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sabato 10 febbraio 2018

Arthur Miller: Uno sguardo dal ponte - Di fronte a una questione morale

Arthur Miller: Uno sguardo dal ponte

Sono sempre più convinta che le opere teatrali vadano viste e non lette. 
Il problema è che molte non vengono più portate in scena perciò la lettura è tutto ciò che ci rimane. 
E' una tragedia dalle tinte fosche, aleggia per tutta l'opera questa sensazione di morte e sconfitta che ricorda a tratti la tragedia greca per questa sensazione di tragico imminente. I protagonisti sono segnati sin dalle prime battute dal loro destino, la gioventù esuberante che si scontra con la rassegnazione e la possessività degli adulti, il desiderio di evadere e il desiderio di trattenere. Sembra di vederli sul palco, la traduzione rende tutta la tipicità di una lingua bastarda ia immigrati e la tensione cresce a ogni scena sommando gelosia, desiderio, possessione e accuse di omosessualità lanciate come una maledizione. Tra tutti la vera vittima è Marco che ha rinunciato a tutto per un brandello di speranza e che tutto perde a causa delle colpe di altri.
E alla fine un magone...

Siamo nel 1967. Siamo nella casa di immigrati italiani a New York. Gente che lavora duro, operai, scaricatori di porto con nomi italiani e appellativi inglesi. Hanno il permesso di soggiorno, Catherine è nata in America, frequenta l'ultimo anno di scuola e ha appena ricevuto una proposta di lavoro, Eddie fa l'operaio ed è riuscito a mettere da parte abbastanza denaro per ospitare due cugini della moglie Beatrice: Marco e Rodolfo. 
Clandestini.
I cugini vivono nell'appartamento neanche troppo nascosti in realtà: la mattina escono a cercare lavoro al porto, lavorano a giornata trattenendo qualche soldo per le spese personali e mandando il resto a casa dalla famiglia se c'è, altrimenti si va a teatro, si cerca di vivere un po' di quella vita americana che è un sogno per chi arriva da tanto lontano.
La vita americana è un sogno sì, un sogno perché in America c'è lavoro e Rodolfo non tornerebbe in Italia nemmeno con palate di soldi perché in Italia il lavoro non c'è

"RODOLFO: Ma che significa essere americano, scusa? Ma cosa credi, che nun li avemo puro in Italia i grattacieli, la luce elettrica? i stradi? le automobili?
'O lavoro nun avemo. Io vogghio diventare americano pi lavurari. Chista è l'unica meraviia 'cca: 'o lavuru!"

Sono trascorsi cinquanta anni dalla prima rappresentazione, i giovani italiani ormai non vanno più in America per fare gli operai o gli scaricatori di porto, ci vanno in vacanza o con una borsa di studio, il sogno è adesso di fare il ricercatore o di aprire una start-up o un ristorante. 
Altri vengono in Italia per fare i braccianti, i muratori, pagati due soldi e un calcio in culo, caricati sui furgoni di notte, portati nei campi tutto il giorno e riportati al punto di raccolta di sera. Quando va proprio bene lavorano in fabbrica, di nascosto anche lì e con i soldi dati in mano a fine giornata. Se poi all'ingresso della fabbrica arriva la pula c'è uno speciale bottone che la centralinista sa di dover premere e quando succede via! tutti a fuggir per campi. Almeno così funzionava dieci anni fa nella fabbrica del Nord-Est in cui ho lavorato qualche tempo come centralinista e sospetto funzioni ancora così lì e in molti altri posti.

Pensavo che pena per Marco! Per il suo sogno infranto! Beccato e arrestato. Dopo un breve processo verrà rispedito in Italia e non si sa se riuscirà a mantenere la sua famiglia... una moglie... tre figli.
Marco e Rodolfo li sento vicini, riesco a condividere il loro dramma...

Riuscirei a condividere lo stesso dramma se invece di Marco e Rodolfo si chiamassero Joussouf e Agim?

Onestamente non lo so.

Ed ecco che un semplice libretto sgraffignato di nascosto nella libreria di mia suocera mi pone di fronte a una questione morale. Non ero partita da qui quando ho iniziato, volevo probabilmente parlare di quanto sia difficile leggere un'opera teatrale e comprenderla fino in fondo e invece mi ritrovo a parlare di immigrazione, sogni, integrazione...
Vado per curiosità a cercare immagini su "Uno sguardo dal ponte", raffino la ricerca su "teatro" e trovo la locandina con il volto di Sebastiano Somma per il teatro o Raf Vallone per il cinema e mi chiedo se sia stata portata in scena la stessa pièce in Italia con attori di colore di recente.
Ma in Italia ci sono attori di colore? c'è uno Joussouf che fa tournée di teatro? Un Agim in tv?
Negli Stati uniti nel 1967 c'erano già Frank Sinatra e Dean Martin, in Italia sta muovendo i primi convincenti passi Ermal Meta perciò forse non siamo tanto lontani da un'idea di integrazione che coinvolga non solo il mondo del lavoro ma anche quello dell'arte. Forse non siamo tanto lontani dal vedere a teatro Uno sguardo dal ponte in cui i protagonisti si chiamino Joussouf e Agim. Meglio, molto meglio questo piuttosto che una Carmen che ammazza Escamillo in nome della lotta contro la violenza sulle donne.
Forse non siamo lontani... mi chiedo come reagiremo.

domenica 28 gennaio 2018

Lady Susan. Lettera aperta a Miss Austen


Gentile Miss Austen,

lei sa che la apprezzo e la ammiro. L’ho sempre stimata penna arguta, ironica, irriverente. Il suo sarcasmo nel dipingere le piccolezze della buona società inglese di campagna l’ho sempre ritenuto gradevolmente pungente e leggero. Tuttavia, nella lettura del suo Lady Susan, mi sono dovuta ricredere: continuare è stato davvero, davvero difficile, la tentazione di interrompere la lettura forte e ha rischiato di prendere il sopravvento. In realtà proprio il motivo per cui avrei voluto chiudere il libro è quello che mi ha costretta a continuare.

Le parole di Lady Susan su come dovrebbe e come non dovrebbe essere l’educazione di una giovane donna fanno letteralmente rabbrividire. 

Gentile Miss Austen, sono perfettamente cosciente che il suo intento era proprio di provocare una reazione di inorridimento nella lettrice e devo confessarle che l’effetto è ancora più marcato a due secoli di distanza dalla stesura dell’opera.

Mi trovo dunque, gentile Signorina Austen, a doverle fare i miei più sinceri complimenti per come è riuscita a “costruire” un personaggio totalmente odioso senza tuttavia risultare grottesco o caricaturale, è stata per me una vera delizia potermi intrattenere con questo suo scritto e spero vivamente che vorrete continuare a coltivare questa vostra passione.

Vostra ammiratrice, 

fedele lettrice.


Questo è quanto scriverei a Miss Austen se potesse leggere la mia lettera.
Tornando a quanto dicevo sulle linee guida per l’educazione femminile emblematico è un passaggio dalla settima lettera:

Lettera VII – Lady Susan a Mrs Johnson
“Vorrei che suonasse il piano, che cantasse mostrando un po’ di gusto e sicurezza, poiché ha le braccia e le mani di sua madre e possiede una voce passabile. Da parte mia sono stata così guastata durante la mia infanzia che non mi hanno mai obbligata ad applicarmi a qualche studio, qualunque fosse e ne consegue che non ho quei talenti di società che sono considerati necessari oggi per formare una graziosa donna. Non che voglia farmi difensore della moda che prevede di acquistare conoscenza di tutto ciò che sono le lingue, belle arti e scienze. È tempo perso. Possedere il francese, l’italiano, il tedesco, la musica, il canto, il disegno, ecc. varrà qualche applauso a una donna ma non aggiungerà un solo pretendente alla sua lista. La grazia e le maniere, dopotutto, sono ciò che conta maggiormente.”

A farle da contrappunto ci pensa fortunatamente la figlia di Lady Susan, Frederica.

