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domenica 10 marzo 2019

Karamazov a teatro - L'opera immane di Mauri

I Fratelli Karamazov Teatro della fortuna Fano Glauco Mauri
I Fratelli Karamazov a Teatro
Prendete I fratelli Karamazov di Dostoevskij e dimenticatelo. 


La Compagnia Glauco Mauri Roberto Sturno si cimenta nell’impresa titanica di portare a teatro il capolavoro filosofico dello scrittore russo e fa tutto quel che è umanamente possibile per trasmettere lo spirito racchiuso tra le pagine a chi l’opera russa non l’ha mai letta. 

E’ uno scontro impari: Davide contro Golia, con Davide che cerca con ogni mezzo di costringere Golia a piegarsi, accartocciarsi, ridursi. 

Il risultato è oggettivamente il migliore possibile nonostante non sia Dostoevskij e non per mancanza di capacità o di impegno ma per mancanza di tempo e solitudine. 

I Fratelli Karamazov Teatro della fortuna Fano Glauco Mauri
Padre Karamazov e Smerdjakov
I fratelli Karamazov non riescono a contrarsi in due ore e venti di spettacolo e alcuni momenti purtroppo si perdono, penso al monologo di Ivan sul male che affligge i bambini che risulta slegato dal contesto poiché sulla scena non viene riportata la storia di Iljuša, il bambino oggetto di persecuzione da parte dei compagni di scuola. Questo era un tema carissimo a Dostoevskij, il tema dell’innocenza, della fanciullezza, la salvezza che proviene dai bambini e tra i bambini. Gli sceneggiatori Mauri e Tarasco hanno voluto inserire il monologo di Ivan sui bambini perché consapevoli della sua importanza per Dostoevskij ma il risultato purtroppo è quello di un pezzo di mosaico con la sfumatura di colore sbagliata. 

Molto, molto intenso invece è il monologo de Il grande inquisitore, vero racconto nel racconto e vetta altissima della poetica di Dostoevskij in cui Ivan espone al fratello Alëša un racconto allegorico di sua invenzione che vede Cristo tornare sulla terra in Spagna ai tempi della Santa Inquisizione e l’inquisitore lo apostrofa con le parole seguenti: 

“So anche troppo bene quel che diresti. Ma tu non hai il diritto di aggiungere nulla a quel che già dicesti una volta. Perché sei venuto a infastidirci? Perché sai anche tu che sei venuto a infastidirci. Ma sai cosa accadrà domani? Io non so chi tu sia né voglio sapere se tu sia proprio Lui o gli somigli, ma domani ti condannerò, ti brucerò sul rogo come il più empio degli eretici..." 
È difficile accogliere il messaggio dell’autore in questa lettura condivisa: I fratelli Karamazov è un romanzo ma è anche un testo filosofico che richiede intimità e solitudine. L’opera teatrale ha il pregevole vantaggio di incuriosire il fruitore e spronarlo ad affrontare la lettura del romanzo una volta tornato a casa consegnandogli la storia, l’intreccio necessario, e permettendogli di dedicarsi alle parti più dense di significato con attenzione senza lasciarsi distrarre dal “come va a finire”. Come va a finire lo apprendiamo sulla scena, a noi spetta il compito di comprendere perché si vada a concludere così e non altrimenti. 

A mio parere è questo lo scopo della letteratura alta: non “come va a finire”, quella è solo una distrazione, ma come ci arrivi l’autore. E perché. 

Scrive il regista Matteo Tarasco a proposito del romanzo 
“I fratelli Karamazov è un romanzo cupo e disperato, che oscilla pericolosamente nell’incerto territorio in cui danzano avvinghiati Eros e Thanatos; è una storia assoluta, spietata, estrema, senza margini di riscatto, senza limiti, un duello tra uomini completamente sopraffatti dai nervi e avvinghiati in un ineludibile legame economico.” 
“L’ultimo romanzo di Fëdor Dostoevskij ha la grandezza e la forza di un inferno dantesco, è una comédie humaine alla russa, dove bestie umane si agitano sulla scena del mondo, dove il denaro, il fango e il sangue scorrono insieme.” 
I Fratelli Karamazov Teatro della fortuna Fano Glauco Mauri
Padre Karamazov e Ivan
Dell’opera teatrale salvo l’intenzione, lo sforzo, il coraggio di confrontarsi con i Giganti in uno scontro epico. 

