agosto 2019

Lezioni Americane - architettura in letteratura


Un'opera di letteratura è come un castello di carta che per reggersi ha bisogno di una combinazione di elementi tra i quali la leggerezza, la rapidità, l'esattezza, la visibilità e la molteplicità.
Fondamentale è anche e soprattutto iniziare e finire bene.

Lezioni americane l'ho recepito come un manifesto non solo della scrittura del Calvino narrativo ma anche del Calvino maestro, c'è una lezione sottotraccia che non viene discussa ma corre lungo tutte le sue lezioni: la semplicità.

1) Leggerezza: per descrivere la pesantezza del mondo c'è bisogno di scostarcene e reagire, innalzarsi con un balzo e narrare con distacco. Tra gli esempi citati da Calvino più di tutti ho apprezzato la sua lettura dell'amore in Romeo e Giulietta di Shakespeare che contrappone il fardello sotto cui si trova il cuore di Romeo alle ali ai piedi di Mercuzio che gli permettono di volare. 

2) Rapidità: prendendo spunto dalle narrazioni popolari Calvino si sofferma sulla velocità data dalla selezione delle parti del racconto, dalla concatenazione logica degli eventi tra di loro, e dalle transizioni da un episodio all'altro che fungono da collante della struttura. Un esempio estremo di velocità nella narrazione è Le mille e una notte in cui Sherazade riesce a catturare l'attenzione del re incatenando una storia all'altra e interrompendosi al momento giusto.

3) Esattezza: significa un disegno dell'opera ben calcolato e l'evocazione di immagini visuali nitide con un linguaggio che sia il più preciso possibile in cui nessuna parola o espressione possa essere considerata sostituibile. L'immagine che racchiude in sé queste caratteristiche è quella del cristallo: estremamente complesso eppure lo si può tenere in una mano e ammirarne la complessità. Calvino sottolinea come, nel XX secolo, in un'epoca in cui il linguaggio perde progressivamente la sua forza conoscitiva, ci sia estrema necessità di utilizzare parole precise e insostituibili.

4) Visibilità: l'essenza visiva della letteratura. Per Calvino ogni narrazione inizia con una visione ed è questa visione che si deve trasmettere al lettore attraverso la scrittura. Calvino fa riferimento soprattutto a San Tommaso d'Aquino, a Loyola, a come il primo teorizzasse una visione proveniente da Dio e il secondo invitasse, nei suoi Esercizi spirituali, alla contemplazione di Dio come visibile. L'autore, nel capitolo, si interroga su cosa possa accadere all'immaginazione in un mondo in cui le immagini ci bombardano quotidianamente. 

5) Molteplicità: ambizione di un'opera dovrebbe essere quella di contenere in sé stessa l'intera realtà conosciuta, se la letteratura non si ponesse obiettivi inarrivabili non potrebbe sopravvivere. Il problema potrebbe insorgere nel momento in cui non si riuscisse a contenere la materia all'interno dei confini del testo, per questo è indispensabile progettare l'opera letteraria sin dall'inizio. Come fece Proust: la sua Recherche  nacque tutta insieme, inizio e conclusione, per poi espandersi dall'interno.

6) Cominciare e finire: questa lezione avrebbe dovuto aprire il ciclo di conferenze ma venne poi scartata per confluire nella sesta lezione che rimase incompiuta. Iniziare uno scritto significa per prima cosa distaccarsi dalle innumerevoli possibilità letterarie, stabilire i confini e la posizione in cui si dovrà collocare l'opera. 