Lettera XXI – Miss Vernon (Frederica) al Sig. de Courcy
“Preferirei guadagnarmi il pane lavorando piuttosto che sposarlo (James Martin, il pretendente alla mano di Frederica preferito dalla madre Lady Susan)”

Insomma sin dall’inizio della sua carriera di scrittrice Jane Austen affronta i temi che la renderanno celebre per secoli: madri che vogliono trovare un marito per le figlie, figlie che desiderano decidere in autonomia. E’ curioso pensare che l’autrice che sulle pagine si batteva per matrimoni d’amore e lavori dignitosi per la donna , giunta a un passo dal primo nella vita reale, dovette ripiegare solo sul secondo e con un velo di tristezza dico che non poté ottenere entrambi.

Sin dalla prima volta che Frederica viene menzionata nasce la curiosità di capire che tipo di donna sia veramente: è la svogliata ragazzotta ignorante, caso disperato come la dipinge sua madre o la fanciulla delicata e disperata che vede la signora Vernon?

La forma epistolare di questo scritto non permette all’autore di approfondire, è perciò il lettore a dover dedurre la verità anche grazie alla conoscenza degli altri scritti dell’autrice. Contrariamente infatti alle opere successive della Austen qui non c’è narratore onnisciente che filtra l’accaduto dal suo punto di vista: la realtà ci viene presentata da più punti di vista, ora lady Susan, ora sua figlia, ora la cognata di Lady Susan. Il lettore potrebbe pensare che la verità stia nel mezzo ma alla fine del racconto sarà inevitabile parteggiare per un personaggio e biasimare l’altro. 

Non vorrei esagerare ma questo semplice racconto epistolare, poco conosciuto e non molto amato dalla Austen potrebbe rivelarsi alla lettura la più piacevole tra le sue opere proprio per questo caleidoscopio di punti di vista. E’ un’opera arguta che difficilmente ci si aspetterebbe da una diciannovenne: il ritratto della trentacinquenne Lady Susan denota ottimo spirito di osservazione e replica.

La Austen dimostra però la sua immaturità di scrittrice nel momento in cui non riesce a dare una conclusione all’opera. Tutto l’acume del racconto si dissolve nel frettoloso finale che ricorda vagamente Le Relazioni Pericolose di Choderlos de Laclos: l’autrice sa di dover biasimare la sua protagonista, di doverla punire nel finale ma non ci riesce: Lady Susan sfugge alla punizione e la figlia Frederica, lontana dalla madre, sembra ottenere pace e felicità. Nel racconto tuttavia una vittima c’è, una giovane donna che conosciamo solo di nome e che vede andare in fumo le prospettive di un matrimonio vantaggioso a causa della civetteria di Lady Susan, di dieci anni più anziana. E’ questo l’aspetto più curioso dell’opera: la sconfitta è una povera giovane in età da marito che probabilmente avrà la reputazione compromessa per sempre per essersi compromessa solo a parole con un gentiluomo che credeva l’avrebbe sposata e la vera intrigante, Lady Susan, non viene biasimata nemmeno troppo anzi, sembra quasi godere di ammirazione da parte della giovane scrittrice per come riesce, nonostante le avversità della vita, a ottenere ciò cui anela.

Se quindi da un lato il finale è frettoloso, affidato a un’asettica “conclusione” e delude le aspettative del lettore ormai immerso in questa corrispondenza, dall’altro non è eccessivamente moralista nonostante le caratteristiche dei personaggi avrebbero potuto far scattare un facile biasimo e punizione con malattia deturpante come accade alla Marchesa de Merteuil colpita da vaiolo. In verità ho avuto l’impressione che la Austen ci abbia pensato quando ho letto della febbre che sul finale coglie LS ma per qualche motivo, forse un’inconfessabile simpatia per il suo personaggio, la febbre non lascia conseguenze sulla nostra LS.

domenica 10 dicembre 2017

Leggende del Palazzo del Governatore - Du' paaaaalle!

Ho come l’impressione di dover scrivere qualcosa di positivo su questa raccolta di racconti.

Non ci riesco.

Non nego che il fatto che si tratti di racconti non mi aiuta a trarne maggior piacere poiché ho un problema relazionale grosso con le opere brevi: non mi prendono, non mi acchiappano, non riesco a entrare. Al di sotto delle 150 – 200 pagine non riesco a entrare e dunque non riesco ad apprezzarli. Purtroppo buona parte della letteratura statunitense dell’Ottocento e del primo Novecento è costituita da opere brevi, penso a Henry James, a Poe e ovviamente Hawthorne.

Ora questo libro si è infilato nel carrello di Amazon mentre stavo sfruttando un copioso buono; portato a casa lo ho iniziato dopo qualche mese per intervallare altre letture più impegnative e per tutto il tempo della lettura continuavo a chiedermi “Quanto manca?????!!”

Ricapitolando i punti a sfavore in partenza:
- È un racconto
- È una raccolta di racconti brevissimi
- Tratta di fatti e persone di cui so molto molto poco e di cui in realtà mi importa assai meno
- L’autore è un puritano

Dunque queste le motivazioni che già a libro chiuso rendevano non invitante la lettura. A libro aperto ne ho trovate altre.

Old State House di Boston
sede del governo coloniale britannico dal 1713 al 1776
Insomma per me è meh!

Non dirò che queste leggende siano scontate sebbene i topos si possano ritrovare già nella letteratura gotica inglese a partire dalla metà del Settecento: il capo di vestiario maledetto (o benedetto), il ritratto ammonitore, la presenza infestante di qualche governante, sono temi che si ritrovano piacevolmente, rassicuranti quasi.

Quello che invece è proprio insopportabile è la pedanteria dell’autore. Pesantissimo!

Non solo è pedante ma è talmente didascalico da togliere tutto il piacere della lettura. Si prenda come esempio il passo tratto da “Il mantello di Lady Eleanore”: “La maledizione del cielo mi ha colpito, ché io mi sono rifiutata di chiamare l’uomo fratello, la donna sorella. Io mi sono avvolta nell’ORGOGLIO come in un MANTO”. Non solo l’autore toglie tutto il mistero alla metafora del mantello ma per essere ben sicuro di farsi capire dal lettore lo scrive pure in stampatello cosa che lascia trasparire a mio avviso una certa insicurezza, come una paura di non riuscire a essere sufficientemente bravo a far capire al lettore cosa ci sia dietro alla metafora del mantello.

Dunque pedante, didascalico e infine pesantemente moralista quando parlando della vecchia Esther Dudley scrive “Voi avete conservato come il più prezioso dei tesori tutto ciò che il tempo ha privato d’ogni valore: principi, sentimenti, atteggiamenti, costumi, regole di vita, che le nuove generazioni hanno gettato in un canto”. Grazie Nathaniel, ci mancava l’ennesima lezioncina di morale stile romanzo francese settecentesco.

Interessante sarebbe esplorare la concezione della donna che traspare da questi quattro racconti, argomento che dovrebbe essere approfondito con la lettura delle opere principali dell’autore come La Lettera Scarlatta e La Casa dei sette abbaini, letture che non sono davvero sicura di voler intraprendere perciò l’analisi approfondita la lascio volentieri a qualcun altro.

Tralasciando la figura della donna colpevole de Il Mantello negli altri tre racconti emerge la figura della donna saggia, intuitiva e moralmente lodevole: nella Mascherata è Miss Joliffe a svelare provocatoriamente il significato della processione: “se io fossi una ribelle (…) potrei immaginare che i fantasmi di questi governatori del passato fossero stati evocati per prendere parte al corteo funebre del potere regale nella Nuova Inghilterra”. Come detto precedentemente a proposito delle parole di Lady Eleanore anche qui Hawthorne svela la metafora togliendo ogni piacere al lettore. Non si fa, non si fa, non si fa!