Salvo gli spunti di riflessione e il desiderio di confrontarmi di nuovo con l’originale. 
Salvo la mirabile scenografia di Francesco Ghisu con le sue quinte in movimento che paiono danzare. 
Salvo la colonna sonora discreta a sottolineare il racconto senza mai sopraffarlo. 
Salvo l’interpretazione di Luca Terracciano di Smerdjakov che riesce a trasmettere un’inquietudine e disagio contagiosi. 

E salvo soprattutto Glauco Mauri, attore straordinario che emerge tra tutti per come riesce a rendere reale il personaggio di Fëdor Karamazov, il padre ubriacone, dissoluto e puttaniere, moralmente deprecabile ma umanamente quasi amabile perché peccatore irredento, dannato e consapevole ma capace di strappare sorrisi al pubblico in un clima di totale tenebra. 

Ammirevole il silenzio che regnava in sala per cogliere ogni sfumatura dell’opera, ogni parola. E’ un’opera difficile che richiede concentrazione e il pubblico di Fano lo ha compreso dimostrando un rispetto straordinario verso l’autore e verso la Compagnia teatrale, persino gli applausi tra il primo e il secondo atto risultavano timorosi di interrompere il flusso magico che irradiava dal palco. 

Lo consiglio? 
Sì! 
Non per comprendere Dostoevskij, per quello dovete aprire i libri, ma perché il teatro è bello anche quando, e forse soprattutto quando, non è perfetto. 


I Fratelli Karamazov Teatro della fortuna Fano Glauco Mauri
I Fratelli Karamazov - Locandina
I fratelli Karamazov
di Fëdor Dostoevskij
versione teatrale di Glauco Mauri e Matteo Tarasco 

con (in ordine di entrata)
Paolo Lorimer | Starec Zosima
Pavel Zelinskiy | Alekséj Karamazov
Glauco Mauri | Fëdor Pavlovič Karamazov
Roberto Sturno | Ivan Karamazov 
Luca Terracciano | Smerdjakov
Laurence Mazzoni | Dmitrij Karamazov
Giulia Galiani | Katerina Ivanova
Alice Giroldini | Grušen’ka 

regia Matteo Tarasco
scene Francesco Ghisu
costumi Chiara Aversano 
musiche Giovanni Zappalorto 
luci Alberto Biondi 

Produzione Compagnia Glauco Mauri Roberto Sturno – Fondazione Teatro della Toscana


E selfie a cazzeggio




             


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domenica 22 marzo 2009

L'Idiota

Chiuso Delitto e Castigo promisi a me stessa che non mi sarei mai più avventurata a leggere opere di Dostoevskij.
Anni sono passati e si assottiglia sempre di più la lista dei libri che riesco a comprare in libreria così, in un giorno, mi sono portata a casa "L'Idiota", "I Demoni" e "I fratelli Karamazov", dimenticati nell'angolo Remainders di FanoLibri.
Gli ultimi due cercherò di alternarli a letture più amene, il primo lo ho già fatto fuori.

La storia
Brevemente.
Il principe Myskin, dopo un lungo periodo trascorso in Svizzera per curarsi dall'epilessia, torna in Russia, a San Pietroburgo. In tasca pochi rubli, in compenso ha tanto da raccontare e quello che dice e come lo dice gli apre, non si sa come, le porte della buona società.
Si introduce nel salotto del Generale Epacin, conosce tre belle Epacine in età da marito e viene trascinato in un turbine di relazioni incrociate tra alta società in auge e decaduta che gli permettono di cogliere tutte le luci e tutte le ombre, le gelosie, le ossessioni, la superbia e la generosità di una società malata, ma quale non lo è, che gli si svela davanti agli occhi.
Da anima benvoluta ma compatita si trasforma in artefice del destino delle persone che lo circondano, grazie a un'eredità improvvisa che gli cade sulla testa in un momento narrativo che avrebbe, altrimenti, costretto lo scrittore a terminare il suo lavoro e posare la penna. Il caro vecchio espediente del Deus ex machina, in questo caso, anziché risolvere una situazione indistricabile, stravolge completamente l'andamento del racconto e lo pone su una strada nuova.
Personaggi del romanzo e lettore si interrogano sull'utilizzo che il principe vuole fare di questa grande fortuna e lui... si inginocchia davanti a una meretrice e le chiede di sposarlo.
Siamo solo alla metà del romanzo ma in realtà si è già svelato l'intento dell'autore e non vale la pena andare avanti con il resoconto della trama che sarebbe un lungo elenco di azioni e personaggi (una quarantina).
Come nella lettura del Vangelo non è tanto importante la sequenza delle azioni di Cristo quanto la figura del Salvatore, così per "L'Idiota" le differenti scene del romanzo servono solo a svelare la natura di questo Cristo del XIX secolo.