In questo testo Calvino ha spiegato con una semplicità disarmante i meccanismi che fanno di un romanzo (o un racconto) un'opera d'arte, un classico: l'ispirazione è quasi secondaria, c'è attesa, dedizione, minuzia, cesello, ampliamento. 
C'è coerenza, c'è tensione verso un punto ben preciso che mai deve essere dimenticato.
C'è un che di matematico in questa opera, una scienza della letteratura. 
Fare di ogni parola una parola insostituibile, di ogni evento una necessità.

mercoledì 24 luglio 2019

Canne al vento - tra verismo e fiaba


Canne al vento è la storia di un delitto e della sua espiazione attraverso un castigo autoimposto (suona familiare?).
È anche la conclusione di una saga familiare la cui storia precedente emerge dalle pagine poco a poco: le nobili sorelle Pintor, un tempo padrone rispettate sono cadute in disgrazia mentre la borghesia emerge come il ceto sociale dominante. A prendersi cura delle sorelle è rimasto solo un servitore che a loro dedica tutta la sua vita.

È attraverso gli occhi di questo servo che impariamo a conoscere le sorelle Pintor quasi nel momento in cui la stantia quotidianità viene travolta dalla notizia dell'arrivo del nipote, figlio della quarta sorella Pintor fuggita anni prima in Continente.

Il mondo è mutato negli anni e l'arrivo del giovane nipote impone un'accelerazione al declino economico delle Pintor ma allo stesso tempo le metterà di fronte alla necessità di adattarsi, di imparare a conoscere la nuova realtà, di piegarsi come fanno le canne al vento per scoprire che non è così male.

Adattarsi.
Non opporsi ma non lasciarsi nemmeno sradicare o rompere.
È la cedevolezza che vince la forza nella filosofia judo, così lontana dalla nostra cultura alimentata da eroi che si ribellano al proprio destino. È la filosofia dei campi e della terra, della natura che vede l'alternarsi di tempi di abbondanza e privazioni e l'uomo nei campi, che non si può ribellare, impara ad accettare, pianificare, assecondare.

La storia a vocazione verista della è inserita in un'atmosfera favolistica governata da spiriti, nani, fate tessitrici di stoffe d'oro (le janas), giganti con cavalli enormi e draghi. Gli elementi fantastici emergono con estrema discrezione a ogni passo, sono lì, accanto alla narrazione, discretamente si affacciano nei detti, nelle sensazioni, nelle immagini della natura di Sardegna dipinta a parole come un quadro di Turner.
Le descrizioni nel libro sono la parte più bella, la prosa semplice e delicata comunica l'incanto bucolico dei luoghi con periodi brevi e il lettore è immerso nella sardegnitudine senza alcuno sforzo di immedesimazione.
In questo libro la natura è, non appare.

Vi lascio il link per scaricare il libro e, sotto, un estratto

Clicca qui per accedere alla pagina e scaricare il testo

"E un silenzio grave odoroso scendeva con le ombre dei muricciuoli, e tutto era caldo e pieno d'oblio in quell'angolo di mondo recinto dai fichi d'India come da una muraglia vegetale, tanto che lo straniero, arrivato davanti alla capanna, si buttò, steso sull'erba ed ebbe desiderio di non proseguire il viaggio.
Fra una canna e l'altra sopra la collina le nuvole di maggio passavano bianche e tenere come veli di donna; egli guardava il cielo d'un azzurro struggente e gli pareva d'esser coricato su un bel letto dalle coltri di seta.
Vedeva Efix aprire la capanna, volgersi richiamandolo con un gesto malizioso dell'indice, poi ritornare con qualche cosa nascosta dietro la schiena e inginocchiarsi ammiccando. Sognava? S'alzò a sedere cingendosi le ginocchia con le braccia e si fece un po' pregare prima di prendere la zucca arabescata piena di vino giallo che il servo gli porgeva.
Infine bevette: era un vino dolce e profumato come l'ambra e a berlo così, dalla bocca stretta della zucca, dava quasi un senso di voluttà.
Efix guardava, inginocchiato come in adorazione: bevette anche lui e sentì voglia di piangere.
Le api si posarono sulla zucca; Giacinto strappò di mezzo alle sue gambe sollevate uno stelo d'avena, e guardando per terra domandò:
— Come vivono le mie zie?
Era giunto il momento delle confidenze. Efix sporse la zucca di qui e di là, a destra e a sinistra.
— Guardi, vossignoria, fin dove arriva l'occhio la valle era della sua famiglia. Gente forte, era! Adesso non resta che questo poderetto, ma è come il cuore che batte anche nel petto dei vecchi. Si vive di questo.