Massacro di Boston,
inciso da Paul Revere 
Nel racconto del ritratto invece è Miss Vane che ci fa intuire il significato di quel dipinto così malmesso che tuttavia resta appeso in una delle sale del Palazzo del Governatore. Oltretutto, giusto per non farsi mancare nulla sotto il profilo dei clichés mi piace sottolineare come vengono descritti il dipinto e Miss Vane. Il dipinto: “un vecchio pezzo di tela annerito… dalla superficie nera e impenetrabile”, Miss Alice Vane: “Vestita tutta di bianco, una creatura pallida ed evanescente”, ci manca solo che Hawthorne sottolinei quanto siano in contrasto per completare la pedanteria. Miss Vane: “Quando chi governa non avverte il peso delle proprie responsabilità, non è male che qualcosa ricordi loro il significato che può avere la maledizione di un popolo”.

E a quanto pare Hawthorne non riteneva male neppure le continue spiegazioni dell’autore al lettore che personalmente trovo sgradevoli e noiose: non si può dire tutto al lettore: se scrivi per metafore, e le opere goticheggianti sono costellate tutte da ampie metafore, devi lasciare al lettore il piacere di comprenderle da solo, lasciarlo cullare nell’illusione di essere tra i pochi privilegiati che possono comprendere i significati nascosti nelle opere. Per questo piacciono libri come Il Codice Da Vinci: perché danno al lettore l’impressione di scrivere per un ristretto pubblico di iniziati, per questo invece viene detestato Il Pendolo di Foucault: perché è davvero scritto per un ristretto pubblico di iniziati.

mercoledì 1 novembre 2017

Viaggio al termine della notte - Guernica in lettere



Un aggettivo per questa opera?

Rivoluzionaria!

La madre di tutta la letteratura disagiata del XX secolo, da Sartre a John Fante, a Bukowsky a Kerouak. Tutto quello che è venuto dopo è semplicemente... venuto dopo, questo romanzo (romanzo?) segna uno spartiacque imprescindibile per la narrativa del 1900 dal momento in cui descrive con infinita esattezza tutto il disagio che si prova nei confronti di un mondo diventato all'improvviso troppo veloce, troppo cinico, un mondo che non sente più Dio e in cui l'uomo è finalmente solo, abbandonato a se stesso di fronte alla vita.

Chi può ignora
Chi non riesce a ignorare ha due possibilità: la depressione o l'ironia.

Nel periodo tra le due guerre, periodo in cui tutto ha perso senso, tutto viene messo in discussione e il mezzo con cui Céline mette in discussione la staticità, il canone ormai spazzato via dalla Prima Guerra Mondiale è il linguaggio.

Dopo la Prima Guerra Mondiale linguistica ha assunto ormai un'importanza fondamentale dandosi regole scientifiche. Il linguaggio è tutto: svela e determina gli oggetti e se da un lato il l. sembrerebbe opera dell'uomo - è infatti l'uomo che parla - per un altro verso l'uomo è rimesso al linguaggio e può pensare e dire solo ciò che rientra in un certo orizzonte linguistico che trova predefinito. E' il linguaggio che parla (Heidegger). Ecco dunque che la realtà misera in cui il protagonista Bardamu vive e narra può essa stessa essere considerata come generata dal linguaggio in cui viene narrata, l'argot, il dialetto, quello delle realtà disagiate, della miseria, degli ideali mancati e dei valori capovolti e può essere descritto solo con un linguaggio stravolto.


Nelle monografie sul naturalismo francese si esaminano Zola, Flaubert, Huysmans, Gide, l'arte descrittiva, il ritratto frammentario di Flaubert, l'effetto del reale citato da Roland Barthes con le descrizioni Balzachiane poste all'inizio dell'opera per inquadrare immediatamente il contesto storico e sociale, le accumulazioni di aggettivi e oggetti, le descrizioni statiche e dinamiche ma sempre ineccepibili dal punto di vista sintattico e lessicale.


Qui si va oltre il realismo di Balzac, oltre il naturalismo di Flaubert e Zola: il senso della realtà viene reso, in Céline, sia dal contenuto che dal contenitore, sia dal messaggio che dal mezzo.

La narrazione di Céline non è per nulla casuale: la sua è stata una dedizione totale al linguaggio, al lessico e alla sintassi andando a caccia di espressioni colorite, gergali, bestemmie che poteva udire in bocca ad amici, gente di spettacolo, pazienti con l'attenzione che avrebbe potuto dedicargli un antropologo o un linguista.

La resa del reale operata con sospensioni, stravolgimenti della sintassi e dei periodi rende il lettore partecipe in prima persona di quanto accade, come se si svolgesse di fronte a lui o come se gli si stessero raccontando i fatti nel momento stesso in cui accadono.

Tono, stile e linguaggio rendono lo squallore di una condizione umana degradata e degradante. Non c'è dramma nell'eloquio, non c'è tragedia o riscatto, non c'è simpatia verso i personaggi del romanzo, non c'è paternalistico senso di protezione, la lingua utilizzata, argot arricchito e il ricorso a registri grotteschi emergono come denuncia, grido senza possibilità di rivincita o redenzione.

Il protagonista Bardamu passa da orrore a orrore, da miseria a miseria: è un ambiente chiuso, senza sbocchi all'esterno, come se un'invisibile cinta muraria separasse il mondo dei miserabili dal resto di Parigi, lasciare questi luoghi di miseria è possibile solo per giungere in altri parimenti miseri: il fronte, l'Africa coloniale, l'America operaia, l'ambulatorio parigino, il manicomio. Ogni volta pare si accenda una fievole luce di speranza a illuminare Bardamu e ogni volta è lo stesso protagonista a spegnerla, a fuggire dalla possibilità di una vita "normale".

E come può esserci vita normale dopo gli orrori che ha vissuto o visto? come può esserci vita normale se la degradazione lo avvolge come una coltre pesante cui è impossibile sottrarsi? La degradazione è ormai parte di lui, senza possibilità di salvezza.

L'atmosfera del romanzo si regge più sul linguaggio, le parole, la punteggiatura che su descrizioni di ambienti, persone o pensieri. Non c'è introduzione a personaggi o luoghi: il lettore viene immerso, affogato quasi nell'opera e nella vita di Bardamu dallo stesso mezzo descrittivo.

Il linguaggio viene sfruttato come espressione dell'emozione umana e sprofondando il gergo nella melma conferisce alla narrazione quel rinnovamento e quella freschezza che gli scrittori del primo Novecento avevano a lungo cercato per superare il canone o per discostarvisi.

L'emozione trasmessa da Céline attraverso la parola sorpassa ampiamente qualunque metodo descrittivo fatto di aggettivi e avverbi. È brutale come sono brutali le emozioni. La punteggiatura violentata con eccessi o assenze rende la narrazione più vicino al flusso di coscienza di quanto lo fosse la stessa scrittura di Joyce o Proust. La successione di frammenti separati da semplici virgole rimanda l'immagine di uno specchio rotto che riflette, frammentata e distorta, l'immagine che ha di fronte eppure questa immagine risulta più veritiera di quella riflessa da uno specchio integro.

Il Voyage è Guernica di Picasso, il ritratto della guerra, dell'orrore, del caos più fedele di quanto possa essere una fotografia perché oltre a ritrarre visivamente riesce a rendere anche l'aspetto psicologico, la devastazione dell'osservatore di fronte all'orrore.

"Après ça, rien que du feu et puis du bruit avec. Mais alors un de ces bruits comme on ne croirait jamais qu’il en existe. On en a eu tellement plein les yeux, les oreilles, le nez, la bouche, tout de suite, du bruit, que je croyais bien que c’était fini ; que j’étais devenu du feu et du bruit moi-même. 
(...) 
Quant au colonel, lui, je ne lui voulais pas de mal. Lui pourtant aussi il était mort. Je ne le vis plus, tout d’abord. C’est qu’il avait été déporté sur le taus, allongé sur le flanc par l’explosion et projeté jusque dans les bras du cavalier à pied, le messager, fini lui aussi. Ils s’embrassaient tous les deux pour le moment et pour toujours. mais le cavalier n’avait plus sa tête, rien qu’ une ouverture au-dessus du cou, avec du sang dedans qui mijotait en glouglous comme de la confiture dans la marmite. (...) Tant pis pour lui !