Le affinità con la figura di Cristo sono molte e sparpagliate per tutto il romanzo ma su due mi soffermo: l'amore per i bambini e la compassione, la capacità di comprendere le passioni altrui e, a suo modo, giustificarle e farle proprie.

La definizione di idiota sta stretta a una figura come quella del principe Myskin ma è del resto quella più vicina a descriverlo. L'idiota non giudica gli avvenimenti e le persone in base ai preconcetti della società ma in base a ciò che essi sono e a come gli si presentano, possiede il candore dei fanciulli e da loro viene compreso quando parla, come ci illustra un passaggio del libro:
"Per questo li chiamo uccellini, perché non c'è nulla al mondo di meglio d'un uccellino. Del resto nel villaggio tutti si adirarono con me soprattutto per un certo incidente... quanto a Thibaut (il maestro di scuola), semplicemente m'invidiava; dapprima non faceva altro che scuotere la testa e meravigliarsi che i bambini con me capissero tutto, mentre con lui non capivano quasi niente; poi prese a burlarsi di me, quando gli dissi che noi due non insegnavamo loro nulla, ma che essi avrebbero invece insegnato a noi. E come mai poteva invidiarmi e calunniarmi, quando egli stesso viveva in mezzo ai bambini! Grazie ai bambini l'anima si risana...".
Una persona cresciuta, insomma, che percepisce la realtà che lo circonda come farebbe un bambino e che come un bambino la espone, senza il filtro della moralità caduta degli adulti, delle invidie, delle gelosie, lui che avrebbe tutti i diritti di provare invidia per tutto ciò che non ha, almeno all'inizio: denaro, posizione sociale, salute. 

Con ingenuità non riesce a vedere le proprie miserie ma si accorge di quelle altrui, della tristezza e del dolore, e li porta alla luce, infrangendo il più grande tabù della società, alta o bassa che sia. Scavalca il muro di apparente benessere per portare alla luce, senza secondi fini, il male interiore, concentrandosi sul prossimo, compatendolo, estraendo dall'altro la radice primaria del dolore facendola propria.
La Compassione. 
Come Cristo di fronte alla folla protesse la meretrice portando alla luce le debolezze degli uomini, così il principe mostra compassione verso una mantenuta, Natasja Filipovna, e le chiede di diventare sua moglie:
"Natasja Filipovna, ve l'ho già detto poco fa che accoglierò come un onore il vostro consenso e che siete voi che fate un onore a me e nonio a voi. A queste parole avete sorriso e ho pure sentito ridere intorno, Forse mi sono espresso in modo assai ridicolo ed ero ridicolo io stesso, ma a me è sempre parso di... comprendere in che cosa consista l'onore, e sono sicuro d'aver detto al verità. Poco fa volevate perdervi irrimediabilmente, perché poi non ve lo sareste mai perdonato; eppure non avete nessuna colpa. Non può essere che la vostra vita si a perduta per sempre."
Tuttavia, contrariamente a quanto viene narrato nel Vangelo, proprio questa compassione fa comprendere alla donna quanto sia caduta in basso e quanto sarebbe ingiusto e vile accettare una simile proposta, accettare significherebbe forse un innalzamento della propria posizione sociale ma anche la caduta del principe. Fare mercato del proprio corpo la rende perduta nella società, accettare un simile matrimonio significherebbe perdizione eterna. Natasja lo sa  non accetta la proposta del principe:
"Grazie, principe, nessuno finora aveva parlato così con me, non hanno fatto altro che mercanteggiarmi, e nessun uomo dabbene ha mai chiesto la mia mano... Rogozin! Aspetta un po' ad andartene... Può darsi che venga con te."

Cristo ha salvato il mondo, Myskin non salva nessuno: il mondo si ribella a questo messaggio salvifico di compassione nonostante. Come Cristo, Miskin si propone di sacrificare se stesso e riceve un "No, grazie", il mondo preferisce tenersi il suo dolore piuttosto che ammettere il bisogno di essere salvato.

Più volte, durante la lettura, mi sono chiesta cosa accadrebbe se un nuovo Salvatore attraversasse il mondo. Mi sono chiesta se non fosse già tra noi, se non ci fosse già stato, se fosse stato ignorato. Se avesse ricevuto in risposta un "No, grazie".

Immagine: Cristo nella Tomba di Hans Holbein il Giovane.