giovedì 16 maggio 2019

Lessico Famigliare: madeleinettes del linguaggio


Lessico Famigliare di Natalia Levi Ginzburg nasce dall'urgenza di raccontare il vero.
La tessitrice di storie inventate si rese conto che in ogni sua opera di fantasia emergeva il lato biografico, emergeva involontariamente ma con prepotenza. C'era tutto un mondo di ricordi, di parole, di esclamazioni che chiedeva di essere raccontato e ascoltato.
Ma chi lo avrebbe ascoltato?
"C'erano allora due modi di scrivere, e uno era una semplice enumerazione di fatti, sulle tracce d'una realtà grigia, piovosa, avara, nello schermo d'un paesaggio disadorno e mortificato; l'altro era un mescolarsi ai fatti con violenza e con delirio di lagrime, di sospiri convulsi, di singhiozzi. nell'un caso e nell'altro, non si sceglievano più le parole; perché nell'un caso le parole si confondevano nel grigiore, e nell'altro si perdevano nei gemiti e nei singhiozzi. Ma l'errore comune era sempre credere che tutto si potesse trasformare in poesia e parole. Ne seguì un disgusto di poesia e parole, così forte che incluse anche la vera poesia e le vere parole, per cui alla fine ognuno tacque, impietrito di noia e di nausea."
Natalia aveva una folla di parole, una folla di ricordi.
Nel 1962 immagina di stendere un breve saggio dove enumerare o fissare nel tempo e sulla pagina le frasi della sua infanzia, queste frasi dovevano essere illustrate da brevi didascalie di vita familiare. Ma come ridurre a brevi vignette i ricordi di una vita?
"sulla traccia di quelle frasi, parole e storie, m'era venuto l'impulso di ricercare e far rivivere sia l'atmosfera in cui venivano pronunciate, sia le persone che usavano pronunciarle: e cioè l'atmosfera di casa mia, e le figure dei miei genitori, dei miei fratelli, dei loro amici, e degli amici miei"
Quello che Natalia non desidera è parlare di sé, delle sue sensazioni infantili, di cosa lei ha provato o sentito. Non vuole che sia un romanzo intimista di memorie: Natalia sarà solo occhi e orecchie che registrano, non con fedeltà ovviamente, con amore, con partecipazione e senza giudizio.