"Dopo, nient'altro che fuoco e poi rumore insieme. (...) Ci ha riempito a tal punto gli occhi, le orecchie, il naso, la bocca, all'improvviso, il rumore, che ho creduto proprio che era finita, che ero diventato fuoco e rumore io stesso.
(...)
Quanto al Colonnello, a lui, non gli volevo del male. Anche lui però era morto. Non lo vidi più, di colpo. È che era stato dislocato sulla scarpata, allungato sul fianco dall'esplosione e proiettato fin nelle braccia del cavaliere a piedi, il messaggero, finito anche lui. Si abbracciavano tutti e due per il momento e per sempre, ma il cavaliere non aveva più la testa. Nient'altro che un'apertura sopra il collo, con del sangue dentro che borbottava con dei gluglù come la marmellata nella pentola. (...) Tanto peggio per lui!"

Questo riportato è a mio parere uno dei passi più indicativi del romanzo per come riesca a parlare per immagini materializzandole davanti agli occhi del lettore.

La traduzione a opera di Ernesto Ferrero nell'edizione Corbaccio è perfetta, per tutto il libro è perfetta, un lavoro immane per cercare di trasmettere tutto il narrato nel modo più fedele possibile.

C'è qualcosa di Picasso nel Voyage, non solo in questo passo ma in tutta l'opera. Ma c'è anche impressionismo nel modo in cui non viene mai data una descrizione dettagliata dei fatti quanto piuttosto una visione soggettiva e decisamente confusa da vicino che acquisisce nitidezza e significato a mano a mano che ci si allontana dal narrato, per questo il significato dell'opera non risiede tanto nei singoli episodi ma nella totalità del romanzo che, in una prima impressione, pare composto da una serie di racconti apparentemente slegati tra loro. 

Come osservò Gide a proposito del Voyage: "Non è la realtà quella raffigurata da Céline, è l'allucinazione a cui la realtà da vita".

Nel Voyage la forma è sostanza, la forma è essenza, diventa essa stessa narrato, non è più la lente trasparente attraverso la quale l'autore ci presenta la storia quanto piuttosto una lente deformante che ci fa percepire la visione dell'autore e del protagonista che è poi la visione emotiva dell'uomo di fronte alla disgregazione e devastazione del mondo moderno.

La lingua canonica, regimentata, strutturata dell'élite letteraria non è più sufficiente per riflettere la realtà all'indomani della Prima Guerra Mondiale. Come rendere la devastazione della guerra? Come rendere l'orrore del colonialismo in Africa, l'alienazione della catena di montaggio, la miseria dei quartieri popolari? Una lingua canonizzata che definisce le emozioni piuttosto che esprimerle risulterebbe fredda, asettica, più utile forse per un trattato sociale che non a una realistica visione.

Wittgenstein nel "Tractatus logicus-philosophicus" asserisce che il linguaggio è raffigurazione del mondo, immagine speculare non tanto degli elementi dell'immagine quanto della connessione tra gli elementi dell'immagine.

Nei primi anni del Novecento è tutto un ribollire di teorie sul linguaggio e sulla sua capacità di riflettere la realtà. In questo contesto di inserisce il Voyage con l'uso che viene fatto di vocabolario, sintassi, punteggiatura, intrinsecamente legati al mondo che raffigura: frammentato, enfatico, esploso e diventa esso elemento del mondo da raffigurare nella connessione con ciò che descrive, non più contenitore, non solo contenitore almeno, ma contenuto stesso della raffigurazione.

La connessione tra il mondo di miseria (sociale, economica e morale) raffigurato nel Voyage e l'argot, questo dialetto sociale e non geografico, può trovare supporto inoltre nell'ipotesi Sapir-Whorf sulla relatività linguistica che afferma che lo sviluppo cognitivo di ciascun essere umano è influenzato dalla lingua che parla. Al termine della sua vita il linguista Sapir arrivò a credere alla reciprocità di questa teoria ovvero che la lingua influenzi la cultura e vice versa.

Questa stessa reciprocità si ritrova nella lingua del Voyage in cui realtà e linguaggio sono talmente interconnessi da influenzarsi a vicenda.

Lo stesso George Bernard Shaw nel Pygmalion (1913) sottolinea come le differenze linguistiche siano fonte di discriminazioni: language is behaviour, il linguaggio è comportamento, se si parla in un certo modo ci si comporta di conseguenza e la proprietà di linguaggio (o la non proprietà di linguaggio) del nostro interlocutore ci trasmette di lui un'idea soggettiva che arriva a incidere più del suo aspetto esteriore, dell'abbigliamento o delle informazioni che di lui abbiamo.

Noi sappiamo che Bardamu ha studiato medicina e che diventerà medico, studi e professione che in un contesto sociale qualunque ci farebbero portare rispetto e invece l'idea che il lettore si costruisce di lui è deformata dal linguaggio con cui si esprime e che lo pone sullo stesso livello dei miserabili pazienti della provincia parigina.

Il solo aspetto negativo di questo tipo di narrazione è che può stupire solo una volta, solo con la prima opera di Céline che si legge, in seguito l'effetto meraviglia scema fino a diventare rumore di fondo.
Allo stesso tempo però, nel momento in cui il mezzo linguistico diventa rumore di fondo e si entra pienamente nello spirito della narrazione si riesce ad apprezzare tutta la célinitudine dell'opera, vedendo, sentendo, toccando con gli occhi, orecchie e mani di Bardamu.

domenica 22 ottobre 2017

Un Uomo - Panagoulis, Sisifo, Prometeo, Cristo


Ci sono libri che lasciano così
pieni e svuotati
sazi e disossati
le braccia lungo il corpo
la testa reclinata all'indietro
le gambe molli
quasi a voler assaporare fino all'ultimo sorso quell'amaro che chiude il pasto.
Che è in realtà il pasto di qualcun altro, il bicchiere di qualcun altro dal quale ci siamo serviti con prepotenza e indiscrezione.

Per una settimana vivere la vita di un altro, pensare con la testa di un altro, amare l'uomo di un altro, provare le emozioni di un altro e poi trovarsi soli e stringere, toccare, guardare il libro che ha regalato ore piene, sature, gonfie.

A quel "Non piange!" un singhiozzo si strozza in gola,
un rigurgito quasi.
Lo caccio indietro.
Non posso, non posso appropriarmi anche del suo dolore dopo che mi ha già dato tutto, non posso rubarle anche le lacrime che non ha versato.
Lo stesso singhiozzo montato alla liberazione di Panagoulis, quando dalla nebbia di luce si staglia, nera, la figura della madre in una messa in scena che l'immaginazione di nessun regista potrebbe eguagliare.
E' Oriana.
La sua narrazione fotografica fatta di pochi dettagli che colgono l'essenza del messaggio, pochi aggettivi, ancora meno avverbi, frasi brevi, brevissime, a volte solo una parola e un punto esclamativo, un'invocazione e un punto esclamativo, una bestemmia e un punto esclamativo.

I dettagliati particolari della camera mortuaria, l'acciaio, il numero di matricola della pistola, estranianti, allontanano la memoria del dolore. Oriana si sofferma sull'acciaio, sulla lampadina che ciondola da un filo, metallo lucido, liscio, la ventata di ghiaccio. Distoglie l'attenzione dal dolore, dalle emozioni, dall'impalpabile per ricondurre tutto sul rassicurante piano di colori, oggetti, qualcosa di definito, determinato.

"Non piange!"
E tu vorresti vederla piangere, strapparsi i capelli, urlare come in una vera tragedia greca ma lei "Non piange".

Mantenere il controllo.
Mantenere il controllo.
Focalizzarsi sui dettagli, l'acciaio, la lampadina, il gelo e poi al funerale le pietre preziose, gardenie, garofani, rose.
La folla al funerale come scudo, come arma.
La costruzione della consapevolezza che fosse tutto deciso, tutto programmato e nel libro ricorrono i presagi, veri o finti, l'aglio, pagina ventitré, il sogno del masso sulla montagna, due volte estate, due volte autunno, santi da pregare e santi da ignorare, il 5 maggio, il 1° maggio.
L'uomo è superstizioso, crede ai presagi e piega la propria vita per assecondarli, dolcemente, impercettibilmente si piega come fanno le spighe di grano alla brezza.