In tre mesi il breve saggio diventa un romanzo, un non-romanzo, un romanzo nuovo... indefinibile.
Lessico famigliare è un album di famiglia attraverso il linguaggio e intessuto con l'imperfetto, questo tempo ricorsivo che evidenzia la continuità delle azioni, delle storie, il tempo di Proust, della ripetitività, degli usi. Il tempo della famiglia e dei ricordi, il tempo dei giochi dei bambini.
Un velo di malinconia ricopre i ricordi, tanto più annebbiati quanto più vicini a lei, più legati alle sue vicende personali. Un velo malinconico per un tempo perduto che non potrà mai esser ritrovato: la guerra, la violenza, la debolezza lo hanno reso irrecuperabile.
Tuttavia lessico Famigliare non è un libro malinconico: è allegro, a tratti comico perché in ogni famiglia ci sono quegli eventi di allegria e comicità assoluti, perché la famiglia è il seno caldo e sussultante della nostra prima felicità, il rifugio sicuro della memoria quando il presente non è il futuro che avremmo desiderato.
Ci sono ricordi di travolgente comicità come il ricordo de "Il baco del calo del malo" o i modi burberi e contraddittori di papà Levi, o le mille imperfezioni di mamma Lidia che durante una perquisizione  dei fascisti in casa si preoccupa di nascondere gli scontrini delle spese affinché il papà non ne venga a conoscenza
"Io ebbi da quegli agenti il permesso di andare a scuola; e mia madre, nel vano d'una porta, m'infilò dentro la cartella le buste dei suoi conti, perché aveva paura che nel corso della perquisizione cadessero sotto gli occhi a mio padre, e che lui la sgridasse perché spendeva troppo."
Oppure i ricordi delle discussioni tra mamma e papà Levi, veri protagonisti del libro, a proposito della politica in una conversazione che è tutta da ridere ed è tutta da amare:
– Stupido! m'ha detto che son troppo di destra! Mi trattava come se fossi una democristiana! – Ma è vero che sei di destra! – diceva mio padre. – Hai paura del comunismo. Ti lasci metter su dalla Paola Carrara! – Non mi piacciono a me i comunisti, – diceva mia madre. – Mi piacevano i socialisti, quelli d'una volta. Turati! Bissolati! com'era carino Bissolati! Ci andavo, la domenica, col mio papà! – Forse questo Saragat non è tanto male. Peccato che ha una faccia che non sa di niente! – diceva ancora mia madre, e mio padre tuonava: – Non dir sempiezzi! Non crederai mica che sia socialista Saragat! Saragat è di destra! Il socialismo vero è quello di Nenni, non quello di Saragat! – Nenni non mi piace! Nenni è come se fosse comunista! dà sempre ragione a Togliatti! Io quel Togliatti non lo posso soffrire! – Perché sei di destra! – Io non sono né di destra, né di sinistra. Io sono per la pace! E usciva, col suo passo di nuovo giovane, ritmato, glorioso, i capelli ormai bianchi al vento, il cappello in mano. Si fermava sempre un po' a casa di Miranda, la mattina quando andava a ordinare la spesa, e il pomeriggio, quando andava al cinematografo. – Hai paura dei comunisti, – le diceva Miranda, – perché hai paura che ti levino via la serva. – Certo se viene Stalin a tirarmi via la serva, lo ammazzo, diceva mia madre. –
Non c'è una vera narrazione, la scansione temporale, la storia che scorre fuori e dentro le mura di casa Levi la ricostruiamo mettendo insieme i fragmenti dei ricordi con le nozioni di storia apprese a scuola: il nascondiglio di Turati a casa Levi, 
"vecchio, grande come un orso e con la barba grigia tagliata in tondo" e la fuga in motoscafo aiutato da "due o tre uomini con l'impermeabile; io, di loro, conoscevo soltanto Adriano (Olivetti). (...) Aveva occhi spaventati, risoluti e allegri; gli vidi, due o tre volte nella vita, quegli occhi. Erano gli occhi che aveva quando aiutava una persona a scappare, quando c'era un pericolo e qualcuno da portare in salvo".
Quello sguardo di Adriano Olivetti cui Natalia deve la salvezza dei suoi cari e di sé stessa torna, come un leitmotiv, più volte nelle parole dell'autrice, anche l'ultima volta, nel momento del terrore, quando Leone era agli arresti a Roma
"Io ricorderò sempre, tutta la vita, il grande conforto che sentii nel vedermi davanti, quel mattino, la sua figura che mi era così familiare, che conoscevo dall'infanzia, dopo tante ore di solitudine e di paura, ore in cui avevo pensato ai miei che erano lontani, al Nord, e che non sapevo se avrei mai riveduto; e ricorderò sempre la sua schiena china a raccogliere, per le stanze, i nostri indumenti sparsi, le scarpe dei bambini, con gesti di bontà umile, pietosa e paziente. E aveva, quando scappammo da quella casa, il viso di quella volta che era venuto da noi a prendere Turati, il viso trafelato, spaventato e felice di quando portava in salvo qualcuno."
Adriano Olivetti
L'arresto di Einaudi e Pavese e l'orgoglio di mamma e papà Levi di sapere loro figlio Alberto in carcere insieme a persone tanto da bene.
L'han messo dentro con quelli della «Cultura»! Lui che legge soltanto «Le Grandi Firme»! – diceva mio padre. – Doveva dare l'esame di biologia comparata! Adesso non lo darà mai più. Non si laurea più! – diceva a mia madre nella notte.
E ancora la fuga di Mario, gettatosi in acqua per sfuggire alle guardie di dogana mentre trasportava volantini antifascisti
Mia madre, ogni momento, giungeva le mani e diceva, tra felice, ammirata e spaventata: ⁃ In acqua, col paltò!
È di una dolcezza disarmante, quella dolcezza che porta immediatamente il sorriso sulle labbra e le lacrime agli occhi.