"Dominio:  E i divini ti chiamano Prometeo, il Presago: illusione d'un nome! Di "presagi" proprio tu hai bisogno, del trucco, come sgusciare da questo cerchio ingegnoso." Prometeo Incatenato - Eschilo
E' proprio dei tragici greci lavorare sull'etimo dei nomi. Nomen Omen.
"Alessandro", protettore degli uomini

Alekos è il Sisifo di Camus nel riconoscimento di quel particolare stato d'animo in cui il vuoto diviene eloquente, in cui la catena dei gesti quotidiani viene interrotta e il cuore cerca invano l'anello che lo ricongiunga, che lo riunisca al gregge, sperando forse di portare il gregge dalla sua parte.

"L'atteggiamento dell'uomo assurdo non è quello del suicida ma del suo contrario: il condannato a morte. Egli ha in mano la libertà assurda, la libertà da ogni spiegazione, da ogni obiettivo"... "La libertà assurda, la libertà del domani, la non speranza, la mancanza di obiettivi. Bruciare fin quando c'è legna". Albert Camus - Lo Straniero

Panagoulis vive come un condannato a morte, nei suoi pensieri non c'è domani, solo la consapevolezza di non poter invecchiare, non aver nipoti, non scrivere quel libro.

"Lo scriverai tu per me, promettilo"
"Lo prometto"
"Io non sarò mai vecchio"... "morirò molto prima. E allora sì che dovrai amarmi per sempre"

Condannato a morte dopo il fallito attentato a Papadopoulos, la pena gli viene commutata in ergastolo ed è precisamente da quel momento che inizia a vivere come un condannato a morte, libero dal domani, libero dal ricatto di un futuro sicuro, dalle promesse.


Ciò che era inevitabile è stato solo rimandato.

"Accetto fin d'ora questa condanna. Perché il canto del cigno di un vero combattente è il rantolo che egli emette colpito dal plotone di esecuzione!"

Alekos è felice di questa condanna, orgoglioso, e trascorrerà il tempo che gli rimane a inseguirla nel tentativo di riacciuffarla.

Alekos è Prometeo che donò il fuoco agli uomini e Zeus per punirlo lo incatenò a un masso esposto alle intemperie con un'aquila che gli squarcia il petto e gli dilania il fegato.

"Sento una forza assurda premermi lo stomaco e il collo e il petto e il cuore rientrarmi dentro quasi si rompessero insieme, scoppiando, e non distinguo più nulla. Chiudo gli occhi e..."

"In verità se Prometeo ritornasse, gli uomini di oggi farebbero come gli dèi allora: lo incatenerebbero alla roccia nel nome stesso di quell'umanesimo di cui è il primo simbolo. Le voci nemiche che insulterebbero allora il vinto sarebbero le stesse che risuonano nella tragedia eschiliana: quelle della Forza e della Violenza". Prometeo agli inferi - Albert Camus

"Nel mio avvenire non è tracciata sicura frontiera al dolore se prima Zeus non crolla dal suo potere di despota" Prometeo Incatenato - Eschilo

Alekos come Cristo, l'uomo che vuole salvare il mondo e può farlo solo dalla croce.


Oriana come Maria vuole salvare Cristo e si ritroverà a schiacciare la serpe a piedi nudi. 
Cristo non può salvare nessuno da vivo e non può essere salvato perché alla fine il popolo continuerà a scegliere Papandreu Barabba, il candidato per cui si spese la benpensante politica italiana, l'uomo inquadrato in un partito, definito, rassicurante così come il ladrone Barabba era rassicurante se comparato a Cristo: Barabba prendeva oggetti, Cristo anime.
E Pilato continuerà a lavarsene le mani purché tutto si risolva nell'assenza di disordini.

La croce
Il rogo
L'automobile
Strumenti di morte assurgono a simbolo di espiazione e redenzione.
L'ordalia delle quattro ruote che non risparmiò Panagoulis, non risparmiò Falcone, non risparmia oggi Dafne Caruana Galizia.
Documenti, agendine, siti internet.
Dittatura, mafia, soldi.
Atene, Capaci, Malta
1976, 1992, 2017

2017!

Letture consigliate:
Un Uomo - Oriana Fallaci
Il mito di Sisifo - Albert Camus
Lo Straniero - Albert Camus
L'Estate - Albert Camus
Prometeo Incatenato - Eschilo


L'Idiota - F.Dostoevskij

Musica consigliata: Sally - Vasco Rossi

Dipinto: Cristo Morto - Hans Holbein il Giovane
"«Quel quadro!», esclamò il principe, colpito da un’idea subitanea. «Osservando quel quadro c’è da perdere ogni fede».
«E infatti si perde», confermò Rogožin." 
L'Idiota - F. Dostoevskij

domenica 1 ottobre 2017

Le Cave del Vaticano - Fleurissoire tra Lancillotto, Don Chisciotte e il surrealismo


Da dieci anni covavo il desiderio di leggere Le Cave del Vaticano di André Gide, desiderio che nacque al corso di francese della prof. Zuffi sulla narratologia, si parlò della sua farsa su un grande segreto che coinvolgeva il Vaticano e io mi ero già prefigurata una storia alla Dan Brown ma meglio scritta.

Quando mi sono trovata l'opera tra le mani ho atteso qualche settimana prima di iniziarla tanta era l'aspettativa che nutrivo e che è stata solo parzialmente delusa.

L'opera è una farsa in cui vengono ridicolizzati il bigottismo e le beghine, queste donne tutte casa e chiesa desiderose di santità, una su tutte Arnica Fleurissoire che cade nel tranello di uno sconosciuto che le confessa della cattività del Papa: un gruppo di truffatori aveva ideato una menzogna ammirevole per spillare soldi ai boccaloni francesi ossia che il Papa fosse stato fatto prigioniero con la complicità del Quirinale e che quello che si mostrava al pubblico fosse in realtà un impostore.

Quando Amédée Fleurissoire, marito di Arnica, viene a conoscenza del rapimento resta folgorato da un impulso mai provato prima e anziché sostenere la finta colletta che dovrebbe aiutare a liberare il Papa, decide dipartire lui stesso in missione. Lui, novello don Chisciotte che non aveva mai viaggiato al di fuori della sua città, che viveva nel terrore di prendersi un raffreddore, lui si sente ormai predestinato: finalmente ha trovato lo scopo della sua esistenza e si mette in viaggio, solo, alla volta di Roma.

Come gli antichi eroi di chiara fama consacrati dalle canzoni di gesta, a cavallo del suo treno, con un foulard come scudo e nessuna arma al fianco parte in missione lasciando moglie e amico tra stupore e ammirazione.

Inutile dire che il viaggio è già di per sé qualcosa di ridicolo tra treni sbagliati, pulci, cimici, zanzare, brufoli e il terrore delle correnti d'aria ma alla fine riesce ad arrivare a Roma e a portarsi il più vicino possibile a quel Papa che crede di dover salvare. E' vicino, si sente vicinissimo a compiere la sua (ridicola) missione ma... cade in tentazione e la mattina si risveglia con una donna che giace nuda al suo fianco.

E' la fine.

Per quanto desideri portare a termine la sua missione il senso di colpa lo divora, la distrazione di un momento fa crollare in lui tutta la sicurezza di essere il predestinato e alla fine confessa il suo peccato, tra le risate degli impostori e del lettore:

"... e siccome i fumi del vino si mescolavano alle nubi della tristezza e i rutti dell'ubriachezza al gemito dei singhiozzi, chino dalla parte di Protos cominciò col vomitare il pranzo. Poi raccontò confusamente la notte passata con Carola e il dolore per la recente perdita della sua verginità. Don Bartolotti e prete Cave fecero un enorme sforzo per non soffocare dalle risate."

Come Lancillotto a un passo dal Santo Graal, Fleurissoire si sente a un passo dal portare a termine l'arduo compito: ha trovato degli alleati, prodi cavalieri in abito talare che lo supporteranno e lo indirizzeranno dritto alla meta.