Natalia non si sforza mai di far capire al suo lettore di chi sta parlando: nomi e cognomi compaiono solo se strettamente necessari come nel caso degli Olivetti o di Pavese ma non sono necessari, non vuole ostentare le sue conoscenze, non vuole apparire come quella che è nata e cresciuta al centro della vita culturale torinese: Einaudi non è mai citato se non come "l'editore", non dice che suo padre era il professore che avviò la Levi Montalcini, Dulbecco e Luria sulla strada del Nobel, non dice chi è quella Margherita da cui dovrebbe andare il padre a chiedere intercessione per la liberazione del figlio Alberto
"Mio padre però, Margherita non voleva sentirla nominare. - "Figurati se vado da Margherita! Non ci vado! Non mi sogno neanche! - Questa Margherita aveva scritto, anni prima, una biografia di Mussolini; e a mio pare il fatto che ci fosse, tra le sue cugine, una biografa di Mussolini, sembrava inaudito."
Quella Margherita è la Sarfatti, nata Grassini e cugina di papà Levi, giornalista, socialista, scrittrice, critica d'arte, direttrice, insieme ad Anna Kuliscioff, della rivista "La difesa delle lavoratrici", biografa e amante di Mussolini, di qui la ritrosia di papà Levi a chiederle un favore.
Un altro personaggio misterioso viene evocato verso la fine del libro, mi sono incaponita a voler scoprire la sua identità:
"Dai Balbo in pianta stabile c'eran sempre tre suoi amici: uno piccolo coi baffetti, uno alto che rassomigliava un poco, nel viso, a Gramsci, e un altro roseo e ricciuto, che sorrideva sempre. Quello che sorrideva sempre, venne poi a lavorare nella casa editrice, ebbe l'incarico di occuparsi della collana scientifica: e sembrava una cosa ben strana, non risultando che lui si fosse mai occupato di alcuna forma di scienza; ma evidentemente riusciva ad occuparsene bene, perché conservò per anni quel posto, e anzi divenne poi il direttore di quella collana, sempre con quel suo sorriso mite, disarmato, triste, sempre spalancando le braccia e affermando di non sapere nulla di scienza; infine se ne andò e mise su una casa editrice di libri scientifici per conto suo."
È  Paolo Boringhieri, cui Einaudi, per far fronte a una crisi finanziaria, propose di acquistare l'ESE, la Edizioni Scientifiche Einaudi.
Il Cafi, amico del fratello Mario a Parigi è in realtà il saggista Andrea Caffi, l'attore Suess Aja Cawa è in realtà Sessue Hayakawa de Il ponte sul fiume Kwai, per questi storpiamenti la Ginzburg fu rimproverata in quanto non sufficientemente aderente alla realtà storica. 
Ma cosa importa?!
Cosa importa se i loro nomi non sono corretti? Quelli sono nomi della memoria, non della storiografia. Come quando da piccoli anche noi si cantava "O wendesenst" invece di "Oh when the Saints": tutti i personaggi che compaiono nel libro compaiono solo in quanto legati a quel lessico famigliare che fa da filo conduttore e lessico famigliare è anche un nome storpiato o incompleto o mai pronunciato.