Come Lancillotto perduto a causa di una passione dannata per Ginevra, Fleurissoire peccherà, a sua insaputa oserei dire, e tutta la forza delle sue più nobili intenzioni crollerà come castello di carte al vento per una prostituta. 

Fleurissoire è l'uomo comune: anonimo, intristito, privo di immaginazione, grigio, lo stereotipo del borghese dei primi del Novecento, non c'è possibilità di salvezza per la sua anima.
La grande rivoluzione di Gide risiede nell'utilizzare questo buffo personaggio per mettere nella pratica narrativa ciò che André Breton teorizzerà dieci anni più tardi nel 1924 nel Manifesto del Surrealismo: 

”Il più semplice atto surrealista consiste nello scendere in strada con una pistola per mano e sparare a caso, finché si può, sulla folla”

E così fa André Gide: all'improvviso, senza minimamente preannunciarlo, senza motivo, l'autore Booooom! Getta il povero Fleurissoire fuori dal treno e fuori dalla storia lasciando il lettore a guardare dal finestrino il corpo scomposto dell'incolpevole borghesuccio.

"Un crimine senza motivo... Non è tanto degli avvenimenti che ho curiosità, quanto di me stesso"
Così pensa Lafcadio mentre compie il gesto assurdo e quando cerca di motivare l'atroce atto riesce solo a dire
"Non lo so... Non aveva un aspetto felice."

Per Fleurissoire nessun ritorno in patria da eroe, nessun funerale in pompa magna, nessun bardo canterà il suo coraggio e nessun re o papa piangerà sulle sue spoglie, solo la prostituta Carola aspetterà che i parenti stretti si allontanino dalla tomba per porgere il suo ultimo saluto sotto la pioggia e posare un mazzo di crisantemi.

E qui si conclude la storia dell'uomo qualunque che si mise in testa di fare l'eroe e che fu ucciso senza motivo.

Ivanhoe - Il gotico rovesciato



Ho appena terminato la lettura di Ivanhoe di Sir Walter Scott e le prime parole che mi vengono in mente sono OH! MIO! DIO!

Ma che figata di libro è?

Perché nessuno me l'ha mai detto? Perché nessuno ne parla?

La prima volta che ne sentii parlare ero al liceo e il prof stava introducendo I Promessi Sposi presentandolo come romanzo storico. "Il genere del romanzo storico trae la sua origine dall'Ivanhoe di Sir Walter Scott e bla, bla, bla...". Se prima avevo considerato Ivanhoe come romanzo per maschietti sotto i tredici anni l'associazione con l'opera del Manzoni aveva definitivamente mandato all'aria ogni possibilità di considerarlo tra le opere da leggere.
Poi un anno fa sono capitata su di un'intervista de La Stampa allo storico medievale Jacques Le Goff, l'autore de " Il Meraviglioso e il Quotidiano nell'Occidente medievale", "La Nascita del Purgatorio" e innumerevoli altre opere di carattere storico. Nell'intervista racconta di aver letto Ivanhoe quando aveva dodici anni e di esserne rimasto entusiasta, anche questo contribuì a far nascere in lui la passione per il Medioevo.
E ora capisco perché! Questo libro infiammerebbe un iceberg, c'è così tanta passione e tanta sorprendente ironia da potersi considerare modernissimo.

L'introduzione di Francesco Marroni nell'edizione Mondadori avvisa subito il lettore che l'opposizione tra sassoni e normanni attorno alla quale ruota tutta l'opera era alla fine del XIII secolo ormai superata ma in fondo al lettore poco importa, la godibilità del libro sta proprio nell'inserire personaggi storici entrati ormai nel mito come re Riccardo, il principe Giovanni, Robin Hood e tutta la sua banda di fuorilegge in una situazione politica di incertezza e ribellioni: re Riccardo è prigioniero del duca d'Austria, in sua vece governa il fratello Giovanni che sta cercando di farsi riconoscere re, nel frattempo l'antica nobiltà sassone, ancora non del tutto domata, si sta organizzando per riportare i sassoni al potere a discapito degli "usurpatori" normanni.
L'eroe Ivanhoe è il punto di congiunzione tra le due fazioni in quanto sassone al servizio giurato di re Riccardo, alla fine è l'uomo che risolverà idealmente il conflitto tra le due anime inglesi lasciando immaginare un futuro di pace e concordia.
MA
La caratteristica secondo me più straordinaria e narrativamente innovativa è che l'eroe Ivanhoe di cui tutti parlano e che dà il titolo al libro non compare per tre quarti dell'opera se non per mostrarsi a letto ferito e tutto il romanzo narra di eventi e persone che ruotano attorno alla sua figura.

La grande maestria di Scott risiede nel portare all'attenzione del pubblico inglese una storia che sembra ricalcare i romanzi gotici che tanto successo avevano riscosso nei decenni precedenti.
Sono presenti elementi gotici come la corruzione, dell'anima o della carne, si pensi al nobile Fitzurse che nutre rancore verso re Riccardo e sostiene il principe Giovanni perché debole e facilmente manovrabile. Oppure si pensi al potente priore dell'Abbazia di Jorvaulx, "amante della caccia, della buona tavola e di altri piaceri mondani ancora meno compatibili con i voti monastici".
Un altro elemento gotico si può ritrovare nella vertiginosa verticalità del castello di Torquilostone dalle segrete sotterranee luogo di prigionia e tortura all'alta torre in cui sono prigionieri Rebecca e Ivanhoe.
Infine la figura di Ulrica, fatta prigioniera da giovane e sfruttata come schiava da letto che per anni, decenni, ha covato il suo odio meditando vendetta: la distruzione dei suoi aguzzini, del loro castello e di se stessa.

Ma nel dare una patina di gotico al suo racconto Scott lo libera allo stesso tempo del mistero proprio di quel genere letterario e lo riveste di ironia. E' così che il nobile Athelstane, pallido e smagrito, sembra resuscitare col solo scopo di concedersi un pasto decente, in questo modo Scott con la veste gotica (romance) appassiona il lettore per poi ricondurlo nella sfera del reale (novel) spogliandolo di tutto il mistero.



Anche l'idea di eroe all'interno del romanzo subisce un capovolgimento rispetto ai canoni del romanzo gotico e del classico romanzo medievale nei quali l'eroe è perfetto, coraggioso, saggio, pondera con senno ogni decisione anteponendo l'interessa della collettività al proprio. In Ivanhoe quello che viene presentato come eroe, il cavaliere nero, agisce in realtà per soddisfare il proprio desiderio di gloria e la sua smodata passione per il rischio e l'avventura e poco importa che questo possa rappresentare un pericolo per l'intero regno.

A fare da contraltare a questi celebrati eroi che mettono inutilmente a repentaglio le sorti del regno o giacciono feriti in un letto oppure ancora sono devastati da passioni mortali come Bois-Guilbert ci sono gli eroi che non ti aspetti: il frate beone e godereccio, il bandito, il porcaro e il buffone Wamba che chiude perfettamente questo processo di smitizzazione della cavalleria e del valore dicendo "Quando il valore e la follia viaggiano insieme è la follia che deve portare il corno perché sa suonarlo meglio" e infatti alla fine sarà proprio Wamba a suonare il corno quando con re Riccardo si troverà in grande pericolo risparmiando al re il destino che toccò a un altro grande paladino della letteratura medievale, Orlando, l'eroe le cui gesta diedero inizio alla letteratura romanza.

Chiude questa rappresentazione invertita del mondo cavalleresco il duello finale in cui l'eroe vince e la bella Rebecca è salva non tanto per le capacità e il valore di Ivanhoe ma perché l'avversario collassa sconfitto dal proprio conflitto interiore.

E se ancora serve un motivo per convincersi a leggere quest'opera dirò che tra queste pagine prendono vita personaggi quasi mitologici che popolano la nostra immaginazione sin dall'infanzia: re Riccardo Cuor di Leone, Giovanni Senza Terra, Robin Hood e Frate Tuck sono così vivi che paiono saltare fuori dalle pagine. Su tutti è proprio frate Tuck che suscita la maggior simpatia, questo frate ubriacone e godereccio, amante della buona tavola, della caccia e delle ballate sassoni, il guardiano delle anime dei fuorilegge di Sherwood che non risparmia sagge randellate a chi se le merita e il capitolo che lo vede insieme al cavaliere nero a bere, mangiare, cantare e suonare è a mio parere il capitolo più divertente di tutta la letteratura classica, irrispettosamente dissacrante, un pezzo di pura pancia. La figura di frate Tuck è perfettamente bilanciata dall'altro buffone malgré lui, il comico non ufficiale dell'opera, il nobile indolente Athelstane, ultimo discendente della più gloriosa stirpe sassone il cui unico scopo nella vita e di garantirsi pasti adeguati al suo status.

Insomma un romanzo bello bello bello, talmente piacevole che le ultime pagine le ho dovute centellinare per prolungare quanto più possibile l'atmosfera in cui ero immersa.

venerdì 9 giugno 2017

Eco - roba da onanisti


Un thriller, un giallo della mente. Seguire tutti gli indizi, anche quelli falsi come la misteriosa fiamma. Una ricerca spesso fuorviante di Madeleinettes proustiane, una memoria di carta e Logos che si è perduta e si cerca tra le carte.
Tutto riconduce a un solo ricordo
Il Vallone
Sguish
La nebbia (fa tanto Fenoglio)
E gli indizi giusti si mescolano a tanti falsi
Elementare caro Whatson
Ma di elementare non c'è proprio nulla.
Un vaso di Pandora di citazioni, frasi, canzoni, fumetti, autori... Se non vi piace sentirle non leggetelo anzi, lasciate proprio perdere Eco, è roba da secchioni onanisti, gente che non ha una vita, roba da Sorrentino.
Pascoli, Chopin, Die Hard, Cioran (chi era costui? Ho trascorso una deliziosa mezz'ora a scoprirlo)
Bacchettata sulle dita caro Yambo! Dovevi ricordare che Pound scrisse su "Il popolo di Alessandria", perché ti sorprende? Anime gemelle separate alla nascita, tu che hai pensato che il mondo derivi da un'improvvisa incontinenza di Dio e lui che teorizzava che l' intero universo fosse frutto di una scoreggia cosmica.
No?
Ma alla fine di tutto questo sfogo di cose, parole, nomi cosa resta?
A me resta una domanda.
Che ne è stato dell'in-folio del 1623?

venerdì 2 giugno 2017

Il lupo della steppa - le identità multiple


Sin dalle prime battute il Lupo della Steppa si manifesta come proiezione dell'autore e del lettore, accomunati dalla stessa malattia dell'anima, una malattia borghese figlia della scuola guglielmina ma anche di quella vittoriana, una malattia che si sviluppa nei primi anni di vita a seguito di un'educazione troppo rigida che mira a spezzare la volontà, plasmare i giovani secondo le regole borghesi della morale e dell'utile scorgendo nel bello e nel piacere qualcosa di solamente accessorio, voluttuario, potenzialmente pericoloso e traviante. Prove di queste imposizioni si ritrovano nelle lettere alla sorella Adele: 

"Accadeva spesso che mamma e papà esprimessero approvazione per una poesia o un componimento musicale, aggiungendo però subito che tutto ciò, naturalmente, era solamente atmosfera, solamente vuota bellezza, solamente arte, senza mai attingere un valore elevato come la morale, la volontà, il carattere, ecc. Questa teoria mi ha rovinato l’esistenza e da essa mi sono distaccato senza possibilità di ritorno"

Tutte le opere maggiori di Hermann Hesse raccontano di uomini dilaniati da una dicotomia di valori, bene-male, luce-ombra (Abraxas), religione-arte, mondanità-spiritualità, natura-spirito e anche il Lupo della Steppa vive ritenendo che la sua persona sia scissa in due: il borghese e il Lupo. Nel borghese include tutto ciò che è socialmente e moralmente accettabile, nel lupo le ombre del suo carattere.

La narrazione si struttura per scatole cinesi: siamo di fronte a un giovane che ha conosciuto il Lupo (Harry Haller), ne ha trovato il diario e decide di darlo alle stampe. Così si inizia con la prefazione del curatore, il giovane  conoscente di Harry, segue il diario degli ultimi giorni di Harry e, all'interno del diario, un libretto, una dissertazione sul Lupo della Steppa e introduzione al teatro magico.. Tre narratori, tre punti di vista: il conoscente superficiale, il protagonista e un ignoto scrittore.

Harry è malato, tormentato nell'anima. La malattia dell'anima di Harry è la nevrosi di un'intera generazione in bilico tra due tempi, impossibilitata a riconoscersi nell'una o nell'altra, è un atto d'accusa contro la borghesia che limita lo spirito, è una crisi spirituale, è l'essere immersi nell'atmosfera borghese del fare mentre si desidera la contemplazione.
I nuovi ideali, il nazionalismo e la ricchezza hanno cacciato i vecchi, la poesia, la bellezza, la pace, la filosofia, Harry si trova in un periodo di transizione, prova nostalgia per ciò che è stato e sente tutta l'incompatibilità tra ideali differenti, Per questo si fa lupo e si rinchiude nell'isolamento. Il Lupo si sente talmente al di sopra degli altri esseri umani che ritiene di non vivere nemmeno nello stesso mondo, indossa i suoi pensieri come un'armatura e a loro dà la colpa della distanza tra sé e il genere umano, non tenta nemmeno più il confronto, il dialogo, cercava di allontanarsi dal mondo per meditare ma si è allontanato troppo e ora scopre che il mondo può benissimo fare a meno di lui.

Il curatore delle memorie di Harry rimane stregato da questa sofferenza

p.39 "sentivamo di essere inferiori a lui poiché si capiva che aveva pensato più degli altri, e nel mondo intellettuale possedeva quell'oggettività quasi fredda, quella sicurezza di pensiero e di sapere che hanno soltanto gli uomini veramente dotati di spirito, i quali sono senza ambizione e non desiderano mai di brillare o di persuadere gli altri o di aver ragione a ogni costo"

C'è ammirazione negli occhi del giovane conoscente e commiserazione verso questo uomo estraneo che l'educazione ha portato a odiare se stesso a tal punto da non riuscire più a provare empatia verso gli altri. Profondamente cristiano e martire lo descrive ma può un uomo che odia se stesso amare gli altri e quindi vivere cristianamente?
No
Harry parla di sé con ὕβϱις, con superbia, rivendicando per sé il ruolo di guida. Sottolineando la differenza tra sé e gli altri perché non cerca di persuadere o aver ragione?
Ho come l'impressione che non si tratti in realtà di mancanza di ambizione ma di un livello di superbia tale per cui nel riconoscere l'inferiorità dell'interlocutore non si ritenga degno il confronto. Oppure trattasi di un pacifismo talmente estremo da rifuggire qualsiasi ostilità financo il confronto pur di non trovarsi in un'opposizione.
p.40 "l'occhiata del lupo della steppa trapassava tutta la nostra epoca, tutto questo lavorio affaccendato, tutta la smania di arrivare, la vanità, il gioco superficiale di una spiritualità terra terra e piena di albagia... Penetrava fin nel cuore dell'umanità... Quello sguardo diceva: "Vedi come siamo scimmiotti!"
Giudica il prossimo alla stregua di scimmie, trapassa l'epoca, la società ma così facendo trapassa anche l'umanità, il bello, la capacità di sentire e amare. E' vero in realtà che tra le scimmie include anche se stesso ma il fatto di essere a conoscenza di questa brutalità in un certo modo lo affranca e lo eleva. In realtà la superbia gli gela l'anima. Non si può ammirare, solo compatire.

p.41 "Era un genio della sofferenza e aveva coltivato una capacità di soffrire illimitata, geniale, spaventevole. Compresi pure che il suo pessimismo non era fondato sul disprezzo del mondo ma sul disprezzo di sé poiché, pur parlando senza riguardi e spietatamente di istituzioni o persone, non escludeva mai se stesso, anzi era sempre il primo bersaglio delle proprie frecciate, era sempre il primo contro il quale rivolgeva il suo odio e la sua negazione"

Un martire dunque, cresciuto nel più rigido e amorevole spirito guglielmino di dedizione alla famiglia e alla società, rinnegamento del proprio io, annientamento delle proprie pulsioni per aderire a quelle della comunità. L'educazione ha fallito, la personalità non è stata distrutta ma è stata celata con il solo risultato di fargli odiare se stesso. Ciò che non sono riusciti a cancellare è diventato oggetto d'odio.
Ma odiare se stessi è odiare il prossimo perché non possono esservi amore e altruismo reali in un animo che odia se stesso. Poiché il prossimo siamo noi che ci riflettiamo negli altri e in cui gli altri si riflettono. L'odio di sé è odio verso ciò che ci rende uomini e non si uccide perché l'educazione religiosa impartitagli gli ha insegnato che il suicidio è peccato e il martirio è celeste.