Pavese, Ginzburg, Antonicelli e Frassinelli a San Grato di Sordevolo, Biella
Lessico famigliare sono i ricordi legati a Cesare Pavese che
"A mezzanotte agguantava dall'attaccapanni la sua sciarpa, se la buttava svelto intorno al collo; e agguantava il paltò. Se ne andava giù per il corso Francia, alto, pallido, col bavero alzato, la pipa spenta fra i denti bianchi e robusti, il passo lungo e rapido, la spalla scontrosa."
"Pavese, quella primavera, era solito arrivare da noi mangiando ciliege. Amava le prime ciliege, quelle ancora piccole e acquose, che avevano, lui diceva, «sapore di cielo». Lo vedevamo dalla finestra apparire in fondo alla strada, alto, col suo passo rapido; mangiava ciliege e scagliava i nòccioli contro i muri con un tiro secco e fulmineo. La sconfitta della Francia, per me, rimase legata per sempre a quelle sue ciliege, che arrivando ci faceva assaggiare, traendole a una a una di tasca con la mano parsimoniosa e scontrosa." 
A Cesare pavese sono legate pagine struggenti e intense tessute con quell'affetto che mai si palesa nel parlare, invece, del marito Leone. Non perché amasse Pavese più di suo marito ma per quel senso di sconfinato pudore con cui Natalia ha voluto circondare e proteggere le sue mozioni e, forse, per il rimpianto di non averlo potuto salvare.

Lessico famigliare sono fotografie di espressioni care, istantanee rubate quando il soggetto non guarda e che restano sul comodino della memoria a farci compagnia, prive di un vero ordine temporale se non quello che il ricordo affida loro, prive di esattezza, prive della data scritta sul retro.
Là dove l'autore colto aggiunge e raffina ed espande, Natalia ha limato, sottratto, celato consegnandoci un flusso di memoria ininterrotto e circolare come il grembo materno dal quale tutti deriviamo.

mercoledì 13 marzo 2019

Il Fanciullino - Giovanni Pascoli

Il Fanciullino - Giovanni Pascoli
Il Fanciullino - Giovanni Pascoli
Chi è poeta? Cosa significa poetare e a chi è rivolto il messaggio del poeta?

In un periodo di letture mooooooooolto pesanti (Mme Bovary, Lolita, Wide Sasrgasso Sea) mi sono voluta concedere un'oasi di serenità e pace.
È stato meraviglioso!
Confesso che era dai tempi della maturità che desideravo leggere e possedere questo scritto e quando lo ho trovato in libreria edito da Abeditore sono stata felicissimissima.
La veste grafica della collana Piccoli Mondi è ormai conosciuta. Apprezzo tantissimo il bianco e nero scelto per la copertina quando, in modo più kitsch, si sarebbero potuti scegliere i colori pastello: bianco e nero è perfetto, non perché vecchio o antico ma perché è un testo che non ha età e che per la sua semplicità nelle immagini evocate si rivolge a tutti.

In questo testo Pascoli ripercorre i temi di Omero, Virgilio, Orazio e Dante per riscoprire l'anima della poesia, il suo battito primordiale originale prima che venisse riproposto e sfigurato nei secoli successivi.
Nel tributare onore al passato spiega anche cosa sia la poesia per lui, chi sia il poeta e quale sia il fine ultimo della poesia.

Chi è dunque questo fanciullino?
E' un essere gentile che vive dentro di noi, scopre il mondo per la prima volta, se ne meraviglia e canta; e noi udiamo forte la sua voce e la ascoltiamo condividendone stupore e bellezza. Noi cresciamo e lui rimane giovane e la sua voce squillante ascoltiamo sempre meno ma
"l'uomo riposato e saggio ama parlare con lui e udirne il chiacchiericcio".
Giovanni Pascoli
Giovanni Pascoli
E come parla questo fanciullino?
Con enfasi ed entusiasmo come chi vede il mondo per la prima volta, con ripetizioni per sottolineare i pensieri, con digressioni e con paragoni tratti dalla vita e dalle esperienze comuni affinché più facilmente si intenda.
Parla una lingua semplice come quella dei primi uomini
"che non sapevano niente". "Il mondo nasce per ognun che nasce al mondo. (...) Tu sei antichissimo, o fanciullino! (...) E primitivo il ritmo col quale tu, in un certo modo, lo culli o lo danzi"
A chi parla il fanciullino?
Non al poeta ma attraverso il poeta al fanciullino che è in noi, in tutti noi, perché Pascoli è convinto che in tutti gli esseri umani risieda questa meraviglia.
"Parla alle bestie, agli alberi, ai sassi, alle nuvole, alle stelle (...) popola l'ombra di fantasmi e di dèi". 
 Trovo bellissima questa immagine: che sia il fanciullino che è in noi a popolare il cielo di dèi.

Quale è lo scopo del fanciullino?
Non convincere, non persuadere ma far scoprire o ritrovare ciò che in realtà già sapevamo da sempre ma non ci eravamo mai soffermati a considerare.
Il fanciullino non inventa: scopre!
"Il poeta è colui che esprime la parola che tutti avevano sulle labbra e che nessuno avrebbe detta."
Non l'utile, non la gloria di apporre il proprio nome:
"Non miete chi non s'inchina, si deforma, si fa gobba. (...) E tu devi essere diritta, serena, semplice, anima mia!"
"Tu scopri, s'è detto, non inventi; e ciò che scopri, c'era prima di te e ci sarà senza di te. Vorresti scriverci il tuo nome su? (...) Dunque che importa a te del nome?"
Il nome? Il nome? L'anima io semino,
ciò ch'è di bianco dentro il nocciolo,
che in terra si perde,
ma nasce il bell'albero verde

Ciò che in terra si perde, 
ma nasce il bell'albero verde

Nascere transitivo. Bellissimo.

Dicendo cosa è poesia, Pascoli dice anche e soprattutto cosa non lo è: la retorica, gli inni alla patria e le esortazioni alle armi perché il fanciullino è universale e non si rivolgerebbe mai contro un suo fratello. Perché il fanciullino ama e desidera condividere, non sopraffare. Poesia non è il bello stile che si apprende a scuola, tutto infiorettato, teso a vedere l'effetto che fa sul pubblico e a modulare i propri scritti in base a ciò che più piace.
Poesia non è imitazione, non sono gli stucchi dorati apposti sulle classiche statue di marmo per camuffarle e renderle più splendenti:
"Lo studio deve essere rivolto a togliere più che ad aggiungere" 

Piccola nota personale: è un diario, non posso non accennarvi.
Il mio incontro con il fanciullino risale a ventuno anni fa, non perché lo sentissi in me: ho sempre ascoltato più i fanciullini altrui del mio; ma perché lo studiai, come molti, a scuola. Però lo studiai come teoria accedendo solo ai capitoli I e III del testo orignale, come credo facciano in molti.
Rileggendo oggi quello che Cesare Segre scriveva per definire il manifesto della poesia pascoliana, solo adesso trovo, ahimé, un errore: un importante errore che può falsare la stessa immagine del fanciullino. 
Scrive Segre:
Il poeta cioè coincide con il "fanciullino"
"Coincidere", Treccani: corrispondersi esattamente.
Il fanciullino e il poeta non si corrispondono ma sono l'uno all'interno dell'altro.
Non so, non cambia tantissimo ma se Pascoli scrisse "È dentro noi un fanciullino" voleva significare esattamente quello e mi stupisce che, avendo a disposizione le parole dirette e senza il filtro della traduzione, abbia scelto un'altra parola.