Cosa resta dunque al misero cinquantenne Harry? Un pianerottolo curato dalla sua vicina di stanza, una pianta di araucaria profumata, un angolo di borghesia ordinata da gustare di nascosto rimembrando il passato, la sua casa d'infanzia, sua madre, tutto ciò che l'odio verso se stesso gli ha fatto perdere. Perché proprio il desiderio dei suoi genitori di fare di lui un perfetto borghese lo ha reso un lupo.

p.45 "Credo che anche lei si interessi ai libri e a cose simili; sua zia mi ha detto che ha fatto il ginnasio ed era bravo in greco. Vede, questa mattina ho trovato un pensiero di Novalis: lo vuol sentire? Farà piacere anche a lei".
C'è un mondo di tenerezza dietro queste parole, Harry trova un interlocutore insperato, sa che ha studiato e ritiene per un breve istante di poter parlare finalmente con lui e che questi possa finalmente capirlo.  Come quando all'estero incontri un connazionale e vieni percorso in un battito d'ali da un brivido di euforia e sorridi, così Harry mi è parso sorridere eccitato da un possibile dialogo con questo uomo che sente vicino a lui.

p.57/58 "Una notte mentre ero a letto sveglio recitai a un tratto alcuni versi, troppo belli e troppo strani perché avessi potuto pensare a metterli sulla carta, versi che al mattino non ricordavo più, eppure erano chiusi nel mio cuore come la noce grave in un vecchio guscio fragile. Altre volte quella scia luminosa mi appariva alla lettura di un poeta o quando ripensavo un pensiero di Cartesio, di Pascal, e quando ero assieme alla mia diletta mi portava nei cieli per tramiti dorati. Oh, è difficile trovare la traccia divina in mezzo alla vita che facciamo, in questo tempo così soddisfatto, così borghese, così privo di spirito, alla vista di queste architetture, di questi negozi, di questa politica, di questi uomini! Come potrei non essere un lupo della steppa, un sordido anacoreta in un mondo del quale non condivido alcuna meta, delle cui gioie non vi è alcuna che mi arrida? Non resisto a lungo né in un teatro né in un cinema, non riesco quasi a leggere il giornale, leggo raramente un libro moderno, non capisco quale piacere vadano a cercare gli uomini nelle ferrovie affollate e negli alberghi, nei caffè zeppi dove si suonano musiche asfissianti e invadenti, nei bar e nei teatri di varietà delle eleganti città di lusso, nelle esposizioni mondiali, alle conferenze per i desiderosi di cultura, nei grandi campi sportivi: non posso condividere, non posso comprendere queste gioie che potrei avere a portata di mano e che mille altri si sforzano di raggiungere. Ciò che invece mi accade nelle rare ore di gioia, ciò che per me è delizia, estasi ed elevazione, il mondo lo conosce e cerca e ama tutt'al più nella poesia: nella vita gli sembrano pazzie. Infatti se il mondo ha ragione, se hanno ragione le musiche nei caffè, i divertimenti in massa, la gente americana che si contenta di così poco, vuol dire che ho torto io, che sono io il pazzo, il vero lupo della steppa, come mi chiamai più volte, l'animale sperduto in un mondo a lui estraneo e incomprensibile, che non trova più la patria, l'aria, il nutrimento."

Harry anela al divino, a circondarsi di poesia, musica e perfezione, quella poesia perfetta ormai decaduta, rimpiazzata nella modernità da opere mediocri, spettacoli mediocri, musica americana svuotata dal significato e non trovando tracce di immortalità nella modernità si isola e si trasforma nel lupo. Lo scontro dei due mondi si manifesta nella vita quotidiana, nell'incomprensione delle gioie semplici, del cinema, dei caffè. L'estasi e l'elevazione non hanno spazio nella quotidianità e vengono accettate solo nella poesia, circoscritte a brevi momenti, piccoli luoghi, nicchie, tabernacoli da aprire o chiudere selettivamente. Chi accetta questo vive e trae piacere dalla vita compatibilmente con gli impegni lavorativi, familiari, di società. Chi non li accetta si autoemargina e fugge perché la bellezza e l'estasi sono il suo nutrimento, il suo respiro.

MA E' TUTTA ILLUSIONE!!!

Il Borghese e il lupo sono solo due delle molteplici personalità di Harry, di anime all'interno dell'uomo.

p.XVII "L'uomo è una cipolla formata di cento bucce, un tessuto di cento fili"

Non si sa da chi sia scritta la Dissertazione sul Lupo della Steppa ma apparentemente ne sa parecchio, conosce profondamente gli uomini come Harry e tutto ciò che ci è sembrato ammirevole e condivisibile in Harry a un tratto ci appare per ciò che è: semplice ipocrisia. Il lupo ritiene di non potersi vendere per denaro, di non poter avere un impiego od orari da rispettare, di non poter obbedire eppure la sua condotta è ipocritamente borghese in quanto non si vende solo perché non ne ha necessità, vive in ambienti borghesi e disprezza gli outsider, i criminali, le prostitute. La borghesia tanto rifuggita non è altro che aspirazione alla via di mezzo, all'unione di sacro e piacere, armonia, sopravvivenza.

Ma come affrontare questo paradosso?

p. 88 discutendo con Erminia di quanto accaduto a cena con un professore suo conoscente "Se fosse saggio riderebbe del pittore e del professore. Se fosse matto prenderebbe il Goethe e glielo butterebbe in faccia. Ma siccome è soltanto un ragazzino vuol correre a casa a impiccarsi"

Il saggio ride!
Il saggio vive!
Il saggio ama, balla!

Erminia lo dice a p.103 "Tu hai bisogno di me in questo momento perché sei disperato e ti serve una spinta che ti butti nell'acqua e ti richiami alla vita".

E' un ritorno alle parole di Novalis che si trovano nella prima parte del libro "La maggior parte degli uomini non vuole nuotare prima di saper nuotare" Harry aveva trovato ovvia quell'affermazione sostenendo che l'uomo non è fatto per nuotare "certo che non vogliono nuotare. Sono nati per la terra, non per l'acqua". Invece sì, sono nati per la terra, sono nati per l'acqua, sono nati per il cielo.

L'unica soluzione è l'umorismo che unisce e illumina tutte le zone della natura umana.
"Vivere nel mondo come non fosse il mondo, rispettare la legge e stare tuttavia al di sopra della legge, possedere come se non si possedesse".
Ridere di sé, della propria inadeguatezza e dell'inadeguatezza della società, sostituire agli ideali del nostro tempo un credo: Mozart, gli immortali e.. il teatro magico, il sogno puro, il grottesco, la follia.

p.151 "Succeda quel che vuole, almeno una volta voglio essere stato felice, sciolto da ogni legame, fanciullo, fratello di Pablo". Nuotare senza saper nuotare, lasciarsi andare, ridere.
La risata è salvifica, è ciò che ci protegge dalla schizofrenia. "Pensieri non ne avevo più, libero e sciolto mi lasciavo trasportare dalle onde della danza, dai profumi, dai suoni".

Harry Haller è guarito. Il lupo continuerà probabilmente a far parte di lui ma è tornato a essere solo una parte del caleidoscopio di anime che lo compongono.